Il colosso del caffè statunitense Starbucks aprirà a Milano e per l’occasione ha vinto il bando di sponsorizzazione per le aiuole in piazza Duomo che ha deciso di riempire con palme e banani. Ma con l’arrivo delle prime fronde si è accesa la polemica che va avanti da una settimana.

LA POLEMICA

“Piazza Duomo contiene olio di palma?”, “facciamo un duomo in Egitto accanto alle piramidi” – non si arresta l’ironia sui social – “Che cosa? Accogliamo le palme? Prima i pini”. Ed accompagnano i tormentoni virali gli hashtag come #motosega, #italiasfregiata o immagini più leggere come la Madunina che si chiede se sia finita alle Maldive. La politica si accoda ai toni colorati: c’è chi ha protestato con banane gonfiabili interrompendo la seduta del bilancio di previsione a palazzo Marino e chi in piazza regalava delle banane vere.

palme.jpgMa come scrive La Stampa se “pensavamo di averne le palme piene ecco che siamo addirittura alla cronaca nera” e il riferimento è al fuoco vandalico che ha bruciacchiato nei giorni scorsi tre palme. Le palme dividono i milanesi e tutta Italia e la dialettica è da referendum, da clima ante 4 dicembre: palme sì palme no. Le palme a Milano stonano – dicono quelli del no – ricordano la California, il Medio Oriente. Per quelli del sì, bisogna osare, avere il coraggio di accostamenti azzardati, perché è lungimiranza. Insomma le palme in duomo sono un po’ come la piramide di vetro in mezzo al Louvre: innovazione. Nel frattempo, tra le aiuole della discordia impazzano i selfie di turisti e curiosi che si fotografano col tris di palme, guglie e Madunina.

IL PROGETTO

Il palmeto non si digerisce, tanto quanto un frappuccino starbucks nella patria dell’espresso e della moka. Già, perché alla boutade botanica si unisce il ghigno per quei beveroni alla caffeina dai nomi italianeggianti che suonano come un’offesa.

7756998126_0a77562034_bE tra un libero sberleffo per i gusti alimentari e un altro per i gusti floreali, piovono critiche alla sovrintendenza che ha benedetto l’oasi meneghina, accusata di mostrare i denti per un calorifero in palazzi d’epoca, ma di rinunciare alla sua virtù della prudenza per la piazza espressione massima del gotico italiano. “Non sono così entusiasta dell’idea delle palme ma c’è stato un bando e la sovrintendenza si è espressa in modo positivo” confessa il sindaco Sala. L’architetto Marco Bray si è difeso sostenendo che non ha fatto altro che “seguire una tradizione botanica ottocentesca milanese, usando un particolare tipo di palma che resiste al freddo e che già era stata una storica protagonista dei giardini romantici del XIX secolo”. E ha spiegato che “a fare da tappeto saranno piantati arbusti, graminacee e piante perenni con fioriture alternate durante le stagioni: in primavera toccherà alla bergenia, in estate alle ortensie, in autunno alle canne giganti cinesi”. La concessione di Starbucks durerà 3 anni, il comune ha fatto sapere che i precedenti 24 carpini e 9 clerodendri sono stati spostati in altre zone della città, come via Salomone, parco Galli, via Gonin e via Giordani.

DI CHE PALME PARLIAMO?

Polemiche estetiche a parte, qualcuno si è interrogato sul tipo di palma? Si è dato per scontato che siano palme africane perché lo si è letto ovunque, si è ripetuta la stessa dinamica che i sociologi hanno appena battezzato post verità. Ma in realtà la specie piantata è la palma cinese, nome scientifico Trachycarpus fortunei. Dovendole fare un identikit si osserva che è alta 10 metri, ha foglie a ventaglio, il frutto è verde azzurro mentre i fiori sono gialli e raggruppati a pannocchia. La sua origine è l’Himalaya meridionale, in particolare Cina e Birmania, ma fin dai tempi remotissimi è coltivata in Giappone.

Trachycarpus-fortunei-inflorescenceDal punto di vista dell’ecologia, la cinese è la palma più resistente al freddo che esista, capace di tollerare tranquillamente il gelo invernale fino ai meno 15 gradi. Non è affatto una pianta mediterranea né tropicale, non sopporta il caldo secco ma predilige il clima oceanico: estati tiepide e umide. È presente in Scozia, Irlanda, Canada, Svizzera e la si trova lussureggiante nella regione lombarda dell’Insubria. Ama molto il clima attorno ai grandi laghi della Lombardia. Fu introdotta per la prima volta in Inghilterra nel 1700, ma la sua coltura si è diffusa per tutto il continente – pianura padana compresa – perché dal fusto si  ottiene una fibra, usata per realizzare corde, ceste e indumenti. Il suo bel ventaglio l’ha resa celebre di molti parchi e ville signorili sulle rive dei grandi laghi prealpini. Difatti uno dei più famosi palmeti si trova a Pallanza sul Lago Maggiore, all’interno dei Giardini di Villa Taranto.

Per carità, De gustibus non est disputandum, ma sia che vogliamo essere favorevoli o contrari, non raccontiamoci “delle palme” e se proprio dobbiamo tirare in ballo degli animali, parliamo di panda e lasciamo nel deserto i cammelli.

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Corrispondente dalla sua terra ligure. Approda a Giornalisti nell'erba dopo l'esperienza elettrizzante di inviato in "Expo Milano 2015". È laureato magistrale in Biologia a Milano. Gruppo sanguigno: giornalista ambientale e scientifico, ma ha scritto per diverse testate dalla cronaca, alla politica fino al settore ho.re.ca. Ama la natura sotto il pelo dell'acqua, con maschera e pinne, ma anche dall'alto, ottimo sul dorso di un cavallo. La comunicazione è l'ingrediente delle sue giornate. Collabora con Acquario di Genova (ha un passato da Whale watcher). Colazione rigorosamente focaccia e cappuccino. Aperitivo, spritz o Mojito. Appassionato di arte (debole per Caravaggio), bioetica, lettura e feste in spiaggia in buona compagnia. Contatto: g.vallarino@giornalistinellerba.it

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