Una chiacchierata con Guido Meda, vicedirettore di Sky Sport, responsabile della redazione motori e telecronista della MotoGP su Sky, che accende le domeniche pomeriggio degli italiani e li porta “tutti in piedi sul divano” con la sua passione e i suoi tormentoni.

Tanti gli argomenti trattati, dal tema caldo delle nuove regole fino a suggerimenti per intraprendere questa professione.

Il tema caldo della MotoGp sono le regole e le loro applicazioni. Soprattutto nell’ultima gara si è vista un po’ di confusione nella loro applicazione e nelle relative sanzioni. Con i media che ricollegano tutto al duello Marquez-Rossi e molti italiani che da casa vedono favoritismi nei confronti degli spagnoli dettati, forse, da interessi economici. Qual è la tua lettura della situazione attuale? 

Non vedo nessun tipo di favoreggiamento nei confronti di nessun pilota in particolare. Direi che tutta la questione tra Rossi e Marquez è rappresentabile in una lotta tra generazioni: lo spagnolo, e come lui tutti i piloti della nuova generazione che stanno crescendo, ha innalzato diverse asticelle. Oltre ad aver migliorato le prestazioni in velocità ed in agilità, è andato a toccare anche il valore del fair play portandosi ad interventi al limite della correttezza, caratterizzati da molta più sfrontatezza e noncuranza del pericolo. Nella gara in Argentina il regolamento è stato applicato alla perfezione. Per quanto può sembrare strano anche la partenza con Miller davanti e tutti gli altri dietro è qualcosa scritta nel regolamento. Il problema è che sono scritti i divieti, ma non sono scritte nel dettaglio le relative sanzioni: così si sa che non si può andare contromano neanche alla partenza, ma non sono esplicitate le sanzioni che doveva ricevere Marquez.

Durante la conferenza hai parlato di esperienza, passione, conoscenza del mestiere, saper vivere nel paddock e tanto altro. Quale è il vero segreto con cui Meda è diventato la voce della MotoGp? 

La passione e tutto quello che hai detto, sicuramente contano tantissimo per riuscire a fornire un buon prodotto a chi deve ascoltarti e guardarti. Non c’è però un vero segreto dietro il mio successo, se non quello di riuscire ad essere esattamente il vero me in telecronaca. Dico quello che penso e mi comporto come mi viene naturale da amante del motociclismo e cerco di trasportare questa mia passione senza finzioni, facendo un racconto piacevole per tutti e per me in primis.

Come si riesce a far diventare uno sport di nicchia un qualcosa di popolare, anche attraverso i propri racconti? 

Innanzitutto bisogna avere un campione fuori dal comune che riesce a coinvolgere tutti. Come è stato per lo sci ai tempi di Tomba che aveva aumentato molto il seguito di quello sport, così è per il motociclismo con Valentino Rossi che da 25 anni ormai si aggira sempre in posizione podio. Se non fosse per certi fenomeni sarebbe difficile fare interessare tanta gente a determinati sport. Poi, se mi dicono che sono serviti anche i miei racconti ne sono molto felice, però prima di tutto bisogna avere questi sportivi che ti aiutano nel commentare le loro imprese.

Il mondo del giornalismo è un mondo che oggi, anche a detta di grandi giornalisti, è molto serrato per i giovani che coltivano questa passione. Come si può a fare a raggiungere un livello alto come il tuo? 

Sicuramente oggi è molto difficile riuscire ad emergere, ma i modi sono sempre i soliti due: o si ha qualcosa che ti rende più bravo della norma o, come nel mio caso (con grande umiltà, ndr), si ha una buona dose di fortuna. È come quando ai giovani si scoraggiava la scelta di medicina come università perché già c’erano tantissimi medici. Ma quanti di quei tanti medici sono veramente bravi? Se uno ha un talento ed è portato per quello che vuole fare sarà sempre premiato. Nella mia redazione se mi trovo un giovane con una marcia in più rispetto agli altri, sono disposto anche a fare carte false per averlo.

Passando dal motociclismo al calcio, se ti fossi trovato a commentare il rigore di Benatia che è costato la qualificazione alla Juventus, come lo avresti fatto? 

Il verso non te lo rifaccio ora, eh! (ride, ndr). Diciamo che è una situazione critica perché oggi l’Italia è divisa in due, tra chi dice che era rigore e chi dice che non era rigore. Io da interista e da sportivo oggettivo dico che era rigore perché tocca la palla, travolge l’avversario e con la gamba colpisce il costato. Però mi è dispiaciuto dal punto di vista umano e mi sono ritrovato nelle parole di sconforto di Buffon quando ha detto che è un peccato fischiare un rigore così alla fine di una partita dominata dalla Juventus e che l’arbitro ha un cestino dell’immondizia al posto del cuore. Non mi sarei voluto trovare nella situazione di quei telecronisti, già mi basta commentare le liti tra i piloti della MotoGp e il calcio lo posso lasciare agli altri tranquillamente. (ride,ndr)

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