Quando una delle più grandi potenze economiche del mondo decide di invertire la rotta in tema ambientale, non è un buon segno.

Per due volte gli Stati Uniti si sono voluti sfilare da accordi ambientali che ritenevano svantaggiosi per la loro economia: la prima volta avvenne nel 2001, quando l’allora presidente George W. Bush ritirò l’adesione al Protocollo di Kyoto del 1997. Sedici anni dopo, la stessa scena si ripete: il protagonista stavolta è il miliardario Donald J. Trump, insediatosi lo scorso gennaio come 45° presidente degli Stati Uniti d’America, e l’oggetto della discussione è l’uscita dagli Accordi sul clima di Parigi del 2015, fortemente contestata dai paesi firmatari, quali Francia, Italia  Russia.

Trump aveva già ribadito durante la campagna presidenziale di ritenere l’economia statunitense più importante delle questioni ambientali, e con la rescissione degli accordi di Parigi, sta in effetti attuando una promessa fatta ai suoi elettori, in particolare quelli degli Stati del Midwest, che hanno sempre avuto una economia basata sul carbone e sulle miniere e che hanno sofferto per l’abbandono degli investimenti su tali economie quando le energie rinnovabili e la green economy  si sono imposte su larga scala.

Quindi quello che Trump sta tentando di fare è riportare gli USA al livello di potenza mondiale, così come lo era stata durante gran parte del secolo scorso, attraverso un protezionismo impossibile da realizzarsi: il processo di globalizzazione è a uno troppo avanzato perché le economie possano tornare indietro. La globalizzazione, quindi, dovrebbe essere usata dagli Stati non per farsi guerre commerciali ma in modo positivo, collaborando insieme per contribuire alla salvaguardia dell’ambiente.

Due potenze economiche come Cina e India, leader in fatto di emissioni di CO2, hanno reclamato per anni il loro diritto ad inquinare, così come durante la prima e seconda Rivoluzione industriale l’Europa aveva inquinato senza avere piena coscienza dell’impatto ambientale. In reazione agli eventi recenti. Oggi Cina e India si sono proposte per riempire il vuoto lasciato dagli USA. Chi non ha mai visto almeno una volta in televisione uno scorcio di una metropoli cinese tutta grigia per via dello smog? Ma allo stesso tempo, conosciamo anche la capacità della Cina di accelerare i suoi processi di sviluppo. Se decide che sia in senso sostenibile, i risultati si vedranno presto.

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