Da Enea e CNR (insieme a Istituto superiore di Sanità e Università di Verona e Viterbo) lo studio sulle piante che possono fabbricare vaccini, farmaci, bioreagenti anti-Covid19. “Basterebbe una serra di 12.500 metri quadri o un impianto di agricoltura verticale (vertical farming) di soli 2.000 metri quadri per soddisfare il fabbisogno italiano di vaccini, anticorpi e biomolecole per lo screening diagnostico di massa”, spiegano i ricercatori di Enea.

I vantaggi sono parecchi, a partire da quello economico: le biofabbriche vegetali costerebbero meno rispetto ai tradizionali biofermentatori per cellule di insetto o di mammifero. Poi, la velocità produttiva (in Canada già si è visto che, conoscendo una sequenza virale, si può produrre la prima dose di vaccino in due settimane). Le piante inoltre garantiscono anche maggiore biosicurezza: non possono essere infettate da patogeni umani quindi non ci sono contaminazioni accidentali. Le piante-biofabbriche hanno anche il vantaggio di poter produrre rapidamente anche in modo flessibile, così da poter soddisfare anche le impennate delle richieste in determinati momenti, come appunto sta succedendo in questa di pandemia e come potrebbe succedere nelle eventuali prossime.

Le piante che si vedono nel video e verrebbero utilizzate come biofabbriche di vaccini, antigeni e reagenti per la diagnostica sono piante di Nicotiana-benthamiana, tabacco selvatico (originaria dell’Australia e già utilizzata nella produzione di biofarmaci, ad esempio contro l’Ebola) di cui il consorzio internazionale coordinato dalla Queensland University of Technology di Brisbane (Australia) e composto da 4 centri di ricerca, tra cui ENEA, ha un anno fa messo a disposizione della comunità scientifica mondiale, impegnata contro il coronavirus, il genoma decodificato.

Come funziona

I vaccini del ventunesimo secolo al momento sono di tre tipi. Quello tradizionale, che funziona iniettando virus inattivato (ad esempio, morbillo, rosolia), un secondo tipo in cui si inietta un antigene (vaccini a sub unità, come quello per l’influenza stagionale o l’epatite B) e quello recentissimo in cui si inietta materiale genetico (DNA o RNA messaggero) il quale ha il compito di sintetizzare la proteina spike e quindi scatenare le difese immunitarie del vaccinato (vaccini anti-Covid).

Le piante, geneticamente modificate ma non in modo permanente, produrrebbero vaccini a sub-unità: la modifica genetica interviene solo sulle foglie (così da non essere ereditaria) dalle quali viene estratta la proteina per il vaccino.

La pubblicazione

Lo studio Plant Molecular Farming as a Strategy Against COVID-19 – The Italian Perspective” è stato pubblicato sulla rivista internazionale “Frontiers in Plant Science”.

Plant Molecular Farming è la piattaforma innovativa già utilizzata in altri Paesi per ottenere biofarmaci, come ad esempio il Canada: un’azienda canadese è in fase avanzata delle sperimentazioni cliniche di un vaccino contro il Covid-19 e sta per ottenere il via libera alla commercializzazione per uno contro l’influenza.

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giornalista professionista, è direttore responsabile di Giornalisti nell'Erba, referente per la formazione dell'ufficio di presidenza FIMA (Federazione Italiana Media Ambientali) e membro Comitato Scientifico per CNES UNESCO Agenda 2030. Presidente de Il Refuso a.p.s.. In precedenza ha lavorato come giudiziarista per Paese Sera, La Gazzetta e L'Indipendente. Insieme a Gaetano Savatteri ha scritto Premiata ditta servizi segreti (Arbor, 1994). Collabora con La Stampa, per le pagine Tuttogreen.

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