altRoma –  Introdurre l’insegnamento dell’educazione ambientale nei programmi didattici delle scuole del primo ciclo di istruzione: cioè alla scuola dell’infanzia e alla primaria, per sensibilizzare i cittadini più giovani “verso temi che ormai da tempo sono considerati, nel resto del mondo, importanti tanto quanto la conoscenza delle lingue straniere o l’alfabetizzazione informatica”. E’ l’obiettivo della proposta di legge presentata ieri 26 febbraio a Roma. Ne è primo firmatario Antimo Cesaro, deputato di Scelta Civica, membro della Commissione Bicamerale per l’infanzia e l’adolescenza, docente universitario, originario della terra dei fuochi e socio onorario di FareAmbiente, associazione che ha promosso la proposta di legge. A presentarla insieme a lui, ieri al tavolo della Sala delle Colonne della Camera dei Deputati, una rappresentanza trasversale dei deputati a cui si deve l’iniziativa e delle forze politiche che si radunate intorno alla proposta: Paolo Russo (Forza Italia), Mario Catania (Scelta civica), Sabrina Capozzolo (Pd), e poi Vincenzo Spadafora; con loro, il presidente dell’Autorità Garante per l’infanzia e l’adolescenza, e Vincenzo Pepe. presidente nazionale di FareAmbiente.

Si tratta di una proposta semplice (e anche breve: un articolo, due commi): introdurre l’insegnamento obbligatorio dell’educazione ambientale, “come evoluzione dell’educazione civica che ha tanto influito sulla formazione delle generazioni precedenti”, spiega Cesaro. Educazione ambientale, per trasmettere agli studenti “la possibilità concreta di vivere in maniera ecosostenibile”, come recita il testo della proposta, ma anche come trait d’union con la tutela del paesaggio e del patrimonio storico-artistico e con l’educazione alimentare, pilastri della cultura italiana che a buon diritto potrebbero essere valorizzati per conseguire, di pari passo, migliore qualità della vita e ricaduta occupazionale ed economica. Nelle intenzioni della proposta, non un’educazione ambientale “teorica”, ma una consapevolezza che possa “trasformarsi in una politica prospettica di lungo periodo”, ha spiegato Cesaro nella sua introduzione. Un concetto di educazione ambientale strettamente legato allo sviluppo sostenibile, che coinvolge uso razionale delle risorse, scelte economiche e orientamento dei processi tecnologici, ma anche ai mutamenti istituzionali e sociali. In questo senso, ha aggiunto Mario Catania, già ministro dell’agricoltura e uno dei sottoscrittori, la proposta di legge “può sembrare piccola cosa di fronte alla crisi, ma non è così: ha la sua importanza perché si va ad inserire in una visione complessiva”, necessaria per far ripartire il paese su un modello di sviluppo diverso a quello targato anni ’50 e ’60, che ha lasciato sull’ambiente cicatrici vistose.  

La proposta, ha sottolineato Vincenzo Pepe, presidente di FareAmbiente, guarda ad un’educazione ambientale come materia scolastica obbligatoria, importante “quanto le altre”, non come “progetto” affidato alla buona volontà di qualche docente sensibile. Educare per formare, per gettare buone basi di attenzione e competenze ambientali sin da bambini: sarebbe più efficace e, dopotutto, anche più economico. “Mi auguro che questa proposta di legge possa servire per riportare al centro del dibattito politico e culturale temi che sono stati considerati passati di moda”, e invece possono essere “temi fondamentali su cui costruire una politica anche economica”, ha sottolineato Vincenzo Spadafora, presidente dell’Autorità Garante per l’infanzia e l’adolescenza, tanto più che “l’educazione ambientale è un tema che può trovare tra i ragazzi maggiore appeal”. E ben lo sappiamo noi di Giornalisti Nell’Erba, che di ragazzi attenti all’ambiente ne abbiamo incontrati oltre seimila negli ultimi 8 anni. Certo, l’educazione ambientale è anche educazione scientifica, educazione specifica.   La proposta di legge dovrebbe prevedere, insieme all’obbligatorietà della materia d’insegnamento, anche fondi e organizzazione della formazione obbligatoria dei docenti sulla questione, per non rischiare di ridurla, come spesso accade, a somministrazione di informazioni semplicistiche e a volte persino sbagliate. Insomma, chi forma i formatori, in un Paese in cui di Ambiente non parlano neppure i grandi giornali?

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