Tra un mese entra in vigore il più grande accordo del mondo. Grande per il numero degli accordati: tutti i paesi del pianeta. Mai successo nella storia dell’uomo. Che poi sia un accordo per cercare di salvare l’umanità provando a mantenere al di sotto di una certa soglia il riscaldamento globale, un accordo per passare da un’economia fossile ad una sostenibile, può, come pare, essere irrilevante o dare persino fastidio a qualcuno (che non pensa ai suoi figli). Ma è un fatto incontestabile che si tratti di un capitolo da annotare nella storia di tutti i popoli.

Un solo giornale italiano lo ha capito e si tratta di Libero quotidiano, il quale, qualche giorno fa, ha dedicato tutte e 5 le colonne di prima pagina alla notizia della imminente ratifica europea dell’Accordo di Parigi, ratifica che lo rende di fatto esecutivo per tutto il mondo (si doveva raggiungere un minimo di 55 paesi che rappresentassero almeno il 55% delle emissioni).

E’ stato l’unico, in effetti, tra i giornali italiani mainstream a darle uno spazio così importante. Si sa, il clima, l’ambiente, l’ecologia, la CO2 e gli altri gas climalteranti non sono argomenti che alzano i click. Meglio cani miracolati e gatti salvati dai tetti, la Boschi col tacco 12, i sondaggi su simpatia Virginia Raggi vs Cicciolina, i sussurri sul Cavaliere “rivolzato (sic) come un calzino” o le cronache su chi finisce in ospedale col “lato B che vibra” (sic). E così il 4 ottobre, uscendo dal letto l’occhio mi si è piantato spalancato sullo schermo del cellulare: il tweet di Enrico Paoli, giornalista di Libero Quotidiano, ha fatto meglio della moka.

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5 colonne sul clima: ha dell’incredibile. Fatto epocale anche questo.

Paoli è “divertito” dallo stile del suo stesso giornale, io clicco, ingrandisco l’immagine, leggo l’attacco, la firma. E… no, non compro il giornale. Vado al bar dove so di trovarlo sul tavolo, mi faccio un caffè e chiedo se posso scattare un paio di foto a un articolo. Apro, ci sono ben due paginoni, la 2 e la 3, intere. Le foto diventano 6 o 7, quindi, per non sembrare la pidocchiosa che mancoduespicciperilgiornale, compro Il Fatto (più un cappuccino e pure un cornetto, però).

Perché va bene che hanno dedicato 5 colonne in prima e ben due intere pagine all’interno (roba mai vista su Repubblica, sul Corriere, su La Stampa e neppure su Il Fatto), ma se a scrivere è l’agente Betulla sono abbastanza sicura che da incorniciare non ci sia nulla (che fa pure rima).

In effetti conosco anche Feltri, il direttore, che un giorno di parecchi anni fa mi ha anche assunto (in un altro giornale): era un grande, un cattivo, un perfido, ma un grande. Parecchi anni fa. Da un po’ non riesco più a seguirlo. La cattiveria, che lo portava sempre un passo avanti, aveva sempre i suoi puntelli. Oggi si è trasformata in qualcosa che non mi appartiene, non mi piace, mi urta. Sarà l’età (la mia, intendo).

In redazione scarico le immagini e leggo sullo schermo grande (per l’età, appunto).

Renato Farina, alias agente Betulla (per chi non ricordasse, ha raccontato lui stesso il suo ruolo nel Sismi mentre vice-dirigeva Libero) si presenta come uno tra i pochissimi laici in un mondo obnubilato dalla “nuova religione” universale, quella del Dio Verde (un altro “laico” forse è il nostro presidente del consiglio, viste le politiche energetiche di questo governo).

schermata-2016-10-06-alle-17-52-24Nel fondo di pagina 3, Farina prosegue la tirata contro la “religione ecologista obbligatoria” che impone un obolo ”eurofregatura” di 500 miliardi per i contribuenti, e “noi, coglioni fino in fondo” pagheremo… E via così, sproloquiando con livore su coloro che, pervasi di fervore apocalittico, dipingono un ”inferno che non è nell’aldilà ma qui, ora”, provocato dal quel “genere umano che, invece, poveretto”, prova solamente “a fabbricare qualcosa per star meglio, gira in auto, si scalda in inverno”. Non una notizia, non una informazione, non una verità, nel sermone betulliano. Solo la personale (e del giornale, evidentemente) convinzione che i quasi 200 paesi di tutto il mondo, il 98% degli scienziati, le immagini dai satelliti, i dati raccolti dai climatologi, dagli oceanografi, dai fisici, geologi e persino dagli economisti, oltre ai fatti che abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni, siano e dicano tutte cazzate, e solo per svuotare le nostre tasche, in particolare quelle di noi italiani, non si sa perché.

3258Le prove? A parte i contorsionismi verbali per stravolgere le parole di Lovelock fino a farle diventare un “mea culpa, Gaia sta benissimo”, ecco citate un paio di vaghe e imprecisate (nel senso che nell’articolo vengono identificate solo come “comitive”) spedizioni in Alaska e in Antartide fallite. Il che equivale alle dimostrazioni del Cavaliere quando diceva: son cazzate, quest’estate ha fatto fresco. (qui per saperne di più sulla questione ghiacci, da fonte un peletto più autorevole. Qui sul sito della Nasa, per vedere in modo interattivo i dati raccolti dalle agenzie spaziali sull’osservazione della terra. E qui, per dare all’integralista del negazionismo qualche spunto, un interessante articolo sul ruolo del dubbio nella scienza).

Ma riprendiamo l’argomento “forte”, i 500 miliardi che ci sfilerebbero dalle tasche i “sacerdoti”  dalla pelle verde. L’articolo “economico” (ah!) è firmato da Marco Gozzo, il quale probabilmente non ha avuto il tempo di spiegare al titolista che l’obiettivo dell’Accordo di Parigi non è ridurre la temperatura del pianeta – che è impossibile – ma mantenere il surriscaldamento, ormai irreversibile, entro 2° gradi, meglio 1,5°, per evitare danni incalcolabili (anche economicamente). Gozzo deve aver letto qualcosa qua e là, anche da qualcuno che cita Bloomberg, e di corsa ha fatto il suo ragionamento: “L’accordo di Parigi prevede che le nazioni sviluppate inizino a pompare una quantità spaventosa di soldi tra investimenti sulle rinnovabili e fondi per lo sviluppo sostenibile dei Paesi poveri”. No, giusto per sapere, ma chi ha creato il danno perché, poveretto, aveva bisogno di andarsene in giro in auto o riscaldarsi in inverno (e per tante altre cosette come ingrossare i conti bancari dei petrolieri) non dovrebbe avere il dovere di aiutare chi lo subisce per primo e si aspetta a breve di essere sommerso dall’oceano? I paesi ovviamente litigano su questo: è sui soldi che si giocano i veri negoziati, è sui soldi che falliscono gli accordi. Non è un caso, tanto per fare un esempio, che l’Italia stia tardando sulla ratifica: vuole che vengano riconosciuti gli sforzi fatti (durante altri governi e grazie anche alla crisi) per avere uno sconto sulla sua quota. Ma la quantità di soldi da pompare quanto è spaventosa? E lo è più dei costi legati agli effetti del climate change e rispetto a quelli per le fonti fossili? (sotto lo scrivo, tranquilli, continuate a leggere).

Andiamo avanti nel ragionamento, e nel calcolo, gozziano: “Se le previsioni ufficiali parlano di un esborso da “soli” cento miliardi all’anno – scrive letteralmente – , calcoli più approfonditi effettuati da Bloomberg tenendo conto delle ricadute sull’industria offrono un quadro diverso: l’accordo vale qualcosa come 12mila miliardi di dollari nei prossimi 25 anni, che fa 480 miliardi all’anno (con un aumento del 75% rispetto a quanto si spende ora). I dettagli essendo ancora da definire, è impossibile sapere oggi chi pagherà quanto: prevedendo che la parte del leone dovranno farla colossi delle emissioni come Usa e Cina, per un Paese membro del G7 come l’Italia non è peregrino ipotizzare un esborso in doppia cifra (nell’ordine dei 10-15 miliardi)”.

A parte la sintassi, c’è anche altro che non mi è chiaro. Cerchiamo di capire: i 100 miliardi di cui parla Gozzo sono con tutta probabilità quelli, già previsti però ben prima dell’Accordo di Parigi, che avrebbero dovuto essere messi insieme dai paesi sviluppati per aiutare i paesi in via di sviluppo ad affrontare le alluvioni, le ondate di siccità, gli eventi meteo estremi e imparare come fare a ridurre le emissioni (vedi qui  qui). Giusto?

Invece le elucubrazioni sui 480 miliardi potrebbero esser frutto di un po’ di confusione tra cifre, fonti e parole tirate fuori alla rinfusa, magari nella fretta di concepire il pezzo: Libero è un quotidiano, ricordiamocelo, e quando si deve andare in stampa si deve andare in stampa. Ma dove ha preso, Gozzo, quei 480 miliardi?

Se la fonte è davvero il rapporto Bloomberg New Energy Finance, questo parla dell’interesse degli investitori internazionali ad un cambio di rotta dell’economia globale e dice che, nonostante il crollo del prezzo del petrolio e del gas, nel 2015 gli investimenti nelle rinnovabili hanno raggiunto il record di 329 miliardi di dollari. Un segno + alle rinnovabili in tutto il mondo, dunque, tranne che in Europa (-18%), con un conseguente impatto occupazionale non da poco. L’Europa – secondo dati Irena – ha avuto una riduzione di 50 mila posti di lavoro nel settore rispetto al 2014, mentre in Cina si sono raggiunti 3,5 milioni di posti di lavoro nel 2015 su un totale di 8.1 milioni di occupati a livello globale nel settore delle rinnovabili.

Il titolo dell'articolo di Gozzo

Ma questo a Gozzo forse non interessa. Ritorniamo ai 480 miliardi del pezzo, che nel sommario sono 484 e nel titolo 500. Di che parliamo? Come ho scritto io stessa in primavera (Il mondo dopo Parigi Edizioni Ambiente 2016), la questione cruciale è il prezzo del passaggio da una società alimentata da combustibili fossili ad una alimentata da rinnovabili. Secondo il rapporto pubblicato dalla non-profit Ceres e da Bloomberg New Energy Finance, si parla di 12 mila miliardi di dollari di investimenti nelle rinnovabili per i prossimi 25 anni: 485 miliardi l’anno (stesso numero di Gozzo), “un’incredibile opportunità per le imprese e gli investitori” è il commento BNEF. Una torta su cui la concorrenza per l’Europa è già e sarà sempre più forte.

Forse però Gozzo fa riferimento invece ai 500 miliardi stimati da UNEP quali costi dei programmi di adattamento ai cambiamenti climatici. Perché se è così, allora, è bene chiarire che il rapporto UNEP analizza le conseguenze del fallimento delle strategie di riduzione delle emissioni, insomma le conseguenze del fatto che finora la religione del Dio Verde non ha preso piede e quindi siamo già nei guai e lo saremo sempre di più e sarà inevitabile pagarne, letteralmente, il prezzo.

Guai grossi, guai dovuti alla religione nera del petrolio. Il report dell’UNEP dice che la Banca Mondiale ha sottostimato i costi dell’adattamento ai cambiamenti climatici. Invece che tra i 70 e i 100 miliardi di dollari all’anno tra 2010 e il 2050, già entro il 2030 i fondi necessari potrebbero attestarsi tra i 140 e i 300 miliardi di dollari all’anno. E se i Governi del mondo non riuscissero a contenere l’aumento delle temperature al di sotto dei 2°C entro il 2100 – dice UNEP – la cifra raggiungerà soglie molto più allarmanti, con effetti devastanti sull’economia.

Sempre di cifre mondiali, si parla. Il “non peregrino ipotizzare” di Gozzo sui 10-15 miliardi italiani, però, lo lascio perdere perché onestamente non lo capisco: a me pare un peregrino ipotizzare a caso, ma forse è perché non sono mai stata forte in aritmetica.

Non so se lo siano Gozzo e Farina (forti in aritmetica), ma i numeri che riporto qui sotto, e che ho capito persino io, penso siano alla portata di tutti.

Quello sui sussidi diretti e indiretti* alle fossili ad esempio. Sono stati, nel 2015, 5300 miliardi di dollari, tanto quanto il 6,5% del PIL mondiale e più della spesa sanitaria totale di tutti i governi del mondo (fonte Report FMI, pagina 5, così anche per Betulla e Gozzo è facile la ricerca).

* cosa comprendono, ve lo faccio spiegare dai “laici” di assoelettrica. La mia è una “religione” senza pregiudizi 😉

Quanto costerebbe invece la laica immobilità auspicata dal Betulla? La Stern Review propone delle stime che dicono quanto i costi della mitigazione siano ben inferiori ai benefici: far finta di nulla costerebbe tra il 5 per cento e il 20 per cento del Pil mondiale, mentre dare la svolta solo l’1 per cento.

Quanti soldi ai fossili e quanti al Fondo verde per i clima? Comparando i soldi per i fossili con quelli che arrivano al fondo verde ONU (ossia quelli per far fronte al climate change), ecco come stanno le cose: l’Australia dà 113 volte più soldi ai fossili che al fondo; il Canada 79 volte, il Giappone 53 e così via. Oil Change International e Climate Action Network-Europe dicono che i paesi del G7 (compresi noi, quindi) insieme con l’Australia spendono 40 volte di più sul sostegno per la produzione di combustibili fossili di quanto non facciano in contributi al Fondo verde per il clima. E stavolta contiamo solo i sussidi pubblici diretti.

Essere “laici” come Farina – non far nulla, insomma, come abbiamo fatto più o meno finora – ci costa molto molto molto di più di 500 miliardi.

Amen.

Per la ricerca dei dati, ha collaborato Ivan Manzo

 

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giornalista professionista, è direttore responsabile di Giornalisti nell'Erba, referente per la formazione dell'ufficio di presidenza FIMA (Federazione Italiana Media Ambientali) e membro Comitato Scientifico per CNES UNESCO Agenda 2030. Presidente de Il Refuso a.p.s.. In precedenza ha lavorato come giudiziarista per Paese Sera, La Gazzetta e L'Indipendente. Insieme a Gaetano Savatteri ha scritto Premiata ditta servizi segreti (Arbor, 1994). Collabora con La Stampa, per le pagine Tuttogreen.

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