Ci mangiamo la terra. Metro dopo metro, il consumo di suolo avanza ma la legge in parlamento arretra. Nessuno trova il coraggio di porre fine al terremoto di costruzioni che scuote lo Stivale. A Montecitorio in questi giorni, è stato presentato il rapporto SNPA 2017 (Sistema Nazionale protezione per l’Ambiente) che mostra tutti i numeri del cemento: veri macigni da digerire.

Cemento da digerire

I dati che si ottengono dalla cartografia mostrano che il consumo di suolo in tutta la penisola è passato dal 2,7% stimato per gli anni ’50 al 7,6% del 2016: c’è stato un incremento di 4,9 punti percentuali e una crescita percentuale del 184%. E come si traduce in metri? Il valore assoluto è che in Italia sono stati intaccati ormai 23.039 kmq. Le regioni più cementificate sono Lombardia e Veneto – che hanno consumato oltre il 12% del loro territorio – seguite dalla regione Campania, che oltrepassa il 10%, e dalle regioni Emilia-Romagna, Friuli, Lazio, Puglia e Liguria che si attestano tra l’8 e il 10%. In particolare il Report mette sotto lente d’ingrandimento gli ultimi sei mesi (novembre 2015- maggio2016) e si evince che in un semestre abbiamo perso 5.000 ettari (648 ha Lombardia, 563 ha Veneto) vale a dire 3 mq ogni secondo. Ma se vogliamo un paragone più concreto, sono valori pari a 200.000 nuove villette o 2.500 km di autostrada – in altre parole tre volte e mezzo l’autostrada del sole o la distanza tra Venezia e Mosca.

Turismo

È una lotta continua: turismo contro salvaguardia del territorio. Anche se il primo vive di bellezza estetica e cura del paesaggio, il rischio di depauperamento per sfruttare il richiamo economico del momento è sempre in agguato. La conseguenza è l’innesco di un meccanismo mordi e fuggi: il turismo rovina, rovinandosi, ossia i turisti scappano in un luogo più naturale di quello appena sfruttato.

Mare e Monti

La fotografia marina è questa: solo il 30% delle coste è rimasto nel suo stato naturale, il 50% è compromesso, l’80% delle dune è scomparso. Ma il cemento sale fino in montagna. Nell’Appennino, i comuni – che tra l’altro sono località a maggior rischio sismico – hanno visto negli ultimi 50 anni un’espansione urbana del 3% l’anno, occupando aree per un totale di circa 2.200 kmq. Sulle Alpi soffrono i fiumi: solo l’11% si salva da interventi artificiali. Non che tra le anse dei corsi d’acqua in discesa verso valle la situazione migliori: molte città hanno i fiumi tombinati, con effetti disastrosi durante le alluvioni. Abbiamo cementificato il 12% delle aree classificate a rischio frana e il 12% di quelle a pericolosità idraulica.

Strade

Noi italiani siamo incollati al sedile della macchina: l’Italia è seconda solo al Lussemburgo nella classifica europea della motorizzazione privata con 608 veicoli per 1000 abitanti, si spiega bene allora il perché le strade e le autostrade fanno salire dal 7,6% (dati Ispra 2016) al 10% il consumo del suolo in Italia.

Ma quanto ci costa il consumo di suolo?

Perdere il suolo significa perdere molte cose: lo stoccaggio e sequestro del carbonio, la qualità degli habitat, la produzione agricola, la produzione legnosa, la protezione dall’erosione, l’impollinazione, la regolazione del microclima, l’infiltrazione dell’acqua, la rimozione di particolato e ozono. E se tutto questo dovessimo quantificarlo in banconote? Gli scienziati dicono che i costi che abbiamo speso per perdita di servizi ecosistemici, tra il 2012 e il 2016, sono di 630-910 milioni di € l’anno.

Adesso che cosa si deve fare?

Si può cominciare con il rinaturalizzare le coste e i fiumi, in modo da limitare il rischio idrogeologico e ammortizzare i cambiamenti climatici in atto. E ovviamente oltre a una legge che limiti il consumo di suolo, sarebbe il caso che i Comuni adottassero una sorta di bilancio del consumo del suolo che si basi sul riuso di spazi ed edifici abbandonati prima di andare ad intaccare territori nuovi. L’Italia è piena di siti dismessi: prima di costruire ex novo, riutilizziamoli!

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Corrispondente dalla sua terra ligure. Approda a Giornalisti nell'erba dopo l'esperienza elettrizzante di inviato in "Expo Milano 2015". È laureato magistrale in Biologia a Milano. Gruppo sanguigno: giornalista ambientale e scientifico, ma ha scritto per diverse testate dalla cronaca, alla politica fino al settore ho.re.ca. Ama la natura sotto il pelo dell'acqua, con maschera e pinne, ma anche sopra, ottimo a dorso di cavallo. La comunicazione è l'ingrediente delle sue giornate. Collabora con Acquario di Genova (ha un passato da Whale watcher). Colazione rigorosamente focaccia e cappuccino. Appassionato di arte (debole per Caravaggio), bioetica, lettura e feste in spiaggia in buona compagnia. Contatto: g.vallarino@giornalistinellerba.it

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