Non mi è piaciuta la puntata di Report sul grano e la pasta al glifosato di lunedì scorso. E’ che forse mi piacciono sempre meno le tesi precostituite intorno alle quali tagliare e ricamare a misura. Mi piace sempre meno il giornalismo populista e complottista, sia che nasca per questioni di share, sia che voglia servire qualcuno, sia infine che sia solo perché è “quello che va alla gente di sentire”.
Quella del glifosato è una questione spinosa perché, come per l’olio di palma e gli ogm, non sono più questioni scientifiche o ambientali, ma questioni mediatiche. Non ho trovato, nelle discussioni mediatiche, nessun equilibrio. Non si parla di disseccanti, diserbanti, prodotti chimici per l’agricoltura, tossici e non tossici, dannosi per le api, per le falde acquifere, per la salute e possibili soluzioni per il problema che non è italiano o siciliano, non è di casa mia e del mio orto, ma globale e come tale andrebbe trattato. Non si parla dei più di 7 miliardi di abitanti in crescita, della sempre maggiore richiesta di materie prime e del pianeta che ne può produrre sempre meno a causa, tanto per cominciare, dei cambiamenti climatici. Non si parla di soluzioni. Si parla solo del glifosato, il mostro, il “micidiale pesticida”, dell’olio di palma, e anche – a periodi alternati – dei mostri OGM, geneticamente modificati anche per far fronte a quei cambiamenti climatici e magari pure per evitare i glifosati vari. Non sono per il glifosato, per l’olio di palma, per gli Ogm, ma vorrei capire senza preconcetti e pregiudizi, magari con una visione più larga della questione, e globale.
Ma no. Non c’è visione d’insieme, solo mostri mediatici da mettere al bando.

Report, su Rai3, nella puntata del 30 ottobre ha dedicato più di 30 minuti (veramente tantissimi, quindi sufficienti ad approfondire con correttezza) ad un servizio che ha fatto inevitabilmente danni a sei aziende d’eccellenza italiana; che, come sempre, non ha consentito il contraddittorio; che non ha detto nulla di scientifico sul glifosato (perché nulla al momento è dato, da questo punto di vista, sul glifosato, viste anche le contraddizioni tra Efsa e IARC) ma ha consentito allo spettatore la sintesi scontata: “che schifo ci mangiamo”.
Ho rivisto Report con calma, appuntandomi i passaggi. E suddiviso la puntata in 8 tesi.
Tesi 1. “il grano canadese è tossico” (o cancerogeno, o fa male agli ormoni…; dal servizio non si capisce cosa si voglia dimostrare, come se una cosa valesse l’altra e non ci fossero differenze sostanziali a livello scientifico e legislativo). E – tesi 2 – “non viene controllato alle frontiere” né in uscita né in ingresso (un funzionario del ministero della salute intervistato a Bari dice in video che non ci sono laboratori pubblici idonei a fare esami accreditati sul glifosato). Barilla, però, tanto per fare un solo esempio, dichiara di esaminare più di 20 mila lotti all’anno e di fare circa 250 mila test di verifica della qualità del grano. “Per essere sicuri eseguiamo 75.000 controlli all’anno su materie prime, 1000 solo sul glifosato”, lancia in un tweet in diretta.
Tesi 3 “Fa male”: ne parla la dottoressa Belpoggi, direttore dell’Istituto Ramazzini di Bologna, che, tra un taglio e l’altro, stando al servizio avrebbe concluso una ricerca sul glifosato, ricavandone dati tali da allarmare il nostro governo: anche a basso dosaggio vi sarebbero rischi per l’equilibrio ormonale. Belpoggi – la notizia è uscita ad ottobre su vari giornali – ha scritto in effetti al ministro Martina consigliandolo di spingere l’Europa al rinnovo sul glifosato per massimo 5 anni, in tempo per avere i risultati della ricerca condotta dal suo team. L’Istituto Ramazzini, infatti – e forse questo sarebbe stato il caso di precisarlo – sta ancora conducendo la ricerca, di cui al momento non risultano pubblicazioni, e dovrebbe avviare la seconda fase per la quale è proprio adesso a caccia di finanziatori. Probabile che ne trovi, dopo la puntata di Report. E glielo auguriamo.
Tesi 4 “Nella pasta che mangiamo c’è il glifosato”. In sei campioni di pasta italiana (Barilla, De Cecco, Divella, Rummo, La Molisana, Garofalo) fatti esaminare da Report “in laboratori accreditati, ovviamente” (forse valeva la pena di dire quali, già che c’erano, così da dare un’informazione utile agli uffici di Bari del Ministero della Salute) sono state trovate tracce di glifosato “ben al di sotto dei limiti di legge”, come dice lo stesso Sigfrido Ranucci.
Il limite di legge è 10mg per chilo di prodotto.
Ecco quanto glifosato è stato trovato. L’immagine di screen shot è chiara abbastanza da sola.

Di che parliamo allora? Perché attaccare le aziende della pasta se i numeri sono 0,… e quindi anche 100 volte al di sotto del limite?
Si badi, la dose è tossica se supera 0,5mg per chilo di peso corporeo al giorno, secondo i parametri legali italiani odierni. Il che significa, come spiega lo stesso Ranucci, che un uomo dovrebbe mangiare tra i 100 e i 600 chili di pasta al giorno, per poterne risentire.

Tesi 5 “Il grano italiano non ha glifosato perché è illegale in Italia. 6. “Il grano italiano è penalizzato” perché le aziende della pasta comprano all’estero. Quindi – 7. – “Etichettiamo l’origine”
Perché non prendere solo grano italiano? La risposta è facile, ma non viene detta proprio chiara chiara nel servizio: perché non basta e perché non garantisce standard qualitativi richiesti dalle aziende. Lo spiega anche Fabio Manara, presidente di Compag, la federazione nazionale commercianti di prodotti per l’agricoltura, durante un meeting a maggio scorso (non citato da Report): “Il grano italiano viene invece valutato principalmente per la qualità. Se la qualità è scarsa, l’industria si vede costretta a importare perché non riesce a immettere sul mercato un prodotto con parametri idonei”.
Barilla, ad esempio, prende quasi il 70% del grano da produttori italiani e il resto dagli Stati Uniti, dalla Grecia, dalla Francia, dall’Australia e forse pure dal Canada (anche se la risposta inviata a Report sarebbe stata “dal Canada no”). Non importa, almeno a me. Perché a parte il fatto che il Canada è il primo produttore di grano al mondo (secondo è l’Italia), non capisco perché solo del Canada si parlava nel servizio, come se solo lì venga usato il glifosato, e non negli Usa o in Africa o in Australia o anche in Europa. E dall’Ucraina? L’Ucraina, tanto per dire, è diventato nel 2016 il terzo fornitore di grano tenero per la produzione di pane, ma manda anche grano duro, così come la Russia e il Messico.
Il glifosato comunque, nelle more, continua a essere venduto ed usato in Europa (1 milione di tonnellate l’anno, e ben 10mila in Italia). Forse Report ha semplificato un pochino troppo nel dire che è “illegale”. Non lo è, non ancora almeno, e tanti altri prodotti sono pure peggio. Quel che è accaduto – nell’agosto 2016 e non millenni fa – è che la ministra Lorenzin ha messo per decreto alcune restrizioni. L’uso del glifosato è vietato “in parchi giardini, campi sportivi, aree di gioco per bambini, cortili ed aree verdi interne, complessi scolastici e strutture sanitarie”. Il divieto scatta anche in agricoltura ma solo per le fasi finali del pre-raccolto e trebbiatura. Mi verrebbe da chiedere, e mi pare una domanda legittima che farò a Coldiretti, cosa usano gli agricoltori italiani al posto del glifosato.
A guardar bene lo screen shot, poi, si legge che le tracce individuate nelle sei paste italiane riguardano sia glifosato che l’AMPA, che sta per acido aminometilfosfonico e che è il metabolita che si forma per degradazione del glifosato. Può essere dunque che risalgano ad un po’ di tempo prima? Le tracce trovate  da Report quindi non è del tutto certo che provengano da grano canadese. E le etichette “made in Italy” non sono necessariamente garanzia di qualità, quanto piuttosto di tutela degli agricoltori italiani.
Il che va benissimo, per carità, basta non prenderci in giro. Stiamo parlando della battaglia di Coldiretti, non della qualità della pasta italiana.

Qualche numero – non fornito dal Report, ma utile per capire meglio la questione grano: per la produzione italiana è previsto un calo del 10,9% nel 2017-2018 rispetto a 2016-2017 per un totale previsto di circa 4,5 milioni di tonnellate di produzione. Le previsioni per il Canada sono peggiori: -29%, per un totale di 5,5 milioni di tonnellate. Si prevede invece una crescita del 49% nel nord Africa.
Le previsioni di raccolto sono importanti, danno un quadro della situazione, mettono in allarme gli agricoltori e fanno capire anche in quale contesto si sta dibattendo mediaticamente sul glifosato.
E’ vero quel che dice il servizio di Report (senza fornire dati): il crollo delle quotazioni ha dato un colpo di mannaia al comparto. Ma davvero la colpa è tutta delle aziende della pasta? Secondo Giuseppe Ferro, di Aidepi, “uno dei problemi alla base dell’approvvigionamento di grano duro nazionale è rappresentato dall’eccessiva polverizzazione dell’offerta. Acquistare rilevanti quantitativi di grano duro nazionale risulta spesso proibitivo proprio per la carenza di concentrazione dell’offerta in capo a soggetti organizzati a tal fine”. Una problematica, questa, confermata anche dal presidente dell’Alleanza delle Cooperative Agroalimentari Giorgio Mercuri: “il sistema produttivo del grano duro italiano è ancora poco aggregato (lo è appena il 50% del comparto) e il più delle volte il sistema aggregato svolge un’attività di servizio e non di concentrazione dell’offerta” (dichiarazioni del maggio 2017). Il prezzo è bassissimo, 20,5 euro a quintale, ma l’anno scorso il raccolto è andato tendenzialmente bene. E’ per quest’anno che nascono le preoccupazioni. Cala la produzione e la concorrenza con i produttori esteri pesa di più.

Le 6 aziende della pasta nel mirino – secondo quando dice Ranucci in video – avrebbero risposto in modo diverso: De Cecco avrebbe garantito che entro due mesi avrebbe eliminato ogni traccia di glifosato dalla sua pasta. La Molisana avrebbe ripetuto le analisi ed avrebbe ottenuto risultati ancora più bassi di quelli di Report, ma avrebbe comunque assicurato di avviarsi verso una politica aziendale zero glifosato. Divella, Rummo, Garofalo e Barilla, invece avrebbero risposto dicendo che non prendono grano canadese. Queste le estreme sintesi fornite da Ranucci durante la puntata. Non so, forse sbaglio, ma dubito che le risposte siano state davvero così brevi e tranchant.
Si se va sul sito web di Barilla si legge che ha “assunto un fermo impegno d escludere l’uso di questa sostanza per le forniture di grano duro impiegato nella produzione di pasta in Europa. Abbiamo infatti definito un piano di approvvigionamento di grano duro senza glifosato (con livelli inferiori ai limiti di rilevamento) e richiediamo di non eseguire trattamenti con glifosato nella fase di pre-raccolta. 

Il piano è già applicato ai contratti di acquisto del grano duro provenienti dall’Australia e dalle zone aride degli Stati Uniti, mentre sono in fase di definizione accordi di approvvigionamento di grano duro senza glifosato per le forniture in arrivo dal Canada e dalle pianure settentrionali degli Stati Uniti. Richiediamo ai coltivatori canadesi e americani grano senza glifosato per le produzioni europee di pasta e agevoliamo anche l’adozione di pratiche agronomiche in grado di escludere l’impiego di glifosato nella coltivazione.”).
Niente contraddittorio in trasmissione. Il programma proprio non lo prevede. Per sapere cosa risponde Barilla bisogna andar su twitter. “Siamo il maggior acquirente di grano duro italiano: nel 2016 comprate 450mila tonnellate”, e uno. “30 milioni investiti in prevenzione e controllo della qualità dei prodotti nel 2016” e due. “Anche noi vogliamo l’origine del grano in etichetta, ma nel modo giusto. Origine non è sinonimo di qualità” e tre. “Per essere sicuri eseguiamo 75.000 controlli all’anno su materie prime, 1000 solo sul glifosato” e quattro…
A me sembra, quantomeno vista così, che in assenza di controlli ufficiali e di evidenze scientifiche, le aziende siano fin troppo attente a garantire la qualità e la salute del consumatore.

Tesi 8 Il cibo che mangiamo è in mano ai lupi di wall street. I grandi colpevoli alla fine del servizio sembrano risultare i 4 grandi trader – Archer Daniels Midland (Adm), Bunge, Cargill e Louis Dreyfus Commodities – che controllano il mercato dei cereali e, da dietro le quinte, riescono a muovere i numeri in borsa. E’ una convinzione datata, questa: i prezzi instabili dipendono dal fatto che ci sono queste quattro multinazionali padrone che speculano sui mercati dei future, orientano il mercato e i suoi prezzi e influiscono sulle regole del settore facendo il buono e il cattivo tempo. Se ne parla da tempo. Sarebbe stato interessante sapere però anche qualcosa di più recente, come ad esempio le mosse della Cina, popolosissima nazione, affamata di materie prime, con solo il 15% di terre coltivabili e abilissima negli affari.
E poi, sarà un mio limite: ho capito grossomodo cosa c’entri questo con i problemi degli agricoltori italiani, ma mi sfugge cosa c’entri con il glifosato nella pasta.

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giornalista professionista, è direttore responsabile di Giornalisti nell'Erba, referente per la formazione dell'ufficio di presidenza FIMA (Federazione Italiana Media Ambientali) e membro Comitato Scientifico per CNES UNESCO Agenda 2030. Presidente de Il Refuso a.p.s.. In precedenza ha lavorato come giudiziarista per Paese Sera, La Gazzetta e L'Indipendente. Insieme a Gaetano Savatteri ha scritto Premiata ditta servizi segreti (Arbor, 1994). Collabora con La Stampa, per le pagine Tuttogreen.

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  1. Sergio Saia
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    Complimenti per l’articolo. Condivido e confermo quanto riporta Andrea Prometi: è un problema di fiducia nella scienza che sta dilagando pericolosamente nei media.

  2. Chiara Pistocchi
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    Ho visto anche io la puntata di Report e ho pensato molte delle cose scritte nel suo articolo. Ma soprattutto ho pensato a quella che lei chiama tesi 8, ovvero il ruolo dei 4 traders internazionali, pressoché monopolisti del commercio delle grandi commodities. Questo è veramente un punto centrale e meritava un’inchiesta a sé. Se, nonostante tutta la ricerca nel campo dell’agricoltura sostenibile, di conservazione, bio etc., ancora il grosso degli agricoltori mondiali adotta pratiche ritenute non sostenibili è anche perché chi controlla i il commercio all’ingrosso e i prezzi non ha nessun interesse a cambiare l’agricoltura attuale. Stesso vale per la distribuzione dei prodotti finiti, anche li’ pochissimi monopolisti controllano il mercato mondiale. Lei dice: “sarebbe stato interessante sapere qualcosa di più recente”. Le segnalo in proposito il seguente report, redatto dall’internatonal panel of experts on sustaineble food systems, dove si affronta il tema:
    http://www.ipes-food.org/new-report-too-big-to-feed-us-expert-panel-sounds-the-alarm-on-mega-mergers-and-calls-for-urgent-review

    • Ivan Manzo
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      Hai pienamente colto il problema. Mettere l’intero mercato dei semi e dei pesticidi nelle mani di poche grandi multinazionali. Così facendo, gli viene concesso il potere di fare il bello ed il cattivo tempo. Inoltre, segnalo, che la discussione andrebbe fatta anche sulla perdita di biodiversità che sta investendo queste colture per via dell’uso, mal regolamentato, di OGM e pesticidi.
      Questi sono argomenti che andrebbero approfonditi. Su questo, mi piacerebbe, si focalizzasse l’attenzione.

      • Chiara Pistocchi
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        Nel report segnalato si affronta anche il tema delle risorse genetiche, pesticidi, ecc. Tutto il mercato è sempre piu’ strutturato a “clessidra”: tanti produttori-pochi traders-tanti consumatori. Con una tendenza impressionante alla concentrazione nel “collo” della clessidra.

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