Il prossimo 28 marzo avrà luogo presso il Palazzo delle Nazioni di Ginevra una presentazione del rapporto della “EAT-Lancet Commission” su “Healthy Diets from Sustainable Food Systems” (diete salutari dal sistemi di alimentazione sostenibile), sponsorizzato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS).

La rappresentanza italiana permanente presso le istituzioni internazionali a Ginevra ritiene che OMS non debba essere coinvolta. Si tratta di una presa di posizione forte, diramata ai media tramite un comunicato stampa del 22 marzo, in cui il ministero degli Esteri critica senza mezzi termini il rapporto e in particolare la distinzione controversa e non scientifica tra cibi “salubri e dannosi”, e l’obiettivo stesso di una  “transizione verso un nuovo sistema globalizzato di produzione e consumo del cibo, auspicando un controllo centralizzato delle nostre scelte alimentari”.

Nel reintrodurre e rafforzare la distinzione controversa e non scientifica tra cibi “salubri e dannosi” – scrive infatti la Rappresentanza della Farnesina a Ginevra –  la Commissione EAT-Lancet descrive gli elementi caratterizzanti di una “dieta sana universale di riferimento”, basata su un incremento a livello mondiale della produzione e del consumo dei cibi ritenuti “salubri” (frutta, verdura, cereali integrali, legumi e frutta secca) ed una drastica riduzione, o totale eliminazione, del consumo dei cibi ritenuti dannosi (in particolare di carne rossa, di cui viene consigliato un consumo medio giornaliero di appena 14 grammi, ma anche di carne bianca, di zuccheri e cereali raffinati)”.

Nel comunicato si legge che “il rapporto EAT-Lancet è stato prodotto da una Commissione formata da 37 membri, che partecipano in qualità di esperti indipendenti. Tuttavia diverse critiche sono state mosse all’effettiva indipendenza della Commissione, alla luce dei collegamenti dell’iniziativa in parola con importanti organizzazioni finanziarie ed economiche: EAT-Forum è stato fondato dalla Fondazione Stordalen, finanziata, tra gli altri, dal Wellcome Trust. Un importante partenariato di EAT-Forum è stato istituito con FReSH (Food Reform for Sustainability and Health), una delle principali iniziative del World Business Council for Sustainable Development (WBCSD), che raggruppa alcune delle più grandi multinazionali nei settori alimentare, farmaceutico, chimico e del bio-tech” (tra cui, ad esempio, Kellogg’s, Bayer, Eni, Nestlè, Unilever, Pepsico, Syngenta, Total ndr).

“Lo stesso rapporto EAT-Lancet riconosce espressamente il finanziamento da parte del Wellcome Trust, ivi incluso il sostegno finanziario al segretariato per il coordinamento del lavoro della Commissione e per le spese di viaggio, vitto ed alloggio dei suoi membri in occasione dei relativi incontri, e conferma che tutti gli autori hanno ricevuto finanziamenti da EAT e dal Wellcome Trust. La Commissione include tra i suoi membri anche funzionari di alto livello dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO)”.

Qual è l’obiettivo della Commissione EAT-Lancet? Secondo la Rappresentanza italia, “la Commissione, attraverso il suo rapporto, intende promuovere una trasformazione radicale delle modalità di produzione e di consumo del cibo, basata su una “dieta salutare globale di riferimento”. Essa è stata tuttavia oggetto di numerose critiche, anche semplicemente dal punto di vista nutrizionale: diversi nutrizionisti hanno sottolineato come la “dieta di riferimento” tratteggiata dalla Commissione risulterebbe essere fortemente deficitaria di ferro, vitamina B12, retinolo, vitamina D3, vitamina K2 e sodio. Una dieta standard per l’intero pianeta, senza tenere in considerazione l’età, il sesso, il metabolismo, lo stato generale di salute e le abitudini alimentari di ciascun individuo, non trova alcuna giustificazione scientifica. Inoltre, implicherebbe la distruzione di diete salutari e tradizionali millenarie, che sono parte del patrimonio culturale e dell’impianto sociale di molti Paesi2.

La posizione critica da parte della nostra Rappresentanza è motivata: “La Commissione identifica diverse gradazioni di intervento pubblico per “cambiare il sistema alimentare globale”, che spaziano da misure più morbide (come l’“educazione” del pubblico attraverso campagne di informazione di massa) a misure più drastiche, che includono l’adozione di incentivi per alcune categorie di prodotti alimentari identificati come “sani”, l’adozione di disincentivi per le altre categorie merceologiche, la restrizione della libertà di scelta da parte del consumatore e, da ultimo, la TOTALE eliminazione della libertà di scelta da parte del consumatore. Il rapporto della Commissione afferma che – in tale ultima fase – l’industria alimentare dovrebbe semplicemente ritirare dal commercio i prodotti “inappropriati” e diversificare il proprio business. Suggerisce inoltre ai policy makers di non limitare lo spettro di interventi a disposizione”. Nel rapporto si afferma infatti che “countries and authorities should not restrict themselves to narrow measures or soft interventions. Too often policy remains at the soft end of the policy ladder” (trad; i paesi e le autorità non dovrebbero limitarsi a misure restrittive o interventi soft. Troppo spesso la politica rimane alla fine morbida).

Secondo la Rappresentanza italiana, “è difficile valutare le conseguenze sulla salute pubblica del rapporto Eat Lancet, ma è stato già sottolineato da molti come il regime alimentare suggerito dalla Commissione sarebbe fortemente deficitario dal punto di vista nutrizionale e, pertanto, potenzialmente dannoso, nel lungo periodo, per la salute umana.

Le conseguenze economiche invece “appaiono chiare: la rivoluzione del sistema alimentare auspicata dalla Commissione EAT-Lancet condurrebbe ad una fase di depressione economica, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo. Consigliamo la lettura delle dichiarazioni del Ministro dell’Agricoltura dell’Etiopia sul tema, che conclude dicendo: ‘La mia speranza è che il rapporto, vista l’attenzione che sta ricevendo, possa fornire un’apertura per uno scambio più produttivo sul ruolo del bestiame nei paesi in via di sviluppo. In effetti, mi piacerebbe invitarvi a fare un giro nella campagna etiope. Vedrete un mondo in cui il bestiame non fa parte del problema. Fa parte della soluzione. È un mondo molto più grande, più complesso e promettente di quello descritto nel rapporto”.

La totale o quasi totale eliminazione degli alimenti di origine animale (in particolare carne e prodotti dell’industria casearia) – si continua nel comunicato – significherebbe la fine dell’allevamento bovino e di diverse altre attività correlate alla produzione di carne. Inoltre, tutte le imprese che producono alimenti o bevande che gli autori del rapporto classificano impropriamente come “insalubri” sarebbero costretti a ritirare tali prodotti dal mercato e a diversificare il loro business. Tali sconvolgimenti interesserebbero tutti i produttori di carne, latte, formaggi, dolci e diversi altri alimenti, con conseguenze drammatiche per l’economia di molti Paesi, ivi inclusa la perdita di milioni di posti di lavoro e la morte di migliaia di piccole e medie imprese, anche nei Paesi in via di sviluppo”.

 

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Redazione centrale di giornalistiNellerba.it Giornalisti Nell'Erba è realizzato dall'associazione di promozione sociale Il Refuso. Nel tempo ha collezionato tanti riconoscimenti e partnership come ad esempio quelle con ANSA, Ordine Nazionale dei Giornalisti, Federazione Nazionale della Stampa, Federazione Italia Madia Ambientali FIMA, European Space Agency (ESA), Agenzia Spaziale Italiana, Rappresentanza in Italia della Commissione Europea, Lega Navale Italiana, Marina Militare, Università di Roma Tor Vergata. Ha i riconoscimenti della Presidenza della Repubblica, del Ministero dell'Ambiente e tante altre istituzioni.

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