La Federazione Italiana Media Ambientali, della quale ho l’onore di far parte, mi ha invitato a buttar giù qualche riga su come alcuni dei media italiani hanno trattato le notizie sul clima del Report IPCC uscito l’8 ottobre. Qui sotto il testo che è stato pubblicato sul sito FIMA. 

Sui grandi media del nostro Paese ci si comincia ad occupare di clima. Buona, ottima notizia. Ma, salvo purtroppo qualche eccezione, ancora troppo spesso emerge una scarsa preparazione dei giornalisti e soprattutto una scarsa attenzione dei direttori e caposervizio.

I giornali di lunedì 8 ottobre avrebbero forse dovuto riportare tutti in prima pagina titolo e pezzo sull’attesissimo report speciale dell’IPCC, il panel intergovernativo sui cambiamenti climatici incaricato dopo la COP di Parigi di raccogliere ed esaminare migliaia di studi in tutto il mondo sul riscaldamento globale nei prossimi decenni.

Pochissimi invece, contrariamente a quanto è accaduto in molti altri paesi, hanno previsto aperture su un report che era stato anticipato in buona parte ai giornalisti già durante il fine settimana.

Poco male, non è tanto questo il problema. Di fatto la pubblicazione ufficiale del report era lunedì 8, quindi buona parte delle testate italiane ha riportato la notizia martedì. Moltissimo lo hanno fatto, in effetti. E questo è un buono, anzi ottimo segnale. Il livello di attenzione dei media si è alzato, come quello dei lettori. L’argomento fa notizia, anche se ancora non in prima pagina come in questo caso avrebbe meritato.

Ma essendo un argomento finora scarsamente frequentato, un argomento un po’ complesso da trattare, servirebbe forse aggiungere un po’ più di competenza specifica, e analisi più approfondite, altrimenti si corre il rischio di non centrare il punto, di non dare le notizie vere o di darle in modo incompleto o scorretto, fare titoli del genere “Finale Italia Germania: i raccattapalle hanno preso 3 palle su 4”, insomma. Come è accaduto in molti casi ieri a proposito del report IPCC.

Scorrendo le pagine di ricerca su google sembrava che fosse tutto un copia incolla:

Quattro percorsi possibili per mantenere il riscaldamento globale entro 1,5 gradi dai livelli preindustriali” era il titolo epidemico.

Certamente la ragione di quel che sembra un copia incolla è legata ad automatismi e collegamenti diretti con un’unica fonte comune, verosimilmente un’agenzia di stampa. Ma questo significa che nessuno nelle redazioni si è fermato a guardare con attenzione, a leggere e interpretare la fonte primaria (non diciamo il Report di più di 1000 pagine o il Summary per i decisori di 34 pagine, ma quantomeno le 4 del comunicato stampa dell’Ipcc).

Quattro modi per restare sotto 1,5° è un titolo rassicurante, diverso da quelli dei giornali di buona parte del mondo che in prima pagina, anche di quelle belle, di carta (come una sola nel nostro Paese) danno il senso dell’allarme e dell’urgenza. E non è catastrofismo, ma notizie nero su bianco prese da un attesissimo report.

Il titolo nostrano distrae, porta il lettore a convincersi che ci sono addirittura 4 modi, tra i quali addirittura quello di Trump e della Cina carboniofila, per “salvare il pianeta”. E che quindi non c’è nulla di cui preoccuparsi. Basta aspettare le decisioni dei decisori sul clima. Se poi anche non decidessero subito, possono sempre decidere i prossimi. 

Attaccare con la parte del riassunto del report che riguarda i quattro percorsi, non è opera – non a caso probabilmente – di testate e giornalisti più addentro alle questioni climatiche. 

Chi naviga da più tempo dentro i report sul clima ha visto altre notizie da dare ed è andato al sodo.  Cosa comporta stare dentro 1,5°C oppure entro i 2°C, ad esempio. Che fa una bella differenza (certo, scomparsa totale delle barriere coralline, 10 cm di differenza nel livello del mare, Mar Artico senza ghiaccio in estate ogni 10 anni, ma anche milioni di vite umane distrutte o in migrazione, povertà, effetti sulla vita e la sopravvivenza pure economica di noi italiani, effetti devastanti su quelle dei nostri figli, case che non varranno più nulla al di sotto di una certa altitudine…). 

Spiegare che i cambiamenti climatici già ci sono adesso, che 1,5°C lo raggiungiamo a stretto giro (tra il 2030 e il 2052 a seconda del percorso). Che dovremmo ridurre le emissioni globali del 45% entro 12 anni, per arrivare a emissioni nette zero (magari spiegando anche cosa si intende per zero) entro il 2050. Che se andiamo avanti così potremmo raggiungere i 3 e più gradi di surriscaldamento e la fine dei “giochi” umani sul pianeta. Che c’è bisogno di investimenti sui 900 miliardi l’anno. Che i 2° non possiamo proprio permetterceli, che a 1° ci siamo già e che l’1,5° comporta già parecchi problemi. 

Chi mastica più spesso all’interno dei giornali e dei blog ambientali le questioni climatiche non è un “ambientalista” o peggio un “catastrofista”. E’ solo un giornalista un po’ più esperto, capace di capire che i 4 percorsi non sono equivalenti, che si tratta di percorsi molto più o molto meno verosimili e realizzabili, e che porteranno a risultati, date limite, strumenti utilizzati (nel 4° ad esempio è previsto ampio ricorso al nucleare) e prezzi da pagare decisamente diversi. Che non sono “la notizia”, insomma. 

Capiscono, scorrendo su google i copia incolla sui “4 percorsi per salvare il pianeta” che in questo modo passa un messaggio pericoloso, magari anche quello che Trump e l’Australia (come ha fatto sapere proprio ieri) abbiano ragione a puntare sui fossili così come ha ragione  la Cina a riaprire le centrali a carbone. Tanto, in uno dei 4 modi proposti da IPCC per il clima, ce la faremo comunque.

All’urgenza clima servono giornalisti che possano fare analisi approfondite, inchieste sostenute da finanziamenti appropriati, spazi radio, tv e web che offrano vera informazione di qualità, serve attenzione da parte dei caposervizio e direttori, serve un po’ più di competenza.

All’ignavia e al catastrofismo come al negazionismo un tanto al chilo si risponde con il giornalismo di qualità.

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giornalista professionista, è direttore responsabile di Giornalisti nell'Erba, referente per la formazione dell'ufficio di presidenza FIMA (Federazione Italiana Media Ambientali) e membro Comitato Scientifico per CNES UNESCO Agenda 2030. Presidente de Il Refuso a.p.s.. In precedenza ha lavorato come giudiziarista per Paese Sera, La Gazzetta e L'Indipendente. Insieme a Gaetano Savatteri ha scritto Premiata ditta servizi segreti (Arbor, 1994). Collabora con La Stampa, per le pagine Tuttogreen.

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