di Clara Marangoni*

“Tenetevi caro il pezzo di terra che avete, perché un giorno varrà quanto l’oro”.

Queste sono le parole che mia madre si è sentita ripetere fin da piccola da suo nonno.

Saranno passati quarant’anni, ma mai un’affermazione poteva essere più vera: l’agricoltura, il terreno, sono da sempre indispensabili per la nostra sopravvivenza ed il nostro benessere. Senza di essi non avremmo la maggior parte del cibo che portiamo sulle nostre tavole o le varie risorse minerarie che hanno permesso lo sviluppo della nostra società.

Purtroppo, questo non è bastato a fermare l’istinto distruttivo dell’uomo.

Secondo l’European Environment Agency l’Europa è uno dei continenti con maggior sfruttamento intensivo del suolo (circa l’80%), soprattutto per insediamenti abitativi ed infrastrutture industriali. Le richieste di territorio all’Unione Europea da parte di imprese e governi è nettamente superiore al suolo ancora realmente sfruttabile.

Le conseguenze sono molto gravi: l’utilizzo estremo del terreno è uno dei fattori con maggiore impatto sul cambiamento ambientale, in particolare sulla qualità della vita, gli ecosistemi e la gestione delle infrastrutture.

Questa ricerca eccessiva di risorse sta creando una situazione catastrofica, di non ritorno. La terra riesce sempre meno a sostenere ulteriori sfruttamenti e cambiamenti.

A questo proposito, i governi dei singoli Paesi e l’UE hanno chiamato tutti, dai singoli cittadini alle imprese, alla sostenibilità, decretando di cercare di ridurre la cementificazione entro il 2050. Certo, è un grosso obiettivo ed un buon proposito. Ma se fosse troppo tardi? Perché hanno aspettato che le condizioni diventassero quasi irreversibili prima di agire?

Ci sono aree del mondo dove la percentuale di cementificazione e sfruttamento del suolo sta raggiungendo livelli fin troppo elevati ed uno di questi è proprio la pianura padana.

Secondo un’inchiesta de L’Espresso, le due città con le maggiori colate di cemento sono Milano e Torino mentre il Veneto è la regione con più consumo di suolo in un’area che si estende dal Lago di Garda fino alla provincia di Venezia.

Nonostante gli incentivi da parte della Comunità Europea per fare in modo che il suolo consumato non sia superiore al suolo ancora recuperabile, proprio quest’ultimo è ormai inesistente, mentre quello occupato da abitazioni, impianti ed infrastrutture aumenta sempre di più.

Purtroppo per noi (e per il pianeta) non siamo gli unici peccatori: tra le aree più martoriate e sfruttate dalle multinazionali rientrano l’Africa ed il Sudamerica. In questo caso a risentire dell’impatto ambientale non è solo il terreno, ma anche la popolazione locale.

Col passare del tempo, le multinazionali hanno assunto il controllo di vasti territori, in Africa per il petrolio e le risorse minerarie, in Sudamerica per la costruzione di nuovi insediamenti e piantagioni intensive, costringendo la gente ad abbandonare le proprie case e tutto ciò in loro possesso (l’espropriazione forzata è uno dei principali motivi che spinge i profughi verso l’Europa) per lasciare spazio a pozzi petroliferi e miniere che inquinano sempre di più i cosiddetti “polmoni della Terra”, come le foreste del Congo e la foresta amazzonica, ingigantendo quello che è già uno dei problemi ambientali più discussi: la deforestazione.

Se pensate che i governi locali intervengano per prevenire queste fughe di massa, beh vi sbagliate.

Senza un “piccolo aiutino” dall’interno, come avrebbero fatto le multinazionali ad insediarsi così fortemente in questi ricchissimi territori?

E dunque, alla luce di questi fatti europei e non, quali possono essere le soluzioni per fermare almeno una delle piaghe che sta distruggendo il nostro pianeta? Tornare ad un’agricoltura più sostenibile, rispettosa dei tempi della natura e che impieghi prodotti meno invasivi, tornare a sementi antiche, quasi perdute, e che hanno comunque il vantaggio di essere assai resistenti, in Europa come nel resto del mondo, anche laddove è possibile avere nuovi terreni resi fertili.

Inoltre, bisogna veramente puntare al massimo recupero del ricchissimo patrimonio immobiliare esistente, basta nuovo cemento.

Il nostro mondo necessita di maggiore equità in ogni ambito; ogni uomo deve essere educato in modo etico e sostenibile, nel rispetto di tutto e di tutti, soprattutto della nostra Madre Terra, i cui frutti saranno le “pietre” preziose del futuro.

Altro che petrolio, possiamo anche farne a meno: il vero oro, non nero ma verde, sarà l’agricoltura, sarà il cibo per sfamare l’umanità.

*l’articolo è in corsa per il Premio nazionale gNe12, Clara Marangoni ha 18 anni e studia all’ISS Dal Cero di San Bonifacio (Verona)

Share this article

Redazione centrale di giornalistiNellerba.it Giornalisti Nell'Erba è realizzato dall'associazione di promozione sociale Il Refuso. Nel tempo ha collezionato tanti riconoscimenti e partnership come ad esempio quelle con ANSA, Ordine Nazionale dei Giornalisti, Federazione Nazionale della Stampa, Federazione Italia Madia Ambientali FIMA, European Space Agency (ESA), Agenzia Spaziale Italiana, Rappresentanza in Italia della Commissione Europea, Lega Navale Italiana, Marina Militare, Università di Roma Tor Vergata. Ha i riconoscimenti della Presidenza della Repubblica, del Ministero dell'Ambiente e tante altre istituzioni.

Facebook Comments

Post a comment

15 − 1 =