1 agosto 2018, è Earth Overshoot Day – Un trend spietato, che non accenna a fermarsi. È il consumo sfrenato delle risorse naturali, in grado di mettere a rischio la capacità del pianeta di sostenere la vita. Una fame che, iniziata negli anni ’70, è cresciuta a dismisura.
Prima del 1970 non c’era alcun giorno dell’Overshoot. La popolazione mondiale riusciva ad alimentarsi – da un punto di vista sì culinario ma anche energetico, di utilizzo di materie prime necessarie al comparto economico e di assorbimento dei rifiuti prodotti – grazie all’uso delle risorse generate dai nostri ecosistemi. In pratica, ciò che il capitale naturale produceva nel corso dell’anno, riusciva a bastare per sostenere gli stili di vita imposti dall’uomo. Ma dal 29 dicembre del 1970 si rompe qualcosa nel rapporto tra uomo e natura.

1,7 Terre
È la data che segna l’inizio della fine. Dal 1970 l’uomo consuma più di quanto il capitale naturale è in grado di generare nel giro di trecentosessantacinque giorni l’anno.
Una corsa all’accaparramento di materie prime che da allora non ha conosciuto sosta: negli anni ’90 l’overshoot day cadeva ancora in dicembre, negli anni 2000 si presentava agli inizi di novembre, fino all’8 agosto del 2016 e al 2 agosto dello scorso anno. Quest’anno è il 1° di agosto. Come vivremo, quindi, da qui al 31 dicembre 2018? A debito (ecologico), andando a svuotare quegli “stock” naturali accumulati nel corso del tempo e privando di preziose risorse le generazioni future.
Il calcolo di questa “impronta ecologica” (indicatore che valuta il consumo di risorse rispetto al tasso di rigenerazione del capitale naturale) viene fatto ogni anno dal Global Footprint Network, organizzazione che in base ai consumi, agli sprechi, alle emissioni gas serra in atmosfera (è il parametro che incide maggiormente), alla degradazione del terreno e a tutti gli altri fattori che incidono sullo stress degli ecosistemi, ci informa sul reale stato di salute del pianeta.
Secondo l’ong, per soddisfare l’intera e attuale domanda mondiale di risorse servirebbero 1,7 Terre. Un dato medio, che si basa sia sugli stili di vita delle nazioni sviluppate che di quelle ancora in attesa di essere investite dalla crescita economica. La classica storia del pollo, chi ne mangia due e chi nessuno, che tradotta vuol dire: c’è chi consuma di più e chi meno.
Mentre le nazioni povere risultano avere ancora un consumo di risorse “sostenibile”, ad avere un impatto maggiore sono soprattutto quelle sviluppate: sforano di gran lunga il budget a disposizione. Se guardiamo al nostro Paese, ad esempio, per soddisfare il bisogno degli italiani solo con il terreno a disposizione servirebbero 4,6 Italie. Per gli statunitensi, invece, basterebbero 2,3 Stati Uniti. Dato che però non deve creare confusione, perché non significa che consumiamo più degli Stati Uniti ma che, semplicemente, hanno un territorio nettamente più vasto del nostro. Se infatti rapportiamo i numeri su scala globale, il quadro che viene fuori è decisamente diverso. Sono proprio gli Stati Uniti a essere la nazione meno sostenibile al mondo: se tutti volessimo vivere come la nazione a stelle e strisce servirebbero addirittura 5 pianeti. Al secondo posto della classifica dei Paesi con la peggiore impronta ecologica spicca l’Australia con 4,1 Terre seguita da Corea del Sud (3,5 Terre), Russia (3,3) e Germania (3,0).
L’Italia, seppur lontana dai consumi d’oltreoceano, rimane in una condizione di forte insostenibilità: è decima in classifica con uno stile di vita che, se fosse attuato dall’intera popolazione mondiale, richiederebbe 2,6 pianeti per sostenersi.

La Terra presenta il conto
Sempre secondo il Global Footprint Network, l’86% degli abitanti della Terra vive in un Paese a debito ecologico. Ma è solo l’ultimo di una lunga serie di avvisi. Sono diversi gli studi che nel corso degli anni hanno lanciato l’allarme sul sovrasfruttamento delle risorse, che presenta ora un conto salatissimo. Sia da un punto di vista prettamente ecologico, i nostri ecosistemi non possono più reggere questo ritmo e in alcune zone già non sono in grado di offrire sostegno al genere umano, che economico.
Ne citiamo come esempio giusto due.
Il primo, è “Natural Capital at Risk: The Top 100 Externalities of Business”, report del 2013 nato grazie alla partnership tra il programma internazionale TEEB (The Economics of Ecosystems and Biodiversity) e Trucost (compagnia che si occupa di stimare i costi che la collettività paga per un uso non sostenibile delle risorse naturali), dove sono state analizzate le 100 principali esternalità negative (si manifestano quando l’attività economica comporta una perdita di benessere ai soggetti esterni al processo economico) nel mondo, il risultato ha dell’incredibile. Si stima che il costo per la collettività è pari a 4700 miliardi di dollari l’anno. Ad incidere di più sono le emissioni di gas serra (38%), seguite dal depauperamento delle risorse idriche (25%), dall’eccessivo sfruttamento del territorio (24%), dall’inquinamento dell’aria (7%), dall’inquinamento di suolo ed acque (5%) e dai rifiuti (1%).
Il secondo, invece, è recente, uscito appena qualche giorno fa. Parliamo dell'”Atlante mondiale sulla desertificazione” pubblicato dalla Commissione Europea che avverte: il 75% del suolo mondiale è già degradato e in diverse zone si riscontrano difficoltà nel produrre beni e servizi ambientali necessari al benessere umano. Se non dovessimo, infine, cambiare il modo con il quale stiamo gestendo questa preziosa risorsa rischiamo di arrivare a toccare quota 90% entro il 2050.

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