ppaleolotico evExpo Milano 2015, ottobre (dal nostro inviato) – Giochi d’acqua e di luce all’albero della vita. Effetti speciali nei padiglioni. Cucina in tutte le salse. Musica in ogni angolo. Ma Expo è anche scienza. Certo, bisogna darsi da fare e cercare le timide sale, all’ombra dagli eventi fuoco d’artificio del decumano, ma la scienza c’è. E tra le squadre maggiori protagoniste a scendere in campo vi è proprio il CNR, con tanti suoi ricercatori dai più variegati ambiti. Alto profilo scientifico ma raccontato in modo stuzzicante. Così come appare dal titolo intrigante l’incontro “Portare con sé la biodiversità: piante e popoli che si muovono” che riempie di tanti curiosi, non solo di esperti, una sala all’ultimo piano al padiglione Unione Europea.

Già il titolo ci sfida a cambiare prospettiva. Piante e uomini si assomigliano. Entrambi migrano e addirittura molte volte il motivo é lo stesso: è il caso del clima.

Va bene l’uomo si muove e da sempre migra. Non poteva che essere nomade nella preistoria ben prima che sviluppasse l’agricoltura. Ma dire che le piante migrano, suona un po’ strano, un paradosso. Pensiamo a una quercia, che evoca stabilità, resistenza, forza, se guardiano al nostro breve tempo umano, ad esempio a una vita intera, mentre noi giochiamo da bambini o corriamo da adulti, lei è sempre lì, immobile nel viale. “Certamente non si sradicano – scherza Donatella Magri, paleobotanica, o meglio palinologa (esperta di pollini) della Sapienza Università di Roma – ma l’effetto nel lungo tempo è proprio quello di una migrazione”. Se accostiamo le “fotografie”degli areali delle piante che si susseguono durante le lunghe glaciazioni del Quaternario (ottenute grazie allo studio dei fossili vegetali), vediamo come gli alberi furono costretti a “battersi in ritirata”. Arretrando in zone sempre più ristrette, lontane dal ghiaccio, non a caso dette “aree di rifugio”.

Oggi siamo in uno stadio interglaciale e ben sappiamo che l’Europa è dominata dalle foreste. Ma ai tempi delle glaciazioni le foreste si trovavano solo nella penisola iberica, italiana e balcanica. Molte specie di alberi stavano in piccoli siti mediterranei, stretti in una morsa dal mare a sud e dalle fredde steppe e tundre a nord e a oriente. E’ con il ritorno a un clima più mite, che gli alberi riconquistarono le latitudini più elevate. Chissà com’era difficile per l’uomo primitivo affrontare le sfide climatiche. Una recente scoperta rivoluzionaria, tutta italiana, ci dice che già 30mila anni fa l’Homo sapiens conosceva la farina. Un alimento quindi raffinato, conservabile e trasportabile, ad alto contenuto energetico utile per i momenti critici delle fredde glaciazioni.

Se l’agricoltura nascerà nel Neolitico (10mila anni a.C.), già nel Paleolitico l’uomo non era affatto un semplice cacciatore-raccoglitore, ma aveva inventato la farina più antica al mondo: toscana, di avena e senza glutine. “E’ stata scoperta su delle macine grazie alle tracce di amido – spiega la palinologa Magri – e l’ultima frontiera dei paleobotanici indaga proprio sulla pista dell’amido nel tartaro e nei fitoliti (resti vegetali silicizzati) presenti nei denti, si tratta di dettagli che ci permettono di capire meglio la dieta dell’Homo sapiens”. La farina deriva dalla tifa, una pianta palustre molto comune.

Di fronte ai cambiamenti climatici in atto, dei quali l’uomo è responsabile, quale sarà la sorte degli alberi, si estingueranno? “Ci aspettiamo che gli alberi sviluppino una strategia che combini la capacità di migrazione con l’adattamento, non mi aspetto la loro estinzione- afferma Giovanni Vendramin, direttore dell’Istituto di Bioscienze e Biorisorse, CNR – voglio ricordare inoltre che l’uomo può favorire una migrazione artificiale per alcune piante in ambienti più favorevoli, proprio per evitarne la scomparsa”.

Se i cambiamenti climatici minacciano la biodiversità, minacciano anche l’agrodiversità, come spiega Gaetano Laghetti, Istituto di Bioscienze e Biorisorse (CNR), e per affrontare al meglio questa sfida serve una conservazione orientata su un’ampia varietà genetica. Problema noto nell’agronomia, dato che la cosiddetta “sindrome da domesticazione” tende proprio ad erodere la diversità genetica. Nel mondo sono 200 le piante domesticate e solo 15 sostentano l’alimentazione umana.

Mentre l’architetto Fabio Fornasari, illustra come il concetto di paesaggio sia cambiato rispetto al passato e non sia più legato come avveniva in pittura “ad una pura dimensione visiva” ma oggi “è sotto l’osservazione scientifica” e riporta l’esempio del padiglione biodiversità di Expo, dove non ci sono semplici aiuole ma “ecosistemi integralmente riprodotti, nei quali il visitatore può immergersi”.

Se il clima muove le piante lentamente, l’uomo le sposta freneticamente. “Da sempre l’uomo migra portando con sé semi e piante per riprodurre il proprio cibo e la propria cultura – spiega Sveva Avveduto, Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali, CNR – e i popoli non solo determinano nuove realtà dal punto di vista economico-sociale ma anche bio-vegetale, in quanto le piante si modificano e si mescolano a quelle di destinazione generando nuovi cibi e nuova cultura”.

Le mappe della migrazione umana si possono sovrascrivere con quella delle piante ed una tracciabilità singolare viene dalla lingua: “Analizzando il nome, ad esempio di un frutto, dall’arabo alle lingue romanze, si può tracciare il suo spostamento, quindi anche la rotta commerciale” illustra Avveduto.

paleolotico linguaAlbicocca dall’arabo “al-barquq” viaggia dai mercati costieri passando per il portoghese “albricoque” allo spagnolo “albaricoque” fino al toscano “albercocco”. Addentrandosi poi nell’Europa settentrionale dove troviamo “abricoos” in olandese. La maggiorana, “mardakus” dalla Valle del Nilo, raggiunge i mercati nordafricani diventano “merdkus”. Entrano in gioco i botanici medioevali che latinizzano il termine dal greco orientale in “majorana” e da lì passa dal francese antico “majoraine” fino allo svedese “meiram” e danese “mejran”.

Curioso anche l’esempio del carciofo, che dall’arabo al-kharchouf raggiunge il sud Europa con il toscano carciofo e lo spagnolo alcarchofa. Attraverso i mercati lombardi viaggia nella variante articiocch raggiungendo tutto il Nord Europa.

Non si poteva concludere accennando all’ultima frontiera delle migrazioni umane, lo spazio, e Franco Malerba, primo astronauta italiano, in video-collegamento, racconta di quelle piante che abbiamo portato lassù, è il caso del pomodoro Volkov e del cetriolo dell’astronauta giapponese Furukawa, coltivati proprio sulla Stazione Spaziale Internazionale.

Il progetto #gNeLab Expo, che vede un “presidio” di giovani giornalisti Nell’erba a caccia di notizie su sostenibilità, innovazione, greenicità nei sei mesi dell’Esposizione universale, è frutto della partnership con Carlsberg Italia – Birrificio Angelo Poretti (birra ufficiale di Padiglione Italia).

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Corrispondente dalla sua terra ligure. Approda a Giornalisti nell'erba dopo l'esperienza elettrizzante di inviato in "Expo Milano 2015". È laureato magistrale in Biologia a Milano. Gruppo sanguigno: giornalista ambientale e scientifico, ma ha scritto per diverse testate dalla cronaca, alla politica fino al settore ho.re.ca. Ama la natura sotto il pelo dell'acqua, con maschera e pinne, ma anche dall'alto, ottimo sul dorso di un cavallo. La comunicazione è l'ingrediente delle sue giornate. Collabora con Acquario di Genova (ha un passato da Whale watcher). Colazione rigorosamente focaccia e cappuccino. Aperitivo, spritz o Mohito. Appassionato di arte (debole per Caravaggio), bioetica, lettura e feste in spiaggia in buona compagnia. Contatto: g.vallarino@giornalistinellerba.it

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