img_5257Marrakech, 12 novembre 2016 – Catherine Novelli, donna manager prestata alla politica climatica di Obama, segretario aggiunto per la crescita economica, l’energia e l’ambiente, arriva a Marrakech per parlare di oceani, di acidificazione, di ecosistemi distrutti, di innalzamento delle acque marine.  Ha portato avanti il piano d’azione climatica e quello sugli oceani dettato dal suo presidente, un piano che ha reso gli Stati Uniti leader nella spinta verso l’Accordo di Parigi. Oggi è a COP22 insieme a Ségolène Royal a continuare l’opera. Ma fino a quando?

Dopo la cerimonia di apertura della giornata dedicata agli oceani, alla quale ha partecipato anche la principessa Lalla Hasnaa, presidentessa della Fondazione Mohammed VI per la protezione dell’ambiente, incontra un piccolo gruppo di giornalisti nel salottino del padiglione americano. Le impeccabili e cortesissime addette stampa insistono nel ribadire che Novelli parlerà solo di oceani, del fatto che “sono il 26% più acidi rispetto a com’erano prima della rivoluzione industriale” e che “dal 1971 al 2010 hanno assorbito già più del 90% dell’energia supplementare dovuta all’aumento dei livelli di gas a effetto serra e il 30% in più del diossido di carbonio”, e che questo ha modificato le caratteristiche chimiche di molti ecosistemi marini”. Le addette stampa, e anche Novelli, sanno bene che sarà difficile schivare la domanda su cosa accadrà adesso, nel regno di un Donald Trump autoproclamato negazionista dei cambiamenti climatici. Se si ferma l’America, o se addirittura rema contro la corrente mondiale sostenibile, il disastro è per tutto il mondo, come avverte un gruppo di scienziati del clima, anche americani, dalle colonne di The Guardian. Altro che i 10 miliardi di dollari messi insieme dal movimento Our Ocean di John Kerry…

Le domande girano intorno alla questione. Novelli risponde così:

Difficile pensare che la leadership americana sulle questioni climatiche possa passare nelle mani di Trump, che in campagna elettorale aveva condannato a morte l’Accordo di Parigi. Segnali negativi sono arrivati sin dalle prime ore dall’elezione. Ha intimato a Obama di non prendere alcuna decisione di politica internazionale, ad esempio. E visto che a COP22 qualche decisione andrà presa, è possibile che gli Stati Uniti restino in stand by, impedendo a tutti gli altri di fare scelte ragionate anche in base a ciò che comporterebbe un’eventuale stop americano lungo il cammino per restare sotto i 2° di surriscaldamento globale.

Il mondo della scienza climatica teme una catastrofe. Non c’è un piano B, se gli USA non stanno nei patti, il disastro è globale. Ci starà?

“Il neo presidente Donald Trump è stato fonte di un sacco di spacconate sui cambiamenti climatici nel corso dell’ultimo anno, ma ora che la campagna elettorale è passata e la realtà della leadership deve essere stabilita, mi aspetto che si renderà conto che il cambiamento climatico è una minaccia per il suo popolo e per interi paesi che condividono i mari con gli Stati Uniti, tra cui il mio – ha voluto dire Hilda Heine, presidente della Repubblica delle Isole Marshall.-  L’accordo di Parigi è diventato legge così in fretta perché ci sono interessi nazionali rilevanti per ogni paese nel perseguire azioni aggressive per il clima e questo fatto non è cambiato a causa dell’elezione di Trump. Per le isole Marshall, una forte azione per il clima significa sopravvivenza e prosperita”.

“Al di là di politica nazionale, la modernizzazione del sistema energetico e delle infrastrutture di base sono un bene per l’economia degli Stati Uniti, per l’occupazione, per la crescita”, dice
Christiana Figueres, ex segretario esecutivo dell’UNFCCC.

Christoph Bals, Policy Director di Germanwatch, che ha appena diffuso dati allarmanti sulla situazione globale: “Ad oggi, l’Accordo di Parigi è un segnale ancora più forte contro chi nega la realtà. Non si possono ignorare i fatti. Non si può desiderare di allontanare la realtà della crisi climatica globale, della transizione energetica e dei trasporti o gli impegni dell’Accordo di Parigi”.

“E’ deplorevole che il prossimo presidente degli Stati Uniti non abbia ancora capito che il mondo è sulla buona strada per eliminare gradualmente i combustibili fossili. Mentre è chiaro che Trump non può ritirare gli Stati Uniti né minare l’Accordo di Parigi, vi è un rischio per gli Stati Uniti di perdere la barca in una corsa verso un futuro rinnovabile – dichiara Ulriikka Aarnio, coordinatore politico internazionale sul clima del Climate Action Network (CAN) Europe. “Non vi è tuttavia alcuna paura che cambiamento energetico in corso a livello mondiale possa essere turbato da questo risultato elettorale. Dato che più della metà dei paesi del mondo ha ratificato l’Accordo di Parigi, è chiaro che il movimento partito da Parigi andrà avanti, indipendentemente da chi è il presidente degli Stati Uniti”.

“Il prossimo presidente sarà in grado di fare una differenza enorme nella nostra lotta per proteggere la salute a lungo termine e la prosperità degli Stati Uniti e del mondo. La leadership degli Stati Uniti e la diplomazia del clima sono stati fondamentali per i successi raggiunti a Parigi, e il nostro prossimo presidente avrà la responsabilità di stabilire l’obiettivo per le emissioni degli Stati Uniti per il 2030 – occasione per dimostrare che la leadership continua – mettendo il Paese su un percorso di emissioni nette pari a zero in seguito questo secolo”, dice Nathaniel Keohane, vice presidente del Global Climate, Environmental Defense Fund

Michael Wilkins, Managing Director Environmental & Climate Risk Research, Global Infrastructure Ratings, Standard and Poors: “S & P Global supporta la sostenibilità in tutto il mondo e ha un approccio olistico per alternative sostenibili e responsabili. Come azienda, siamo concentrati sulla riduzione dei nostri consumi energetici e dal 2013 abbiamo diminuito il consumo di energia del 22%. Siamo entusiasti di fornire alla nuova amministrazione, con i dati e le ricerche di analisi di cui avrà bisogno, anche ulteriori iniziative sostenibili negli States che possano stabilire gli standard in tutto il mondo”.

“Il risultato delle elezioni degli Stati Uniti implica chiaramente i potenziali cambiamenti nella politica climatica del nuovo governo degli Stati Uniti. Anche se questo crea incertezza in un contesto nazionale ed internazionale, ed andrebbe fatta una valutazione pragmatica. Nonostante i cambiamenti a breve termine nella posizione politica degli Stati Uniti, l’economia globale ha già cominciato a spostare l’attenzione verso un futuro a basse emissioni; i mercati e l’economia probabilmente andranno a moderare ogni futuro cambiamento della politica degli Stati Uniti, così come le aziende e gli investitori. Tutto questo dovrà essere tenuto in conto, se si vuole che l’economia americana resti competitiva e agisca nel mondo degli affari in un mercato globale,  visto che i suoi maggiori partner commerciali e concorrenti stanno già pesantemente investendo in tecnologie e infrastrutture a basse emissioni. A questo si aggiunge il crescente numero di aziende statunitensi che già impiegano milioni di persone nei settori a basse emissioni di carbonio e ci si può aspettare una forte voce interna che influenzerà i segnali politici futuri”, è l’analisi di Achim Steiner, direttore della Oxford Martin School ed ex direttore esecutivo del programma ambientale delle Nazioni Unite.

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giornalista professionista, è direttore responsabile di Giornalisti nell'Erba, referente per la formazione dell'ufficio di presidenza FIMA (Federazione Italiana Media Ambientali) e membro Comitato Scientifico per CNES UNESCO Agenda 2030. Presidente de Il Refuso a.p.s.. In precedenza ha lavorato come giudiziarista per Paese Sera, La Gazzetta e L'Indipendente. Insieme a Gaetano Savatteri ha scritto Premiata ditta servizi segreti (Arbor, 1994). Collabora con La Stampa, per le pagine Tuttogreen.

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