Nel 301 d.C., l’imperatore romano Diocleziano scoprì a sue spese che non si può sperare di imbrigliare il mondo reale entro un sistema di regole imposte dall’alto ma non condivise dalla società: impose dei calmieri sui prezzi, col risultato che per qualche tempo l’inflazione apparve ufficialmente debellata ma la vera vita economica si trasferì in uno spazio diverso e illegale, nel mercato nero, con danni molto maggiori di quelli a cui si voleva rimediare. 

Questa lezione è alla base dell’alchimia che ha consentito l’Accordo di Parigi del 2015 – imperniato su contributi che ciascuno Stato determina volontariamente, invece che su vincoli preordinati a tavolino. La stessa alchimia si è ripetuta alla recente CoP di Katowice: ne è emerso un “prontuario applicativo” non privo di progressi e miglioramenti tecnici, per certi aspetti persino obbligatorio; ma anche un testo ove ogni questione controversa è stata superata rimettendola al “ciascun fa ciò che può” (si veda la sintesi di Giornalisti Nell’Erba) in attesa di tempi più favorevoli.

Scoraggiante? Forse; o forse un passo in più nel riconoscere la realtà di un mondo dove non è possibile “calmierare” le emissioni di CO2 con provvedimenti dall’alto, e in cui ciascuno fa quel che può e gli conviene. E – malgrado le apparenze – non è una cattiva notizia, perché l’emulazione volontaria al rialzo fra le varie nazioni ed economie farà emergere una verità: sostenibile conviene – anche all’economia reale – e chi si tiene fuori dal gioco ancorandosi a interessi effimeri – le mie miniere, la mia industria automobilistica, ecc. – non fa altro che emarginarsi e restare indietro nell’innovazione. Autoescludersi proprio da quell’innovazione che crea competitività ed espansione pulita del ciclo economico. Più che una maggior consapevolezza dei pericoli che corre il pianeta, è proprio il timore di perdere il treno dell’innovazione e della competitività che ha sospinto, ad esempio, la divaricazione fra le politiche ambientali del Governo Federale USA e quelle promosse da Stati e Contee che raccolgono circa l’80% degli americani. Certo, vogliono fare la loro parte per proteggere la biosfera; ma soprattutto non vogliono indugiare e incagliarsi in un’economia superata dagli eventi.

Per un funzionario pubblico come me, parlare bene del proprio Governo è sospetto; ma si sa che non ho mai avuto peli sulla lingua. E quindi – concedetemi una nota personale – il momento di maggior sollievo per me in una CoP stressante è stato ascoltare il nostro Ministro dell’Ambiente, Costa, alludere alla necessità di puntare sull’impresa. Finalmente si è compresa la vera posta in gioco.

Sostenibile conviene, e conviene soprattutto a un paese come l’Italia che racchiude più biodiversità di qualunque altro in Europa, e ove questa si integra con una porzione inaudita del patrimonio storico, artistico e culturale dell’umanità: si dice che ne deteniamo più del 50%. Ma vediamo i fatti.

Molti centri di studio assai diversi fra di loro – think tank, centri di pianificazione strategica dei governi, università – applicando metodologie differenti e modelli tratti da varie discipline, convergono nel metterci in guardia su una scadenza planetaria, il 2030. Vi sono serie ragioni per ritenere che in quel periodo, se nulla cambia, varie linee di degrado ambientale e i loro impatti localizzati ora in vaste ma separate aree più fragili del pianeta possano saldarsi in un’unica grande dinamica di “destabilizzazione sistemica” su scala planetaria. In pratica, un pianeta dove non vorremmo vivere.

Un libro, in Italia, aveva riflesso questo allarme: “2030, la tempesta perfetta” (Rizzoli) pubblicato nel 2012 da Gianluca Comin e Donato Speroni. Comin e Speroni fanno presente che nei prossimi 40 anni serviranno 2 miliardi di nuovi posti di lavoro, ma contemporaneamente le riserve energetiche si andranno esaurendo, l’acqua diventerà un bene sempre più prezioso, il pianeta continuerà a riscaldarsi e sarà colpito sempre più spesso da grandi catastrofi naturali. Ricorrendo agli apporti di diverse discipline, dall’economia alla politica, spiegano quindi come nel 2030 i problemi che oggi cominciano a manifestarsi potrebbero combinarsi in una  «tempesta perfetta» di impatto globale. Ma dal 2012, i contorni del problema si sono andati confermando e precisando.

Sul piano ambientale, risale a ottobre scorso l’ultimo Rapporto speciale del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (IPCC) identifica rischi molto alti se solo raggiungiamo  un aumento di temperatura di 1,5 °C. e (oggi siamo a circa 1 grado rispetto alle medie preindustriali) e che se il riscaldamento continua al ritmo attuale, il fatidico +1,5 °C sarà raggiunto tra il 2030 e il 2050. Si prevede allora un aumento della temperatura media nella maggior parte delle regioni terrestri e oceaniche, ed episodi meteorologici più violenti (caldo estremo, forti precipitazioni e siccità), impatti sulla biodiversità e sui mari a cui sarà difficile adattarsi. Inoltre, diverrà concreto il rischio di cicli cumulativi che possono portare a un riscaldamento catastrofico entro la fine del secolo.

Questo aspetto è stato dettagliato lo scorso agosto nello studio intitolato “traiettorie del sistema Terra nell’Antropocene” che proietta un’elevata probabilità di innescare una “hothouse Earth”, cioè una “Terra forno autoriscaldante”. Un gruppo internazionale di scienziati individua dieci cicli cumulativi e punti di mutazione che si apprestano a sospingere il pianeta verso un rapido aumento della temperatura media: un aumento che è probabile si assesti intorno a ingestibili 4 o 5 gradi centigradi.  Questi sono: scongelamento del permafrost, emissione di idrati di metano dai fondali oceanici, indebolimento dei pozzi di carbonio (prevalentemente boschi e foreste), aumento della respirazione batterica nei mari, morte della foresta pluviale amazzonica, indebolimento della foresta boreale, riduzione del manto nevoso nell’emisfero settentrionale, scomparsa del ghiaccio in estate nel Mare Artico e riduzione della banchisa ghiacciata marina antartica e delle calotte polari. Johan Rockstrom, leader dello studio nonché ex direttore esecutivo dello Stockholm Resilience Centre sottolinea come “questi punti di non ritorno possono potenzialmente comportarsi come una fila di tessere di un domino: una volta che una viene spinta, spinge la Terra verso l’altra, può essere molto difficile o impossibile fermare l’intera fila del domino. Se la ‘Hothouse Earth’ diventerà realtà diversi luoghi sulla Terra diventeranno inabitabili”.

Ad esempio, per capire: il riscaldamento globale causato da noi autoproduce sempre più riscaldamento perché fa fondere i ghiacci; infatti, i ghiacci sono bianchi e riflettenti e quindi rispediscono nello spazio molta radiazione solare, e se invece spariscono non lo fanno più e il calore aumenta, con la conseguenza che si fondono distese ghiacciate ancora maggiori in un ciclo crescente e in costante accelerazione.

Ma opera anche una seconda valanga cumulativa, che è addirittura peggiore e riguarda noi: la distruzione della natura riduce le risorse e ci induce quindi a combatterci l’un l’altro per accaparrarci quel che rimane, ovvero ci spinge a un comportamento che distrugge la natura ancora di più, anche in questo caso delineando lo spettro di una devastazione crescente di cui diveniamo attori e nel contempo vittime e che si autoalimenta in un ciclo dai ritmi sempre più accelerati.

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  1. Monica Bruni
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    Io penso che ognuno debba fare la propria parte cone la Corea: no morte,egualità e politiche attive rivolte a un popolo che comprende benissimo i rischi che corre, quello Europeo. Ce ne sono. Poi posso anche citarla. La Famiglia, L’ambiente, il Lavoro di tutti, per ogni giorno, generò e genera migliori condizioni (12 Gennaio 2018)

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