scienziato

Roma, 14 aprile 2015 – Il parere è tutto mio, e se mi armo di convinzione e lo esprimo facendo abbastanza rumore potrei anche passare per scienziata.Infatti, se in epoche ancora non troppo lontane “medico, farmacista e insegnante rappresentavano il mondo della conoscenza e componevano, insieme con il prete, il sindaco e il comandante dei carabinieri, una cerchia di autorità verso cui la semplice cittadinanza tendeva a mantenere un atteggiamento deferente fino alla sottomissione, in ragione del gap socio-culturale che separava i due livelli gerarchici”, nel villaggio globale “questa verticalità è stata sostituita da un’orizzontalità critica che talvolta sconfina nell’eccesso opposto, in una sorta di equivalenza delle opinioni per la quale tutti gli attori si sentono non solo legittimati, ma anche titolati a esprimere la propria opinione su qualunque argomento”. Insomma “la conoscenza non è più considerata un valore intangibile e la parola dello studioso, dello scienziato, di chi detiene le competenze tende a sfumare in un mero parere. Uno dei tanti”, spiega Marco Ferrazzoli, capo ufficio stampa del Consiglio Nazionale delle Ricerche, nell’introduzione di Parola di scienziato. La conoscenza ridotta a opinione, curato insieme a Francesca Dragotto, docente di linguistica all’università di Roma Tor Vergata e edito da Universitalia. Il volume raccoglie una serie di “casi” di comunicazione su cose di scienza, in cui i lettori/ascoltatori italiani sono stati esposti a un’informazione scientifica di vario tipo, ma comunque di portata universale. In alcuni casi – ad esempio il metodo Stamina, o il dibattito sull’omeopatia – i fruitori dell’informazione hanno recepito posizioni opposte e si sono schierati sull’una o sull’altra a prescindere dallo spessore scientifico dei pareri in lizza. “Sensazionalismo mediatico, diatriba ideologica, differenze di linguaggio” sono alcune delle difficoltà che la comunicazione scientifica incontra. Su alcuni temi si procede per confronti di ideologie, quando in realtà la questione non si gioca sul piano degli ottimismi o dei pessimismi: servirebbe, semplicemente, informazione di qualità scientifica.

Ricercatori e comunicatori parlano e pensano in modo diverso: i comunicatori all’insegna della notizia, mentre non è detto che la ricerca si manifesti a clamor di notiziabilità giornalistica. Il comunicatore, per sua natura, distorce, anche semplicemente quando traduce termini tecnici in informazioni accessibili a un pubblico vasto. Ma quanta deformazione è accettabile quando si fa informazione scientifica, e come misurarla? Questi e altri sono gli interrogativi a cui il libro cerca di rispondere, fornendo numerosi spunti di riflessione anche a chi di “traduzione” della scienza si occupa ogni giorno.

Fare informazione scientifica, è difficile, ma necessario: “in una società dell’informazione, basata sulla conoscenza, la necessità di una buona divulgazione non è nemmeno discutibile”. Ed è “importante prendere atto che alla comunicazione tramite carta stampata, radio-tv e Rete deve affiancarsi quella tsa a raggiungere direttamente i cittadini: particolarmente bambini e ragazzi”. Perché “per stimolare la passione per la conoscenza in vista di possibili scelte formative e professionali bisogna intervenire in età quanto più possibile precoce” (indagini europee confermano), e perché “una ricezione attiva di quelle opinioni costruite intorno alla scienza quotidianamente spacciate per scienza” è l’unico modo per “svelare” il fatto scientifico mettendolo e mettendosi al riparo dalla vacuità delle opinioni. Giornalisti Nell’Erba, com’è ormai noto, lavora sull’uno e sull’altro di questi fronti, e forse anche per questo il nostro progetto è citato all’interno del volume, nel capitolo dedicato al global warming, a cura del giornalista scientifico Renato Sartini. Che tra le fonti primarie per un comunicatore italiano che si occupa di climate change annovera anche FIMA, il tutor gNe Sergio Ferraris, referente FIMA per la qualità dell’informazione scientifica, il giurato gNe e divulgatore Marco Gisotti, il climatologo Luca Mercalli e una serie di referenti affidabili, oltre al punto di riferimento primario, l’IPCC.

Se dal capitolo sul climate change volessimo trarre un vademecum sintetico, eccolo: “dalla ormai chiara natura statistica del concetto di clima e il conseguente uso da parte dei ricercatori di affermazioni probabilistiche, appare, quindi, importante per un operatore dell’informazione non soltanto trattare l’argomento consultando i relatori dello studio scientifico che si vuole divulgare-disseminare – cosa che si dovrebbe fare sempre qualora ci fossero dei dubbi sulla comprensione dei contenuti del testo – ma anche acquisire nozioni basilari di probabilità e statistica”. E la questione del “balance treatment”, ovvero del “sentire l’altra campana”, vale sempre e comunque? Pur essendo un principio deontologico fondamentale e un utile strumento per consentire al lettore confrontare varie versioni e formarsi la propria opinione, “nell’ambito della corretta divulgazione di argomenti scientifici [l’ascolto dell’altra campana] potrebbe invece distorcere significativamente i contenuti comunicati, al punto di creare, paradossalmente, disinformazione”. Insomma ha poco senso – tanto per fare un esempio – “bilanciare” i dati sul climate change condivisi dal 98% della comunità scientifica con l’opinione di un sedicente esperto che nega lo scioglimento dei ghiacciai.

Francesca Dragotto e Marco Ferrazzoli intervengono al Festival internazionale del giornalismo di Perugia il 15 aprile alle 10.30 al barcampAmbiente & informazione: occasione mancata?” (Centro Servizi Alessi)

 

Ilaria Romano

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