Mangiamo sostenibile, ma non lo sappiamo. Si chiama dieta mediterranea, quella appunto che fa parte della nostra cultura, quella che seguiamo ogni giorno a tavola, quella che risulta essere tra le migliori al mondo dal punto di vista della salute e dell’ambiente. Quanti lo sanno? Tra i giovani, pochi. I dati emersi dalla ricerca Ipsos commissionata da Fondazione Barilla e presentata all’evento “Salute, alimentazione e agricoltura sostenibile: educare gli adulti di domani” all’interno del Festival dello Sviluppo Sostenibile ASviS, lo dicono abbastanza chiaramente: solo 1 su 5 è consapevole, ad esempio, che la dieta mediterranea è tra le più sostenibili.

Solo il 9% associa il cibo alla sostenibilità, che continua ad essere percepita quasi interamente come inerente alla sfera ambientale (13% la associa anche all’economia e 9% alla società). Solo il 38% dei giovani intervistati (800) segue la dieta mediterranea. Per loro, l’alimentazione sostenibile è sinonimo, almeno prevalentemente (50%), di riduzione dello spreco alimentare. Per un 32% significa mangiar bene, seguendo un regime alimentare sano, per un 34% è mangiare cibi di stagione, per un 37% è privilegiare cibi a km zero, e per un 36% significa scegliere cibi con confezioni e imballaggi ridotti al minimo. Lo stile alimentare mediterraneo è adottato dal 50% di chi conosce bene gli SGDs (i 17 obiettivi di sviluppo sostenibile) e dal 48% tra chi ha familiarità con il concetto di sostenibilità. Insomma sostenibilità e cibo sono ancora prevalentemente concetti paralleli, senza troppi punti di contatto.

Andando un po’ più a fondo ai dati della ricerca, si scopre che i driver di scelta del consumo del pasto fuori casa sono soprattutto la qualità dei prodotti (tra il 54 e il 64%) e la convenienza del prezzo (49-56%). Viaggia sul 34% la preferenza sull’origine dei prodotti, meglio italiani, ma qualcuno li preferisce etnici (10%). 10% per la qualità dell’imballaggio, 8% per le certificazioni ambientali, 6% sia per la presenza punti raccolta differenziata nel punto vendita che per l’impatto della produzione di un alimento su ambiente. 

Si ricerca quindi la qualità. “La crisi economica – spiega Andrea Alemanno di Ipsos – tende a far razionalizzare gli acquisti, ma per compensare, si cerca un valore emozionale nei prodotti acquistati, spesso associato alla qualità. Oggi i prodotti sostenibili sono percepiti come più innovativi e qualitativamente superiori agli altri prodotti. Il desiderio di consumare bene, cui si associa crescente attenzione alla qualità, è il driver più pervasivo e duraturo”.

Quanto alla rilevanza dei comportamenti per un’alimentazione sostenibile, ecco la graduatoria indicata dagli intervistati:

  1. limitare lo spreco di cibo (educazione scolastica) 50%
  2. privilegiare km0 37%
  3. cibi con imballaggi ridotti al minimo 36%
  4. cibo si stagione 34%
  5. mangiare bene, regime alimentare sano 32%
  6. informarsi du produzione e trasporto e scegliere quelli con impatto inferiore 29%
  7. limitare consumo alimenti che hanno forte impatto su ecosistema e ambiente 26%
  8. aumentare consumo prodotti vegetali come legumi 25%

La dieta mediterranea, come si diceva, è conosciuta e riconosciuta come sostenibile solo da una parte minima.  Tra coloro che sono coinvolti in SDGs, il 64% mangia mediterraneo.  Gli SDGS passano anche da un sistema alimentare sostenibile, ma lo sanno solo quelli particolarmente coinvolti, il 29% dei giovani.

Come mangiano i giovani rispetto alla questione sostenibilità? Il 24% (disinvestiti) si limita a limitare lo spreco e mangiare bene. Il 31% (assenti) sta attento a limitare lo spreco e ridurre gli imballaggi. Il 21% (coinvolti) privilegiano anche il km zero, mentre il 24% (fan) è attento pure alla produzione e trasporto e evita alimenti con impatto negativo sull’ambiente.

“Si continua a parlare di SDGS solo ad una nicchia, ma come strumento di educazione e informazione funzionano, perché identificano obiettivi precisi e offrono indicazioni di soluzione, non solo paura”, conclude Alemanno.

Marcella Gargano, direttrice Generale degli Uffici di diretta collaborazione del Ministero dell’ Istruzione, dell’ Università e Ricerca parla di educazione allo sviluppo sostenibile e della neonata piattaforma di educazione allo sviluppo sostenibile su cui sarebbero inseriti i progetti sull’Agenda 2030. E a proposito di informazione ed educazione all’alimentazione sostenibile, durante la mattinata al MIUR vengono premiare le tre scuole vincitrici del concorso “Noi, il cibo, il nostro Pianeta – IN ACTION”, promosso dal Ministero e dalla Fondazione Barilla. Applausi alla professoressa Chiara Semplicini, dell’Istituto Pellegrino Artusi di Chianciano Terme, alla professoressa Anna Natangelo, dell’Istituto Agrario G. Garibaldi di Roma, e alla professoressa Valentina Cerimonia, dell’Istituto Cassata Gattapone di Gubbio.

 

Agricoltura, cibo, sostenibilità. 

Massimiliano Giansanti, presidente di Confagricoltura, è alla tavola rotonda con Marcella Gargano del Ministero dell’Istruzione, Mario Iannotti, del Ministero dell’Ambiente, Gabriele Riccardi, docente di Endocrinologia e Malattie del Metabolismo all’Università di Napoli “Federico II”, e Massimo Gigliotti, Coordinatore Sdsn Youth – Med e Friday for Future Siena e parla di agricoltura come fonte di vita ma anche di gran confusione mediatica. “Si parla tanto, ma senza saperne molto. Ci sono parti del mondo che vogliono mangiare bene, sano, sostenibile, e parti del mondo in cui la gente non ha di che sfamarsi. Ci sono modelli alimentari molto diversi. Un eempio? Ci sono 2 miliardi e mezzo di persone tra India e Cina che non mangiano a casa. Si tratta evidentemente di un modello alimentare e di conseguenza produzione alimentare completamente diversi dai nostri. Nell’ottica della standardizzazione, anche i modelli alimentari ovviamente seguono modelli economici. Se tutti mangiano tutti al ristorante, dietro alla centralizzazione delle cucine, c’è la standardizzazione di un prodotto e di conseguenza una determinata dieta alimentare. Affrontare gli obiettivi del cambiamento senza avere un’idea generale di dove si vuole andare per noi agricoltori non è semplice. Anche sulla visione dell’agricoltura, c’è chi guarda al progresso, all’agricoltura di precisione ad esempio, agricoltura produttiva e sostenibile, e chi guarda ad una agricoltura sostenibile di tipo completamente diverso. Mangiare è un atto agricolo, si legge all’ingresso di una nota catena alimentare italiana. L’agricoltore viene visto come colui che deve produrre per i cittadini. Un elemento che produce per conto di, non il protagonista. Il “conto terzi” del consumatore. Ma in altre circostanze viene investito di altre responsabilità e visioni: assumi te il tuo protagonismo rispettoso dell’ambiente, del lavoro etico, gli si dice. E non è semplice. Confagricoltura ha fatto, sì, una sua scelta ben precisa, siamo un’impresa competitiva che vuol essere centrale nella nazione e in Europa, in una logica armonizzazione di una Europa che è nata proprio per questo (e per l’acciaio). Noi la scelta chiara l’abbiamo fatta, quella di accompagnare le nostre imprese nell’innovazione, in un’ottica di riduzione della povertà, dell’obiettivo zero fame, zero spreco, migliore utilizzo delle acque… dentro questi obiettivi ci dobbiamo muovere. E allo stesso tempo dobbiamo essere molto piu produttivi ed efficienti, per far fronte a richieste maggiori di cibo del mondo, sempre piu rispettosi dell’ambiente. Dobbiamo insomma migliorare capacità produttiva e competetiva. Parliamoci chiaro, il consumatore non va tanto a vedere se il prodotto è fatto in Italia, ma se è sano, naturale, etico, sostenibile. Dentro il Made in Italy dobbiamo caratterizzarci in produzioni competetitive e sostenibili”.

La trasformazione costa. Avete incentivi, anche fiscali, vantaggi per gli agricoltori all’avanguardia? “No, oggi no – spiega Giansanti – Non ci sono strumenti premianti per le aziende che innovano. L’incentivo viene dalla sostenibilità economica, dall’efficienza, dalla maggiore possibilità nello scenario globale. Il nostro grano, oggi, viene venduto allo stesso presso dell’Ucraina, che ha estensioni diverse, quindi dobbiamo ottimizzare, per forza. Non basta dire Made in Italy, un Made in Italy ch vale 41 miliardi di euro, a fronte di un  made in Belgio che ne vale 39. E spiegatemi cosa fa di straordinario il Belgio. L’Olanda? 80 miliardi. Insomma, il tema dell’Agenda2030 è certamente nostro, ma è un tema anche di scelte politiche, e deve creare vantaggi competitivi”.

I giovani percepiscono la sostenibilità alimentare come legata quasi esclusivamente alla riduzione degli sprechi. Giansanti ritiene che la legge Gadda sia una legge settoriale e con il professor Segré, che ha aiutato il precedente governo a raggiungere la norma, si sta cercando di estendere il tema del recupero, che “non è solamente andiamo a vedere cosa c’è al supermercato di quasi scaduto”, ma “recupero di tutti gli scarti di tutti i cicli di produzione, in un’ottica di meno sprechi e più risorse”. “Dobbiamo arrivare ad una strada comune, ma si fa se solo c’è una volontà comune. Il 28 maggio – continua il presidente di Confagricoltura – abbiamo fatto un accordo di partnership con tanti attori”.

Quanto ai giovani, che poco sanno di sostenibilità e di agricoltura, “se vogliamo dare obiettivi di conoscenza, dobbiamo aver presente che  i giovani cercano informazioni su instagram, ma solo uno su 4 guarda la giusta pagina su instagram. Dobbiamo trovare un messaggio di comunicazione efficace”.

Parliamo di convergenza. “Il tema dei temi, le fake news sono piu potenti delle real news. E’ evidente che combattere l’aspetto comuncativo è faccenda piuttosto complessa, soprattutto perché ci sono interessi economici a muovere le informazioni. Prendiamo l’olio di palma, che non fa bene e non fa male: la bufera mediatica tra i contro e i pro è spinta da questioni economcieh. Le industre spingono in un verso piuttosto che in un altro a seconda delle dinamiche economiche. Ed è difficile da far capire. Così come il futuro dell’agrocoltura. E’ sotto attacco il cosiddetto frankenstein food, mentre si loda il cibo sintetico. Ma quale dei due è un frankenstein?

 

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giornalista professionista, è direttore responsabile di Giornalisti nell'Erba, referente per la formazione dell'ufficio di presidenza FIMA (Federazione Italiana Media Ambientali) e membro Comitato Scientifico per CNES UNESCO Agenda 2030. Presidente de Il Refuso a.p.s.. In precedenza ha lavorato come giudiziarista per Paese Sera, La Gazzetta e L'Indipendente. Insieme a Gaetano Savatteri ha scritto Premiata ditta servizi segreti (Arbor, 1994). Collabora con La Stampa, per le pagine Tuttogreen.

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