Il circo Orfei in tour per l’Italia. A Genova, animali nel cemento. Un ippopotamo all’asciutto (lui che vive immerso nell’acqua). Un elefante solitario (lui che ama vivere in gruppo). Una giraffa nel container. Zebre tra i guardrail.

No, non mi piace il circo con gli animali. Mi piace il circo senza animali. Mi piace se il gioco di musica e luci fa da cornice ad acrobati, contorsionisti, pagliacci che danno il meglio di loro e mi fanno dire oh. Mi fanno riscoprire abilità dell’uomo impensate, coraggiose, atletiche. Ma non mi piace se la tigre sale sullo sgabello, se l’elefante fa il trenino, se la giraffa in catene sta in posa tra persone in coda che le sparano flash.

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Genova, elefante solitario al circo Orfei

L’animale ci affascina, perché appare insolito per la sua forma, perché come un delfino ispira simpatia – pare quasi ci sorrida – o perché mostra tutto il suo vigore quale macchina perfetta di predazione, come il leone nella sua corsa o lo squalo nel suo nuoto.

Per questo sono nati gli zoo. In un tempo lontano, quando dall’emisfero nord l’uomo cominciò ad essere navigatore ed esploratore, oltre le colonne d’Ercole, spingendosi all’Equatore, sfiorando il continente sud dei ghiacci. E l’animale era quel mondo esotico che creava stupore e meraviglia e che si voleva portare un po’ a casa, nelle temperate regioni dell’Europa dove uomini manco potevano immaginarsi un collo così lungo, un manto a strisce, un naso a proboscide.

Ma oggi? Non ha più alcun senso. Il circo è obsoleto. Siamo nell’era del viaggio low cost, della tv hd, dei video in rete, dei droni che sorvolano distese vergini e ce le consegnano in pochi pollici su schermi al plasma. Oggi la savana, l’Amazzonia, la barriera corallina ci entra in casa. Tu comodo sul divano, ti pare di toccarlo quel filo d’erba in alta risoluzione. Siamo nell’era dell’ecologia umana dell’enciclica Laudato sì in cui il messaggio di Francesco d’Assisi del 1200 è rispolverato e attualizzato con la sfida globale del cambiamento climatico.

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Genova, giraffa appena scesa dal camion per far le foto coi bambini

I bambini e gli adulti di oggi conoscono quel mondo esotico non più distante. Conoscono i diversi habitat naturali e sanno che non c’è spazio per quegli zoccoli sul cemento, per quelle sbarre, per quei camion-stalle che bruciano km in autostrada. L’uomo di oggi conosce il comportamento selvaggio e sa bene che non c’è spazio per quei gesti stereotipati che si esibiscono al circo.

Il mestiere più antico del mondo? No, non è la meretrice ma il naturalista, mi disse una volta scherzando un prof di ecologia citando il passo della Genesi in cui Dio conduce all’uomo tutti gli animali perché venisse loro dato un nome.

Per fortuna la sensibilità dell’uomo oggi è cambiata. Molti zoo diventano bioparchi. La cattività diventa “ambiente controllato”. Sbarre e cemento spoglio si convertono in ambienti che ricreano l’habitat, cercando di fornire le condizioni migliori possibili. Soprattutto non è più l’animale ad essere in mostra ma è il visitatore che deve scovarli da postazioni che minimizzano la sua presenza.

Per me le strutture con gli animali hanno valore soltanto se rispettano due vincoli obbligatori. Primo, non siano sterile business ma Edutainment (educational + entertainment) cioè divertimento educativo. Secondo, seguano la filosofia del naturalista scrittore britannico Gerald Durrell.

Un animale non deve essere sottoposto a spettacoli, ma è ambasciatore. E qui lo dico, chiamando in causa gli animalisti perché abbiano un po’ di realismo: è indubbio che sia  la presenza di un animale a fare da calamita per il grande pubblico. Ma partendo dall’emozione che sa suscitare si deve passare al trasmettere messaggi ambientali, sfatando i cliché hollywoodiani e suggerendo buone pratiche.

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Genova, minuscolo recinto per un branco di zebre

Non a caso queste specie si chiamano in ecologia specie bandiera perché sono capaci di attirare l’attenzione della società civile: riuscire a proteggerle automaticamente significa proteggere tutti gli altri animali che condividono con loro l’ecosistema e che purtroppo non interessano a nessuno (ma sono ugualmente importanti), è il caso di tanti invertebrati.

Insomma, sono ambasciatori per la loro stessa conservazione in un pianeta dove le foreste bruciano e i mari si svuotano. Ecco perché l’intuizione di Durrell che lo zoo sia un’arca di Noè oggi è più che mai pertinente. L’arca serve sia per avviare progetti di ricerca al fine di proteggere meglio gli animali nel loro territorio, sia per farli riprodurre (riproduzione ex-situ) con l’ambizione di ripopolare aree in cui la specie è in declino.

Bene, neanche a dirlo, il circo è agli antipodi di tutto questo ed è finanziato con soldi pubblici. Come avvenuto in altri paesi europei, anche in Italia è giunto il tempo di dire no.

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Corrispondente dalla sua terra ligure. Approda a Giornalisti nell'erba dopo l'esperienza elettrizzante di inviato in "Expo Milano 2015". È laureato magistrale in Biologia a Milano. Gruppo sanguigno: giornalista ambientale e scientifico, ma ha scritto per diverse testate dalla cronaca, alla politica fino al settore ho.re.ca. Ama la natura sotto il pelo dell'acqua, con maschera e pinne, ma anche dall'alto, ottimo sul dorso di un cavallo. La comunicazione è l'ingrediente delle sue giornate. Collabora con Acquario di Genova (ha un passato da Whale watcher). Colazione rigorosamente focaccia e cappuccino. Aperitivo, spritz o Mohito. Appassionato di arte (debole per Caravaggio), bioetica, lettura e feste in spiaggia in buona compagnia. Contatto: g.vallarino@giornalistinellerba.it

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