20160406_163922Perugia 6 aprile 2016 – C’è chi si schiera pro, paragonandoli a dei supereroi, chi contro, considerandoli come dei mostri. All’estero se ne discute e si fa ricerca su di loro, in Italia è vietata da una legge del 2001. Gli organismi geneticamente modificati (OGM) sono il tema di un confronto tra genetisti e giornalisti al festival del giornalismo. Argomento difficile, che ha destato varie problematiche nel nostro Paese: come trattarlo? quali gli errori d’informazione, se ce ne sono stati? Perché non se ne riesce a parlare pacatamente?

Secondo i relatori Beatrice Mautino, biotecnologa e giornalista, e Michele Morgante, genetista all’Università di Udine, bisogna partire dalla definizione formale e legale, che forse crea confusione a chi fa e chi riceve informazione. Per entrambi, gli OGM non sono tanto diversi dai prodotti figli di innesti, ossia da tutti quei vegetali che nel tempo gli agricoltori hanno modificato, nel DNA, per ottenere maggiore varietà di piante e migliorarne la resa. Lo hanno sempre fatto i contadini, con metodo empirico. Oggi lo fanno i ricercatori, pubblici o privati, a seconda delle leggi degli Stati.

E’ un problema mediatico, dicono i relatori. Un esempio d’impatto lo fa Mautino. “Provate a chiedere a chiunque cosa preferisce tra una mela ottenuta tramite unione di due specie – e magari anche con uso di pesticidi – e un piatto di riso brevettato da una multinazionale. Certamente sceglierà il frutto. Solo che in questo caso l’ogm è proprio la mela”.

“I brevetti possono essere ottenuti dalle multinazionali o anche dalla ricerca pubblica”, spiegano. E i prodotti, ogm o no, possono essere trattati con pesticidi oppure, se riescono, possono difendersi da soli. Cosa è meglio?” chiede Morgante al pubblico.

I timori dell’opinione pubblica, secondo Mautino, nascono da un “errore” originario dell’informazione, un errore che l’umanità spesso fa quando si trova davanti cose nuove, anche rivoluzionarie. Gli ogm sono stati presentati come distruttori di piantagioni e terreni, mentre le industrie, le multinazionali, hanno fatto credere che avrebbero risolto la maggior parte dei problemi dell’umanità legati all’alimentazione, non mantenendo però le aspettative. “Chi ha perso dalla legge del 2001 è stata la ricerca italiana”, dicono. I brevetti, le innovazioni, sono appannaggio di aziende e ricercatori di altri paesi. E in Italia “viviamo un paradosso: non si può fare ricerca su ogm, ma possiamo spendere notevoli cifre per l’importazione dei prodotti ogm che mangiamo di fatto ogni giorno”.

“Il vero problema dell’informazione – sostiene Morgante – è il non riuscire a colmare la distanza tra scienza e cittadino. In mezzo alle due parti ci sono stati errori di tanti. Partendo dagli esperti nel settore, i genetisti sono intervenuti nell’informazione troppo tardi e le loro azioni erano di fatto limitate dalla paura di attirarsi le antipatie dei finanziatori delle ricerche. Anche per quanto riguarda il compartimento alimentare c’è stato un problema di tempistica nello spiegare perché servivano quei prodotti. In questo caso la politica italiana non ha percorso buone strade facendo prevalere la soggettività sull’oggettività e senza cercare di promuovere la rinascita della genetica italiana che prima del 2001 era tra le migliori al mondo”. Infine, si arriva ai giornalisti che, anche se in parte giustificati dalla difficoltà nel trovare fonti attendibili, “si sono lasciati trasportare, come spesso fanno, dalla fantasia, nella formulazione di tesi lontane – più empatiche che concrete – da ciò che può essere scientifico”.

Al panel si è parlato poco di un altro aspetto della questione, quella dei possibili danni alla biodiversità. E’ sempre in agguato il rischio di “contaminazione” tra ogm e non: le piante si riproducono usando l’aria e il loro dna può raggiungere facilmente quello di altre specie. Ma a questa domanda, la risposta dei relatori resta su un vago “basta tenerle a debita distanza”.

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