Gli ultimi dati relativi alla perdita di biodiversità non sono per nulla rassicuranti e, qualche giorno fa, è la rivista Scienze a fare il punto della situazione attraverso la diffusione del report dal titolo “Has land use pushed terrestrial biodiversity beyond the planetary boundary? A global assessment”.
Nel report si legge che nel 58,1% della superficie terrestre (dove vive il 71,4% della popolazione) la perdita di biodiversità è tale da compromettere la capacità degli ecosistemi di sostenere le società umane.
Ma questo è soltanto l’ultimo di una lunga serie di lavori incentrati sulla distruzione delle risorse naturali.
Nel 2013 in “Natural Capital at Risk: The Top 100 Externalities of Business” presentato dal programma internazionale TEEB (The Economics of Ecosystems and Biodiversity) in collaborazione con Trucost (una compagnia che si occupa di stimare i costi che la collettività paga per un uso non sostenibile delle risorse naturali), vengono analizzate le 100 principali esternalità negative (si manifestano quando l’attività economica comporta una perdita di benessere ai soggetti esterni al processo economico) nel mondo, il risultato ha dell’incredibile.
Si stima che il costo per la collettività è pari a 4700 miliardi di dollari l’anno.
Ad incidere di più sono le emissioni di gas serra (38%), seguite dal depauperamento delle risorse idriche (25%), dall’eccessivo sfruttamento del territorio (24%), dall’inquinamento dell’aria (7%), dall’inquinamento di suolo ed acque (5%) e dai rifiuti (1%).

Mettere in risalto qualche numero può aiutare a comprende meglio la gravità della situazione:

  • negli ultimi tre secoli le aree forestali globali si sono ridotte del 40% circa, in 25 Paesi sono addirittura scomparse e in altri 29 si è perso oltre il 90% della copertura forestale (FAO, Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura, 2006)
  • dal 1990 il mondo ha perduto circa il 50% delle sue zone umide
  • il 30% delle barriere coralline (ecosistema col maggior tasso di biodiversità) è stato seriamente danneggiato dalla pesca, l’inquinamento e dai cambiamenti climatici (Wilkinson, 2004)
  • negli ultimi decenni è scomparso il 35% delle mangrovie totali, alcuni Paesi ne hanno visto scomparire l’80% (Millennium Ecosystem Assesment, 2005)
  • il tasso di estinzione delle specie provocato dall’uomo è di 1000 volte superiore al tasso naturale (Millennium Ecosystem Assesment, 2005)

E anche le previsione future non sembrano essere per nulla rassicuranti, eccone alcune:

  • si stima che il 40% dei terreni adibiti a coltura estensiva andrà perduto entro il 2050 per via di una diffusione sempre maggiore della cultura intensiva;
  • entro il 2030 potremmo perdere il 60% delle barriere coralline a causa della pesca, dell’inquinamento e dei cambiamenti climatici;
  • molte foreste di mangrovie potrebbero essere colpite dalle logiche di profitto mettendo in serio rischio la vita delle popolazioni locali;
  • a questi ritmi e con queste tecniche di pesca, è a rischio l’esaurimento delle risorse ittiche in molte zone del mondo nel periodo va dal 2050 al 2100;
  • con il continuo aumento degli scambi commerciali globali i rischi generati da “specie aliene invasive” (specie che hanno origine diversa dall’ambiente nel quale l’uomo le introduce) si moltiplicheranno e ciò avrà importanti ricadute in alcuni settori come quello alimentare e sanitario.

E le istituzioni che ruolo giocano in tutto questo? Le istituzione conoscono bene la situazione.
Nel 1992 la Convenzione sulla Diversità Biologica, tenuta durante la Conferenza di Rio su Ambiente e Sviluppo, già poneva l’obiettivo di “ridurre significativamente il tasso di perdita di biodiversità entro il 2010” e nel 2006 era la Commissione Europea ad intervenire con un piano d’azione promosso da 27 ministri dell’Ambiente UE.
Solo 4 anni dopo (nel 2010) però, sempre la stessa Commissione faceva sapere: “sebbene siano stati compiuti progressi significativi in alcuni ambiti, l’obiettivo generale di arrestare la perdita di biodiversità entro il 2010 non è stato raggiunto” pur ammettendo che “ben il 25% delle specie animali europee sono tuttora a rischio estinzione e perfino le specie più comuni continuano a soffrire a causa della mancanza di habitat idonei al di fuori delle aree protette” e che “la rapida diffusione di fenomeni come l’urbanizzazione incontrollata, lo sviluppo industriale e la costruzione di nuove infrastrutture che interessa l’Europa provoca danni alle zone naturali rimaste”.
Mentre ci si interroga se i vincoli di capacità di resilienza del nostro Pianeta siano già stati superati o meno, tutti concordano sul fatto che l’imputato principale, il maggior responsabile di questo disastro, è l’attuale sistema economico globale.
Ma qualche notizia positiva c’è: le aziende che puntano ad un uso efficiente delle risorse naturali sono in crescita rispetto al passato. Questo non solo per motivi etici ma anche perché una strategia di mercato orientata alla sostenibilità è in grado di attirare le preferenze dei consumatori sempre più sensibili a questo genere di problematiche. Tuttavia siamo ancora lontani, troppo distanti da una società basata su un’economia ad impatto zero  e il tempo stringe. Un cambio di rotta è urgente e necessario e per farlo c’è bisogno di istituzioni più forti, più decise nell’imporre la strada da seguire.

La biodiversità è fondamentale per la vita, ad una perdita di biodiversità è sempre associata una perdita di benessere.
Biodiversità vuol dire ricchezza. Ricchezza per le nostre tasche, per la nostra salute, per l’ambiente in cui viviamo. Senza se e senza ma, la perdita di biodiversità va arrestata in modo da tutelare sia le generazioni presenti che quelle future. Perché garantire l’equità intergenerazionale è un obiettivo che non può e non deve essere disatteso.

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