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15 aprile, sala Moro della Camera dei Deputati. La tavola rotonda organizzata a caldo, a poche ore dalla pubblicazione della sintesi per i decisori del terzo gruppo di lavoro IPCC (Intergovernmental panel on climate change)  sulla mitigazione dei cambiamenti climatici, da Francesco Rutelli, nella sua veste di presidente della fondazione Centro per lo sviluppo sostenibile, si apre con l’intervento in video di Carlo Carraro, rettore della CA’ Foscari che ha preso parte ai lavori Ipcc. “Dalla sintesi di 30 pagine, approvata parola per parola dai delegati di tutti i Paesi  aderenti,  sono stati tolti dati e affermazioni – avverte – Mancano ad esempio i grafici delle emissioni suddivise per Paesi e tipologie di reddito, in cui si vedrebbe che la responsabilità di buona parte delle emissioni di CO2 è dei paesi in via di sviluppo.  E manca anche il riferimento all’atmosfera e al clima come beni comuni (global common), in cui si suggeriva ai governi di andare oltre gli interessi nazionali ed agire in modo globale”. Sintomatica, e grave, questa omissione, in un quadro di previsione che ci pare apocalittico in tutte le sfumature della forbice di stima degli esperti.  (qui per scaricare report e sintesi del III gruppo, qui per l’intero Quinto rapporto Ipcc )

I fatti incontestabili sono questi: tra il 1970 e il 2000 le emissioni sono salite dell’1,3% all’anno. Dal 2000 al 2010, sono aumentate del 2,2%, nonostante Kyoto, nonostante i fiumi di parole, le azioni degli attivisti, le mobilitazioni.  Le misure per la riduzione in totale sono cresciute (del 22% dal 2007 al 2012), ma sono state insufficienti, perché in altre parti del mondo la crescita di emissioni, dovuta a crescita demografica ma soprattutto economica ed in particolare per produzione di energia e settore industriale, sono state maggiori.  Nel 2010 sono state emesse 49 gigatonnellate (miliardi di tonnellate) di CO2equivalente, di cui buona parte si deve all’uso di combustibili fossili. Gli esperti mondiali dell’Ipcc stimano un aumento della temperatura del pianeta tra i 3,7° e i 4,8° nel 2100 rispetto al periodo preindustriale, mentre la soglia di sicurezza è stata fissata a + 2°C. La concentrazione di CO2equivalente nell’atmosfera è oggi sulle 400 ppm (parti per milione), già oltre il limite fissato qualche anno fa. Ma i limiti, si sa, sono fatti per essere – anche catastroficamente – superati. Secondo  i calcoli dell’Ipcc, non possiamo sperare di farcela a restare entro i 2°, se non riusciamo a mantenere un massimo di 450/500 ppm nel 2100. Per mantenerci entro quel limite, dobbiamo abbassare le emissioni del 40-70% rispetto ai livelli del 2010 entro il 2050, ed azzerarle entro il 2100. Possibile? Se agiamo subito, e con accordi ferrei di cooperazione mondiale, si. Ma è verosimile che accada?

Rutelli ha invitato ieri ricercatori e politici per  fare il punto sui “rischi e le politiche di adattamento in Italia”.  Relatori tanti, interventi brevi, compreso quello del ministro Galletti, che ha aperto con una domanda: “Vi siete chiesti quale sarà lo scenario del post crisi? Quali saranno i settori trainanti in Europa?

Non deve esistere la green economy – dice, senza aspettare risposte – questa definizione è una trappola: tutta l’economia deve essere sostenibile“. E ancora: “E’ necessario diffondere la cultura ambientale, dobbiamo creare non solo nativi digitali ma nativi ambientali”. Cosa fare per gli effetti del climate change nel nostro paese: “L’Italia è ad alto rischio di dissesto. dobbiamo agire subito e in modo forte sulla prevenzione con seri investimenti. I soldi ci sono, sono intrappolati burocraticamente nelle casse dei Commissari, ma ci sono. L’incremento nella frequenza e nella intensità di eventi climatici ‘estremi’ anche in Italia, con un pesantissimo tributo di vite umane ed enormi danni per alluvioni, frane, violente esondazioni dei fiumi, ci mette davanti alla necessità di scelte che non possono più essere rinviate .A breve presenteremo un piano“. Per quanto riguarda il coordinamento internazionale, “dobbiamo lavorare per ottenere una fiscalità omogenea in Europa sulle questioni ambientali”. Poi,  “l’Italia ha punti di forza sui quali investire, come diceva il fisico Valerio Rossi Albertini (anche lui al convegno ndr). La politica deve aiutare chi va in questa direzione investendo in ambiente, ricerca, formazione”.

Già, l’Italia dell’inventiva, della capacità di adattamento, della ricerca stessa. Quella che dipinge Rossi Albertini è l’Italia della speranza: “Anche nella ristrettezze in cui siamo adesso, stiamo sviluppando tecnologie fantastiche nel campo delle rinnovabili, ad esempio. Non perdiamo un altro treno per essere leader”, avverte. “Siamo ancora l’Italia che ha insegnato il geotermico al mondo, ancora l’Italia che, proprio per adattamento,tra le due guerre è riuscita a rendersi indipendente energeticamente con l’idroelettrico, l’Italia all’avanguardia nel solare, anche se abbiamo perso l’occasione che hanno invece colto i cinesi”.

“E’ l’Italia che studia il moto ondoso di ogni costa per ricavarne energia”, tecnologia ancora non competitiva, rispetto ad esempio a quanto hanno fatto in Gran Bretagna, ma che promette bene, come spiega Vincenzo Artale, direttore dell’Unità tecnica Modellistica Energetica Ambientale dell’Enea.

L’Italia che ha centrato gli obiettivi di Kyoto (obiettivi falliti a livello globale), “per merito della crisi economica”, dicono Rossi Albertini e Ermete Realacci (pd), presidente della Commissione Ambiente della Camera. E così, alla domanda di Rutelli su come si possano coniugare nell’agenda politica le pressanti preoccupazioni quotidiane dovute alla crisi economica con le urgenze di investimenti per la mitigazione del clima, la risposta è facile: “la capacità di adattamento e di innovazione degli italiani va avanti anche senza l’apporto della politica”. In questo quadro, “la mitigazione significa anche posti di lavoro… è la risposta alla crisi”.  Perché, tanto per fare un esempio, se “le case mangiano 45 miliardi di euro in energia agli italiani, la soluzione non è la bufera sull’IMU ma il risparmio energetico”.

“Niente più metri cubi di cemento, ma riqualificazioni”, riprende Giuseppe Marinello (pdl) presidente Commissione Ambiente del Senato. “Bisogna usare le leve fiscali per sostenere le azioni virtuose in campo ambientale, ed esercitare nel contempo un forte controllo”.

Lo spirito di adattamento degli italiani ci darà certamente una marcia in più, ma ci voglio soldi, parecchi soldi. “Il costo del solo adattamento al rischio idrogeologico in Europa è stato stimato intorno a 1,7 miliardi all’anno nel 2020, fino a 7,9 miliardi all’anno nel 2080. Per la città di Venezia il costo potrebbe essere dell’ordine di 1,7-2 miliardi di Euro in 60 anni”, aveva detto qualche giorno fa a La Stampa Riccardo Valentini, coordinatore del capitolo sull’Europa dell’Ipcc.  Sempre sulle pagine de La Stampa (Tuttogreen) Carlo Carraro aveva spiegato i termini economici dell’urgenza: “Agendo rapidamente, la transizione da un’economia basata sui combustibili fossili a una low-carbon potrebbe costare tra 1 e 2% del PIL globale. Già intervenendo a oltre il 2020 i costi potrebbero salire fino a 4-5 punti di PIL. Infine secondo alcuni modelli analizzati nel report, se si iniziasse ad agire oltre il 2030 i costi sarebbero talmente elevati al punto che preservare i livelli di CO2 per tenere la temperatura sotto la soglia dei 2°C sarebbe impossibile” .

“Prima agiamo, meno spendiamo e meglio riusciamo”, è la sintesi di Sergio Castellari, Ipcc Focal point per l’Italia.  Agire subito.  Già.  Kewan Riahi, responsabile del Programma Energia dello IIASA fa qualche conto: “Se si volesse davvero raggiungere l’obiettivo dei due gradi, si dovrebbe chiudere una centrale a carbone ogni settimana per dieci anni”. Nel frattempo, però Enel, ad esempio, presente all’incontro di ieri nella persona di Andrea Valcalda, responsabile Environment, non parla di obiettivi al 2030, ma salta direttamente al 2050: “L’obiettivo  carbon free entro 2050 è anche il nostro”.

E’ vero, la crisi enomica ha sostenuto la “virtuosità” europea e dei paesi sviluppati. Non altrettanto accade in quelli in via di sviluppo, i quali, proprio perché in sviluppo, sviluppano anche più energia ed emissioni. Entro il 2030, la Cina intende raddoppiare la propria capacità energetica , ad esempio. Investirà oltre 3.900 miliardi di dollari, ma promette che oltre la metà dei nuovi impianti sarà rinnovabile. Nella Cina dove i tramonti ormai sono dipinti su mega poster, solo la metà del suo raddoppio energetico sarà rinnovabile. Fate un po’ il conto.

Qui da noi, “programmazione energetica, ricerca, economia”, sintetizza Rutelli ad uso dei politici.

“Ma quanti politici leggeranno il rapporto sulla mitigazione del terzo gruppo Ipcc (migliaia di pagine)”? Pochi, si risponde Sergio Castellari. Forse nessuno.  Qualcuno si farà fare un riassunto della Sintesi di 30 pagine, o leggerà le versioni in video di 10 minuti con i disegni. Il negazionismo nel nostro Paese è assente. E meno male. Il problema è che è assente per indifferenza.

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giornalista professionista, è direttore responsabile di Giornalisti nell'Erba, referente per la formazione dell'ufficio di presidenza FIMA (Federazione Italiana Media Ambientali) e membro Comitato Scientifico per CNES UNESCO Agenda 2030. Presidente de Il Refuso a.p.s.. In precedenza ha lavorato come giudiziarista per Paese Sera, La Gazzetta e L'Indipendente. Insieme a Gaetano Savatteri ha scritto Premiata ditta servizi segreti (Arbor, 1994). Collabora con La Stampa, per le pagine Tuttogreen.

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