Quando si è capito che la sua sostenibilità (poca terra, tanto prodotto) era soprattutto economica, le grandi industrie alimentari hanno puntato sull’olio di palma per risparmiare su una importante materia prima e i coltivatori di alcuni paesi come Malesia, Indonesia, Brasile, Argentina, dove il clima è favorevole, hanno cominciato a bruciare foreste per far posto ad una coltivazione che è divenuta molto importante nella crescita economica nazionale (PIL). Ma le foreste vanno preservate. E gli incendi causano danni immensi. A tutti.

E’one-third-carbon la deforestazione, l’ambito che più rende “cattivo” l’olio di palma (come tanti altri prodotti di largo consumo). Provoca morti: solo nel 2015, secondo uno studio delle università di Harvard e Colombia, più di 100 mila perone hanno perso la vita a causa degli incendi nel sud est asiatico. I roghi, e i fumi che hanno invaso anche i paesi confinanti, hanno provocato 500 mila casi di infezione alle vie respiratorie, quasi 50 milioni di persone esposte ai fumi. Secondo lo studio, le persone che sono morte prematuramente a causa di quegli incendi sono oltre 90mila in Indonesia, più di 6mila in Malesia e 2.200 a Singapore.
“Le torbiere su cui si sviluppano questi incendi contengono materiale organico combustibile e rilasciano in atmosfera grandi quantità di polveri sottili come i PM 2.5, cioè il principale fattore globale di mortalità legata all’inquinamento dell’aria”
, si legge. Ma il numero delle persone colpite potrebbe essere addirittura maggiore, visto che la ricerca si è concentrata solo sugli adulti. Il ministero della Salute dell’Indonesia ha rispedito le accuse, sostenendo che le cifre elaborate dallo studio “non hanno senso”. Secondo le autorità indonesiane, i morti sarebbero 24.

Bruciano foreste, bruciano torbiere. E le torbiere, in particolare, sono territori impregnati d’acqua e materia organica, su cui crescono foreste o i mangrovieti. Le torbiere, per essere convertite in coltivazioni, devono essere drenate. Si seccano, diventano facili a prender fuoco, liberano enormi quantità di CO2 e metano, entrambi gas a effetto serra (secondo una ricerca recente, il drenaggio libera il doppio di anidride carbonica rispetto alle stime ufficiali, circa 20 tonnellate di carbonio l’anno rispetto alle 12 ipotizzate nei rapporti dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc). In teoria, in Indonesia sarebbe vietato drenare e bruciare le torbiere, ma molte compagnie produttrici di olio di palma (come la IOI, già nel mirino di svariate denunce) non sembrano demordere. Così almeno dice il rapporto di Greenpeace del giugno 2016: l’area dove la IOI ha esteso le sue piantagioni a scapito dell’ecosistema locale è il Ketapang, nella provincia indonesiana del West Kalimantan. È una regione di torbiere, protetta dalla legge.

Il controllo non basta, nonostante Greenpeace e RSPO abbiano censurato e congelato temporaneamente la certificazione di sostenibilità di IOI. Nel Ketapang circa un terzo dell’intera area è bruciata nel corso del 2015, come rivelano le foto dai satelliti. “Il drenaggio delle torbiere aumenterà degrado, subsidenza e rischio di incendi ben al di là dei confini delle concessioni, danneggiando le foreste rimanenti e la biodiversità – scrive Greenpeace – La degradazione della torba e gli incendi sono le principali fonti delle emissioni di CO2 dell’Indonesia».

Perché salvare le foreste 

natural-forests-captureLe torbiere e i terreni ghiacciati dell’area boreale sono il più grande deposito di carbonio esistente al mondo: assorbono più del doppio di tutta la biomassa presente nelle foreste a livello globale. Le torbiere tropicali, egli ultimi 100 anni, hanno invertito la loro preziosa funzione di deposito di carbonio e, paradossalmente, si sono trasformate in emettitrici di CO2, grazie al taglio indiscriminato delle foreste palustri, il drenaggio delle torbiere e la loro conversione per lo sfruttamento agricolo a livello industriale (es. piantagioni di palma da olio e acacia). Tale fenomeno sommato alle emissioni su larga scala dovute all’uso di combustibili fossili e alla deforestazione ha determinato l’incremento globale delle emissioni di CO2 ed altri gas serra.

La foresta è parte fondamentale dell’ecosistema, fornisce ossigeno per la sopravvivenza degli esseri viventi, cibo per gli erbivori, rifugio per una buona parte del mondo animale selvatico. Gli ecosistemi forestali combattono la desertificazione, sono essenziali per la disponibilità di acqua dolce (un quinto di tutta l’acqua dolce del pianeta scorre nel solo bacino fluviale amazzonico), intercettano le precipitazioni e trattengono umidità, favorendo in questo modo la formazione di nubi e, quindi, le precipitazioni. Stabilizzano il clima e danno un contributo in negativo al surriscaldamento globale, assorbendo anidride carbonica e fungendo da depositi naturali di carbonio.

Affondando le radici nel suolo e rallentando lo scorrimento dell’acqua in superficie, boschi e foreste aiutano a prevenire l’erosione del suolo, smottamenti, inondazioni e valanghe. Pensiamo un attimo a cosa accade in Italia: la deforestazione ha causato indirettamente, dal dopoguerra, quasi 1500 morti, sono costati una ventina di miliardi di euro. Il 4,5% del territorio nazionale è considerato a rischio di frana, e il 4,4% a rischio di alluvione.

Clima

Il 12% delle emissioni si devono alla deforestazione. In compenso, le foreste assorbono circa 300 miliardi di tonnellate di anidride carbonica, ovvero 40 volte le emissioni di gas serra che ogni anno disperdiamo in atmosfera a livello globale. Inoltre raffrescano: attraverso l’ombra delle loro chiome e il fenomeno di evotraspirazione, gli alberi raffreddano il nostro pianeta, contrastando il riscaldamento globale. Circa un terzo delle più grandi città del mondo ricava una quota significativa della propria acqua potabile direttamente dalle aree boschive protette.

In 25 anni però abbiamo perso il 10% delle terre incontaminate, con gravissimi danni per la biodiversità e per la lotta ai cambiamenti climatici. Ma, se il mondo ha perso un’area forestata pari alla superficie del Sudafrica, il tasso di deforestazione è diminuito del 50% dal 1990 ad oggi. Nonostante questo, continuiamo a perdere aree verdi ai tropici, soprattutto in Africa e Sud America.

La perdita di alberi nei paesi tropicali riguarda nove volte su dieci piante provenienti da foreste naturali, non da piantagioni. Lo dice un’indagine del World Resources Institute, condotta insieme alla ONG russa Transparent World. La ricerca ha prodotto una serie di mappe, che per la prima volta permettono ai ricercatori che monitorano le foreste di distinguere tra la copertura arborea naturale e le piantagioni di olio di palma, gomma o alberi da legno.

Di deforestazione si parla ovviamente anche alle Conferenze mondiali sul clima dell’Onu. A COP22 a Marrakech, nell’ottobre scorso,  Helen Clark, amministratore del Programma di sviluppo delle Nazioni Unite (UNDP) ha spiegato che “le foreste sono una delle più grandi e la maggior parte delle risposte di costo-efficacia che abbiamo per il cambiamento climatico. I paesi, la società civile, il settore privato e le popolazioni indigene stanno lavorando con forza insieme per proteggere le foreste per limitare il riscaldamento globale al di sotto dei 2 ° C  rispetto ai livelli pre-industriali, in linea con gli obiettivi dell’accordo di Parigi”. Foreste più sane e protette aiutano non solo a combattere il cambiamento climatico, macontribuiscono anche a molti altri obiettivi di sviluppo globale, fornendo cibo, reddito, carburante e riparo”, ha detto René Castro Salazar, vicedirettore generale per le Foreste della Food and Agriculture Organization delle Nazioni Unite (FAO). “L’obiettivo Fame Zero del SDGs non può essere raggiunto entro il 2030, senza affrontare il cambiamento climatico, e il cambiamento climatico non può essere affrontato senza riuscire a gestire le foreste del pianeta in modo sostenibile. Deforestazione e degrado forestale attualmente contribuiscono fino al 12 per cento delle emissioni di anidride carbonica – più di tutto il settore del trasporto combinato. Le foreste potrebbero contribuire in modo significativo alla soluzione del clima nei prossimi decenni“.

Sia allevamento che agricoltura sono fonti di gas serra. Si stima che entrambi i settori, insieme, siano responsabili del 47% delle emissioni antropogeniche di metano e del 57% delle emissioni di N2O.  L’impatto maggiore è dovuto alle emissioni di N2O dal suolo (circa il 38% delle emissioni totali del settore agroalimentare), causate dai fertilizzanti (sia per uso umano che per sfamare il bestiame), al secondo posto, con il 32% le emissioni di metano del bestiame dovute alla fermentazione enterica dei ruminanti. Sono invece dovute per il 12%  alla cosiddetta biomass burning, ossia agli incendi provocati per pulire i campi dalle sterpaglie, oppure per convertire aree forestali in terreni agricoli L’11% delle emissioni dei settori agroalimentari è dovuto alla coltivazione di riso (che emette N2O e metano in atmosfera) e il resto è dovuto a varie cause, soprattutto legate al rilascio di metano dal suolo conseguente alla fertilizzazione (dal Rapporto IPCC 2007).

Biodiversità

I dati rivelano che in Brasile, Colombia, Liberia e Perù, oltre il 90% degli alberi cancellati nel 2013 e 2014 provenivano da foresta naturale. Secondo Rachel Petersen, analista del WRI, tutto ciò è “sorprendente e un po’ inquietante, e ci mostra quel che è in gioco in questi quattro paesi”. Petersen chiarisce che le foreste naturali danno molti più benefici al clima, l’acqua e la biodiversità di quanto facciano le piantagioni artificiali. Una foresta naturale è un complesso sistema con capacità autorigenerative, un microclima complesso e una grande varietà di piante e animali. Nelle piantagioni intensive, al contrario, trionfa la monocoltura e il trattamento con fertilizzanti e pesticidi che uccidono l’ecosistema. Le piantagioni di alberi si distinguono in genere dalle foreste naturali perché sono disposte su linee geometriche. Vi è qualche controversia sul significato del termine “piantagione di alberi”, dal momento che alcune si fondono tra loro o con le foreste naturali. I ricercatori hanno deciso di utilizzare la definizione della FAO di «foreste piantate» per distinguerle da quelle naturali. Ormai, queste coltivazioni costituiscono il 7% della copertura forestale del mondo, secondo i ricercatori. Le mappe coprono 45,8 milioni di ettari di piantagioni in Brasile, Cambogia, Colombia, Indonesia, Liberia, Malesia e Perù. In particolare, quasi un terzo della superficie della Malesia è coperto da piantagioni intensive, che in Indonesia occupano invece il 13% del territorio. A dominare è la coltivazione di palma da olio, seguita dalla gomma.

 Indonesia e Malesia

I produttori leader dell’olio di palma sono Indonesia e Malesia. In Indonesia la deforestazione è stata così rapida che il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP) nel 2007 ha dichiarato che, se non si fosse arrestato il processo, avremmo rischiato di perdere tutte le loro foreste entro il 2022.  Dal 2000 al 2012, l’Indonesia ha  perso oltre 6 milioni di ettari. E l’Indonesia è così diventata il terzo paese al mondo per emissioni di gas serra, dopo Stati Uniti e Cina. Le piantagioni di palma da olio che crescono all’interno di zone protette. Il governo Indonesiano ha stabilito una moratoria di due anni sui nuovi permessi di deforestazione.

La Malesia ha stabilito per legge che almeno il 50% del territorio nazionale debba restare coperto da foreste (la percentuale di Europa e USA è di circa il 20%), mettendo un limite allo sfruttamento indiscriminato del suolo: la produzione, quindi,  deve espandersi qualitativamente, aumentando la resa grazie alle innovazioni link inter a ministra malese. La Malesia produce e consuma olio di palma per alimenti già da tempo e le tecnologie olearie e oleochimiche oltre alle innovazioni tecnologiche consentono di sfruttare le piantagioni di palma da olio già esistenti. Secondo la Banca Mondiale,  il 63% del suolo malese è ancora coperto da foreste naturali.  Questa industria è una delle maggiori fonti di lavoro: il 40% delle piantagioni è di proprietà di più di 300 mila piccoli agricoltori.

Contraddizioni? La scienza nasce dalla coltivazione del dubbio

Salvare le foreste, come si è detto, è fondamentale anche per l’obiettivo di contenimento del surriscaldamento globale e per quello di salvaguardare la biodiversità. Ma neppure questo pare sia troppo “vero”.

Bilancio di carbonio. Accade però anche che in un recente studio  presentato da Ni’matul Khasanah ed altri ricercatori per World Agroforestry Centre (ICRAF) si legga: “nessun cambiamento nello stock di carbonio nel suolo sotto piantagioni di palma da olio derivate da foreste o non foreste in Indonesia”. Il 15% delle piantagioni di palma sorge su suoli torbieri. Per quanto riguarda il restante 85%, “poco si sa circa i cambiamenti di carbonio nel suolo causati da produzione di olio di palma” – si legge. “Alcuni sostengono che la quantità di carbonio immagazzinato nei suoli aumenta, soprattutto se si trattava praterie convertite a palma da olio. Altri sostengono che la quantità diminuisce, soprattutto se l’olio di palma è su un terreno precedentemente boschivo. Lo studio fornisce alcune risposte. “Utilizzando una serie di dati di 25 piantagioni stratificate in tutti i principali ambienti in cui l’olio di palma è coltivato in Indonesia” i ricercatori arrivano alla conclusione che “i dati non sostengono né ipotesi di cambiamenti positivi né negativi”.

Sia derivato da foresta o altri tipi di uso del suolo, sia gestito da piantagioni su larga scala o piccoli proprietari, la variazione netta di carbonio nel suolo nei 25 anni di ciclo di vita della palma è pari a zero – continua Khasanah – Il diavolo è sempre nei dettagli. Ci sono quattro zone di gestione in una tipica piantagione di olio di palma: alcune di queste ricevono un sacco di rifiuti fuori terra e quindi sono arricchite con carbonio nel suolo e sviluppano una struttura del suolo più spugnosa; altri sono compattati e perdono carbonio del suolo, ad esempio nei percorsi di raccolta. Il nostro studio ha dovuto applicare diversi fattori di correzione per tenere conto della variazione di profondità di campionamento effettiva che è il risultato delle variazioni di densità apparente del suolo. Studi precedenti non  applicano tali correzioni in modo coerente e questo può spiegare i risultati divergenti”.

Biodiversità al contrario. In un altro recente studio coordinato dalla Sapienza in collaborazione con università e centri di ricerca di Berlino, Brno, Parigi e Amsterdam e pubblicato sulla rivista Biological Conservation e riportato in un articolo del giornalista scientifico Sergio Ferraris, invece, si mette in dubbio la necessità di afforestare, ovvero creare foreste, in Europa. L’aumento delle foreste non dà i risultati sperati. Molte delle attuali politiche ambientali, infatti, si basano sull’assunto che l’aumento della superficie boschiva possa mitigare il cambiamento climatico attraverso il sequestro di carbonio, e al tempo stesso sostenere la biodiversità, ma un recente studio internazionale, coordinato dalla Sapienza di Roma, sembra però far emergere un altro dato, ossia che le politiche di afforestazione della Ue contribuiscano solo marginalmente a mitigare il cambiamento climatico. “Le pratiche europee sostengono l’espansione della superficie delle foreste come strumento per compensare le emissioni di CO2 derivanti dalla deforestazione e dall’uso di combustibili fossili. -dice Sabina Burrascano, biologa della Sapienza e primo autore dello studio – Però questa estensione avviene spesso a discapito di praterie semi-naturali gestite estensivamente, che a livello europeo, hanno una grande importanza per la conservazione della biodiversità”.

Lo studio mostra come tra il 1990 e il 2015, nel territorio dell’Unione europea (EU-27) la superficie forestale è aumentata complessivamente per circa 12,9 milioni di ettari. “Dalla nostra ricerca sembra emergere il paradosso che, attraverso le attuali politiche, l’Unione Europea possa finanziare da una parte il mantenimento di queste praterie in alcune aree e contemporaneamente la conversione in foreste di praterie simili in altre aree. – prosegue Sabina Burrascano – Di fatto, però, insistere sulla afforestazione può comportare un sostanziale declino della biodiversità e dei servizi ecosistemici legati alle praterie semi-naturali e contribuire solo marginalmente agli impegni internazionali per mitigare il cambiamento climatico”. Oltre il 10% dei quasi 13 milioni di ettari, ossia circa 1,5 milioni di ettari sono riconducibili a normative e dei programmi promossi dalle politiche europee, mentre la restante parte dovuta all’abbandono delle pratiche pastorali e del conseguente ritorno spontaneo alla vegetazione boschiva.

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Redazione centrale di giornalistiNellerba.it Giornalisti Nell'Erba è realizzato dall'associazione di promozione sociale Il Refuso. Nel tempo ha collezionato tanti riconoscimenti e partnership come ad esempio quelle con ANSA, Ordine Nazionale dei Giornalisti, Federazione Nazionale della Stampa, Federazione Italia Madia Ambientali FIMA, European Space Agency (ESA), Agenzia Spaziale Italiana, Rappresentanza in Italia della Commissione Europea, Lega Navale Italiana, Marina Militare, Università di Roma Tor Vergata. Ha i riconoscimenti della Presidenza della Repubblica, del Ministero dell'Ambiente e tante altre istituzioni.

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