Dipinto di Francois-Auguste Biard

Coltivare olio di palma è redditizio. Genera ricavi elevati e stabili. Secondo EUFIC (European Food Information Council), a Sumatra e in Indonesia, il reddito medio di una piantagione di palma da olio in un anno è di 2100 euro per ettaro, rispetto ai soli 200 euro per le piantagioni di riso. Questo corrisponde ad un salario giornaliero di 36 euro contro 1,7 euro. Eufic stima che ci siano 25 milioni di indonesiani che vivono indirettamente grazie alla coltivazione dell’olio di palma. I piccolissimi produttori indipendenti (il 40%) con meno di 5 ettari di terreno escono dalla povertà con redditi fra 4mila e 12mila dollari l’anno. In Malesia il salario medio è 2.400 dollari l’anno. Sempre in Malesia i piccoli e piccolissimi coltivatori indipendenti di palma da olio sono 300mila. In Indonesia oltre 1,5 milioni. Le coltivazioni di palma da olio e programmi come Felda e Salcra hanno ridotto il tasso nazionale di povertà dal 50 al 5%.

La produzione di olio di palma ha modificato il tessuto sociale di molte regioni. Ha portato molti benefici come la creazione di infrastrutture tra cui scuole e centri di primo soccorso nelle zone dove sono state costruite fattorie e capanne.  Ma d’altro canto, a favore dell’olio di palma, sono state abbandonate pratiche e colture tradizionali, perché meno redditizie e in calo, penalizzando preziosa biodiversità.

In alcuni paesi africani come Costa d’Avorio e Uganda, secondo il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (UNDP), la produzione di olio di palma è considerata più sostenibile rispetto ad esempio all’Indonesia, perché è in mano prevalentemente a piccoli proprietari terrieri. Ma sempre in Africa, ad esempio, la mancanza di riconoscimento da parte dei governi dei diritti territoriali, così come del diritto all’utilizzo delle foreste e di altre risorse da parte delle popolazioni indigene, sta accelerando l’espansione delle monoculture della palma da olio su vasta scala.

L’ Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO) incentiva la coltivazione dell’olio di palma in questi paesi come volano per migliorare le condizioni di vita e aumentare il reddito della popolazione locale, spesso sotto i livelli di sussistenza. Ma allo stesso tempo sui tavoli ONU si lavora per trovare soluzioni alle problematiche climatiche, ambientali e sociali legate alle produzioni.

Non solo benefici. Secondo ong come Amnesty International, Greenpeace e tante altre, la coltivazione della palma da olio cresce molto spesso in contesti fragili dal punto di vista dei diritti umani. Il rapporto di Amnesty International del novembre 2016 è solo l’ultima delle denunce. La Ong chiede norme internazionali vincolanti contro il lavoro minorile, il lavoro forzato, l’esposizione a sostanze tossiche, la tutela pensionistica e sanitaria, la parità di trattamento economico per le donne. Nell’ultimo rapporto, che riguarda l’Indonesia ed in particolare una grande azienda produttrice di olio di palma, la Wilmar, colosso dell’agrobusiness con sede a Singapore, e 9 marchi, AFAMSA, ADM, Colgate-Palmolive, Elevance, Kellogg’s, Nestlé, Procter & Gamble, Reckitt Benckiser e Unilever, che da questa si approvvigionano, si legge: “Le aziende stanno chiudendo un occhio di fronte allo sfruttamento dei lavoratori nella loro catena di fornitura. Nonostante assicurino i consumatori del contrario, continuano a trarre benefici da terribili violazioni dei diritti umaniGrandi marchi come Colgate, Nestlé e Unilever garantiscono ai loro consumatori che stanno usando olio di palma sostenibile ma le nostre ricerche dicono il contrario. Non c’è nulla di sostenibile in un olio di palma che è prodotto col lavoro minorile e forzato. Le violazioni riscontrate nelle piantagioni della Wilmar non sono casi isolati ma il risultato prevedibile e sistematico del modo in cui questo produttore opera”, dice Meghna Abraham di Amnesty International, che ha condotto l’indagine. “C’è qualcosa che non va se nove marchi, che nel 2015 hanno complessivamente fatturato utili per 325 miliardi di dollari, non sono in grado di fare qualcosa contro l’atroce sfruttamento dei lavoratori dell’olio di palma che guadagnano una miseria” , conclude. La Wilmar, stando all’indagine di Amnesty su 120 lavoratori delle piantagioni di palma di proprietà di due sue sussidiarie e per conto di tre fornitori di quest’ultima nelle regioni indonesiane di Kalimantan e Sumatra, ha ancora donne costrette a lavorare per molte ore dietro la minaccia che altrimenti la loro paga verrà ridotta, bambini anche di soli otto anni impiegati in attività pericolose, lavoratori gravemente intossicati da paraquat, un agente chimico tossico ancora usato nelle piantagioni nonostante sia stato messo al bando nell’Unione europea e anche dalla stessa Wilmar; lavoratori privi di strumenti protettivi della loro salute, nonostante i rischi di danni respiratori a causa dell’elevato livello di inquinamento causato dagli incendi delle foreste tra agosto e ottobre 2015; lavoratori costretti a lavorare a lungo, a costo di grave sofferenza fisica, per raggiungere obiettivi di produzione ridicolmente elevati; lavoratori multati per non aver raccolto in tempo i frutti dal terreno o per aver raccolti frutti acerbi. L’azienda ha ammesso l’esistenza di problemi relativi al lavoro nelle sue attività. Ciò nonostante, l’olio di palma proveniente da tre delle cinque piantagioni indonesiane su cui Amnesty International ha indagato è stato certificato come “sostenibile” dal Tavolo sull’olio di palma sostenibile.

Secondo il Forum Permanente per gli Interessi dei Popoli Indigeni delle Nazioni Unite, 60 milioni di indigeni nel mondo corrono il rischio di perdere le loro terre e i loro mezzi di sussistenza per l’espansione delle piantagioni per la produzione di agroenergia. Molte piantagioni di palma si stanno espandendo su terre che appartengono a comunità indigene e questo perché i governi nazionali non riconoscono i loro diritti.

Spesso, quindi, non sono le comunità indigene, o i piccoli produttori a beneficiare dei redditi delle coltivazioni, ma le grandi aziende palmicultrici che sfruttano i lavoratori, e provocano povertà, conflitti sociali e violazioni dei diritti umani. Lo spiega l’antropologo Dario Novellino, intervenuto ad un convegno organizzato a metà febbraio 2017 dal deputato del M5S Mirko Busto che ha fatto dell’olio di palma il bersaglio di una guerra senza esclusione di colpi. “Il 27% degli agrocombustibili del mondo è fatto da olio di palma”, dice Novellino.  “E l’Italia, il governo insieme all’Eni, è colpevole del crimine della deforestazione per il biofuel che produce”. I racconti di Novellino sono fatti di vita vissuta: “A Sarawak nel 1989 vivevo con una famiglia Penan (popolo di 7000 persone oggi ridotte a 300) che riusciva a vivere una vita dignitosa con risorse naturali. Ma le loro risorse sono state depredate dai militari. Hanno cominciato le compagnie del legname, poi sono arrivate quelle delle palme da olio…”. Secondo Novellino, il discorso sulla ricchezza che dà la coltivazione della palma è una bugia: “Si sono perse 100 varietà di riso, 20 di manioca, 15 di patate dolci. Chi lavorava in quelle colture, non lavora più. Ovvio che diventa povero. Ovvio che poi deve lavorare per la palma da olio. La povertà è stabilita dalla Banca Mondiale nel 1990: chi ha meno di un dollaro al giorno è povero. Gli indigeni, che pure erano autosufficienti, si sono ritrovati l’etichetta di poveri e poi quella di lavoratori nelle piantagioni che gli ha ridato “ricchezza”. Nel frattempo, però, “si sono perse culture, non solo colture”.

Nei prossimi anni, se si prosegue con le strategie attuali, serviranno tra le 30 e le 70 milioni di tonnellate di oli vegetali in più per soddisfare i bisogni energetici della popolazione mondiale. Su cosa investire? La risposta del mondo sembra sia quella dell’olio di palma certificato. Da sola riesce a coprire pià del 30% del fabbisogno globale usando appena il 5% dei terreni coltivati per gli oli e lo 0,32% delle terre agricole mondiali. Secondo la Fao, un ettaro di terra genera 4 tonnellate di palma, contro 0,75 tonn. di colza, 0,39 di soia e appena 0,32 di oliva. RSPO non garantisce, ormai è chiaro, nessun rispetto delle regole di sostenibilità ambientale e sociale. POIG è certamente un grande passo in avanti. La filiera dell’olio di palma si è incamminata in una direzione di sostenibilità, anche se come continua a dire GreenPeace, ancora siamo lontani dall’aver trovato un metodo certo per garantirla. Ma le altre filiere, che non sono altrettanto nel mirino, nel frattempo che fanno?

 

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Redazione centrale di giornalistiNellerba.it Giornalisti Nell'Erba è realizzato dall'associazione di promozione sociale Il Refuso. Nel tempo ha collezionato tanti riconoscimenti e partnership come ad esempio quelle con ANSA, Ordine Nazionale dei Giornalisti, Federazione Nazionale della Stampa, Federazione Italia Madia Ambientali FIMA, European Space Agency (ESA), Agenzia Spaziale Italiana, Rappresentanza in Italia della Commissione Europea, Lega Navale Italiana, Marina Militare, Università di Roma Tor Vergata. Ha i riconoscimenti della Presidenza della Repubblica, del Ministero dell'Ambiente e tante altre istituzioni.

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