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“Mamma, vado a fare un press tour”

“Che bello, e dove?”

“In un allevamento di polli”

“… In un… allevamento… di polli?!”

Mia madre non mangia pollo da cinquant’anni. Quando noi figli eravamo bambini lei e mio padre, cittadini trapiantati in campagna, praticamente vegetariani, ci regalarono un pollaio: un galletto per darci il buongiorno e tre galline che deponevano le uova in mezzo all’erba. Cercarle era un gioco bellissimo, e il pollaio serviva soltanto a quello. Gallo e galline, infatti, sono morti di vecchiaia.

Il viso di mia madre è una maschera di costernazione assoluta. Il pensiero che io, con questo background familiare, possa andare in viaggio d’istruzione in un allevamento di polli le toglie il fiato per qualche secondo. Per distrarla le mostro un video: polli che razzolano su vero prato, tra gli alberi, sotto il sole. “E’ il Campese Amadori, mamma – spiego. – Allevato all’aperto. L’azienda invita i giornalisti per far conoscere le sue politiche di sostenibilità”.

Mia madre si rianima un po’. I polli le piacciono molto, vivi. Io non sono vegetariana. Mangio poca carne. Mi rifornisco da produttori che conosco. Mi pongo il problema dell’impatto ambientale delle mie scelte alimentari. Però so che un pollo allevato con cura può essere un dono d’amore.

Sono molto curiosa di sapere se la Amadori pratica davvero ciò che vedo nel video. Ma in fondo neanch’io so bene che effetto mi farà un press tour in un allevamento di polli.

Con questo stato d’animo parto per la Puglia: la terra del pollo Campese è l’area nordovest della provincia di Foggia. Inverni miti e estati calde, poca umidità: il clima giusto per allevare i polli all’aperto. Nel 2001 la Amadori ha l’idea di dare una nuova dimensione all’allevamento a terra tradizionale, anche per rispondere a nuove esigenze dei consumatori.

Il Campese, ci spiegano, è una “genetica” selezionata, di origine francese, che presenta caratteri di rusticità: mobilità, pelle spessa, accrescimento moderato. Il risultato è un pollo che rappresenta “un buon compromesso fra tradizione, rusticità e commerciabilità”. Piumaggio colorato, cosce e fusi allungati, carne soda e “muscolosa”, perché gli animali fanno molto moto. Cento per cento italiano. Costa il 20-25% in più rispetto ai polli “convenzionali”. Per l’azienda, infatti, è il top di gamma.

Il plus, insieme alla “genetica”, è la tecnica di allevamento. Il “benessere animale” per cui Amadori ha vinto il premio Good Chicken 2012 assegnato da Compassion in World Farming (la maggiore organizzazione che si occupa di benessere degli animali da allevamento) nel caso del Campese è fatto di libertà di razzolare e di una serie di altre attenzioni che ci vengono fatte conoscere durante il press tour. Punto di forza del Campese, come del resto di tutti i prodotti Amadori, è la filiera integrata: l’azienda controlla direttamente ogni fase del ciclo produttivo, dall’uovo alla distribuzione della carne. Anche i mangimi sono prodotti nei mangimifici aziendali, con materia prima acquistata da produttori selezionati che possono garantire grani non ogm.  Tutti gli allevamenti sono certificati da CSQA, un ente di certificazione che verifica il rispetto della normativa di riferimento.

Oggi gli allevamenti di Campese nel foggiano sono 100 e producono 7 milioni e mezzo di capi all’anno. Li gestiscono proprietari legati ad Amadori da un contratto di soccida: Amadori è proprietario e fornitore di pulcini, mangime, medicinali, assistenza tecnica e sanitaria, e si occupa di vendita e commercializzazione del prodotto. L’allevatore cura e cresce gli animali e mette a disposizione la struttura, fatta in modo che i polli possano trascorrere metà della vita all’aperto. L’indotto lavorativo ha creato, in questi anni, occupazione per 100 persone. Il “progetto Campese” “si è rivelato un’ottima opportunità per l’integrazione del reddito di numerosi agricoltori pugliesi, e quindi un buon sostegno al sistema economico locale, che trae le sue maggiori risorse dal comparto agricolo”, spiega l’azienda. Concorda Alfredo Di Nardo, allevatore, che a inizio anni Duemila ha aperto il primo capannone, costato 250 milioni di lire, per integrare i guadagni agricoli in calo rispetto al passato: oggi ne ha 3. Il suo è il primo allevamento che visitiamo.

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Dopo il loro ventottesimo giorno di vita, i polli Campese Amadori vedono le aperture a vasistas dei loro capannoni sollevarsi tutte le mattine, con ogni condizione meteo, e possono decidere se uscire a becchettare trifoglio, loietto e more di gelso (la vegetazione nei dintorni dei capannoni) oppure se rimanere al coperto, come fanno quando piove o tira vento. Per metà della vita (le femmine vengono macellate a 56-57 giorni di età, i maschi più tardi) hanno a disposizione un metro quadro di giardino a testa. Pozzanghere comprese, dove qualcuno oggi bagna le zampe perché ieri ha piovuto.

Tiro un sospiro di sollievo: a mia madre potrò riferire senza mentire che qui e ora, a una certa distanza dal loro destino nella piramide alimentare, questi polli razzolano all’aria aperta, sono sereni e molto simili ai polli della mia infanzia.

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Dentro il capannone, niente gabbie. L’aria circola naturalmente, così come la luce (naturale).  Negli spazi interni non devono vivere più di 13 animali (o 27,5 chili di peso) per metro quadrato, come prescrive il Regolamento europeo 543/2008. Qui i polli trovano del mangime, che per scelta aziendale è del tutto vegetale e senza ogm: per il 70% cereali, poi soia, sali minerali e vitamine.  Gli antibiotici promotori della crescita non vengono somministrati ai polli Amadori già da prima del 2006, quando la normativa li ha vietati su tutto il territorio europeo. I medicinali – spiega Gabriele Turroni, tecnico Amadori – vengono somministrati in modo mirato, solo in caso di necessità. E per non farli entrare nella catena alimentare, se i polli hanno avuto bisogno di cure la loro macellazione viene ritardata in base al tempo di decadenza del farmaco.

Fatta conoscenza coi polli, il secondo giorno di press tour ci porta a contatto con le politiche di sostenibilità dell’azienda. Il Campese Amadori è lavorato con energie rinnovabili: per l’apertura dei capannoni e la distribuzione di acqua e cibo si utilizza il fotovoltaico e una quota di energia eolica ritirata in consorzio. Il secondo allevamento di Campese che visitiamo ha il fotovoltaico sul tetto del capannone, come altri allevamenti della zona. E lo stabilimento di Mosciano Sant’Angelo (Teramo), dove i polli vengono lavorati, è certificato per l’utilizzo esclusivo di energia verde.

Le politiche di sostenibilità di Amadori non riguardano solo il Campese: “Il 50% dell’energia elettrica utilizzata dall’azienda proviene da fonti rinnovabili, e ne utilizziamo tanta”, dice Francesca Amadori, responsabile corporate communication del “mondo pollo” Amadori e nipote del “capofamiglia nonché presidente” dell’azienda, il signor Francesco.

Amadori investe direttamente nella produzione di energia green, con pannelli fotovoltaici sui tetti di allevamenti di proprietà (17 milioni di investimento negli ultimi 5 anni). Pannelli solari anche sul tetto della nuova sala taglio di Cesena (30 milioni di investimento). Il gruppo ha partecipato alla costruzione di campi eolici e fa parte di un consorzio di autoproduzione. Nelle politiche di risparmio energetico si inquadra la cogenerazione, produzione contemporanea di energia elettrica e calore con l’utilizzo di gas, per cui sono stati investiti 6,5 milioni di euro tra gli stabilimenti di Cesena e Teramo. E’ una soluzione virtuosa viste le dimensioni dei consumi energetici Amadori: “l’utilizzo di un’unica fonte per la doppia produzione consente di risparmiare il 20% sulle fonti che servirebbero per acquisire le due cose separatamente dalla rete”, spiega Michele Noera, energy manager dell’azienda.

Gli scarti di produzione vengono il più possibile riutilizzati: una parte va a comporre le farine per i mangimi di cani e gatti; il restante viene intercettato prima di finire nel depuratore e avviato all’impianto di biodigestione per essere trasformato in biogas, che a sua volta “fa” energia termica ed elettrica.

Uno stabilimento consuma qualche milione di metri cubi d’acqua al giorno. Una cifra enorme che si cerca di contenere sia in termini di metodi di lavaggio che vigilando per eliminare gli sprechi. Un ruolo importante ce l’ha il recupero dell’acqua, là dove gli usi lo consentono: il 45% di acqua dello stabilimento di Cesena è riutilizzata, e l’azienda ha in corso progetti per l’impiego di acqua di superficie anziché di acqua di falda: ad esempio il collegamento con il canale emiliano-romagnolo, la cui acqua – proveniente da Po – sarà depurata e potabilizzata in azienda. Non tutta l’acqua è uguale, ma la risorsa è sempre preziosa, e dove è possibile (ad esempio per la pulizia degli spazi esterni degli stabilimenti) viene riutilizzata.

L’attenzione alla sostenibilità si estende anche alla logistica e ai trasporti (per esempio con la scelta di utilizzare il trasporto in nave verso le isole), risparmiando 3 milioni e 500mila chilometri con un calo di 2100 tonnellate annue di CO2 per mezzo. Razionalizzando consegne e percorsi si risparmiano 10 milioni di chilometri e 6600 tonnellate annue di CO2.

Anche nell’azienda avicola, insomma, sanno quel che i Giornalisti Nell’Erba hanno scoperto con Si fa presto a dire green: orientarsi alla sostenibilità è ormai inevitabile, anche perché conviene. E se è impossibile conseguire una sostenibilità totale, la consapevolezza del proprio impatto e la ricerca di soluzioni e buone pratiche per contenerlo sono da promuovere e apprezzare.

Per chiudere il cerchio, al ritorno dal press tour so che mia madre resterà vegetariana. Dal suo punto di vista, tutto il benessere animale possibile sfuma di fronte al fatto che un pollo debba finire in pentola. Io sono consapevole del grande tabù che la macellazione rappresenta, però non diventerò vegetariana. Non so se il Campese sia frutto di un gesto d’amore come il pollo allevato dal mio vicino di casa. Ma sono stata contenta di sapere che esistono allevamenti che fanno uno sforzo per essere il più possibile sostenibili ed etici. Essere consapevoli è fondamentale. Vale per le aziende e anche per i consumatori.

Qui per saperne di più sui polli Campese e seguirli via webcam in tre allevamenti.

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Ilaria Romano

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