Perugia, Festival internazionale del giornalismo – Non è tutto oro quello che luccica. O meglio per tirare fuori l’oro, quello giallo, si utilizza un altro oro, quello blu.  Succede a Pueblo Viejo a Santo Domingo, a 100 km a nord-ovest dalla capitale. Dal 2012 la multinazionale canadese Barrick Gold ha una miniera d’oro, ed è la terza più grande del mondo (riserve d’oro provate 9,3 milioni di once, stimate 25,3 milioni).  Il giacimento è di proprietà per il 60% Barrick Gold, per il 40% della Goldcorp.

santo domingo 1È un disastro ambientale e sanitario. Un vero dramma. Voce narrante, il fotogiornalista Maurizio Faraboni nel panel “Il reportage fotografico come missione sociale”.

Il primo atto si svolge in montagna. É con acqua, mercurio e cianuro che avviene il processo estrattivo. C’è un territorio distrutto. Un suolo eroso. Un entroterra scoperchiato. Il secondo atto si compie scendendo a valle. C’è il prurito e la febbre alta. Pustole che riempiono le schiene. Il fiume inquinato scorre e contagia. I suoi meandri si infilano tra le comunità locali. I bambini fanno il bagno. Bevono acqua. Si ammalano. È giocando che comincia il loro calvario. Sono morte finora più di 200 persone. Il bestiame muore. Le colture come quelle del cacao e del tabacco muoiono. Colpa anche dell’aria inquinata: le numerose esplosioni dalla miniera liberano in atmosfera pericolosi fumi.

Ci sono state molte rivolte popolari, finora inascoltate. La gente muore per l’acqua ma anche perché senza acqua. Da quando c’è la miniera molte famiglie vivono in perenne siccità e la Barrick gold che sa di essere la causa, consegna 3 bottiglioni d’acqua a ciascuna ogni 5 giorni. “Troppo poca, non riusciamo a lavarci, a cucinare – racconta in lacrime una donna alle telecamere di Faraboni – l’acqua vale più di qualsiasi oro”.  Terzo atto il mare: quelle spiagge bianche e quel mare azzurro ricco di pesci, coralli, vita sono a rischio. Potrebbero rimanere solo in cartolina. E con essi sparirebbero i turisti, i mojiti, il ritmo e il relax caraibico.  L’epilogo a Pueblo Viejo è cronaca nera su due fronti: da una parte l’emergenza sanitaria dall’altra l’affondo all’economia turistica.

santo domingo 2Il video reportage che Faraboni ha realizzato per il giornale “Gli occhi della guerra” finisce. È stato duro come un macigno. In sala è silenzio. Poi un susseguirsi di mani alzate. Cosa fare, a chi rivolgersi. Basta “googlare” per vedere che nessuno ne parla qui in Italia, ma scarseggiano le notizie anche dal resto del mondo. “Mi sono rivolto alla Leonardo Di Caprio foundation ma non ho ancora avuto risposta, ho scritto alla multinazionale e mi hanno minacciato”.

Faraboni ha mostrato queste riprese ma senza un discorso preparato. Ha parlato a braccio. E senza una soluzione a portata di mano che rilasserebbe il clima, farebbe uscire tutti dalla Sala Notari più leggeri. Per Pueblo Viejo non c’è un’indicazione di onlus, né un sms solidale da sponsorizzare. Insomma niente di niente: c’è solo lui e le sue immagini. Una carrellata di volti. Dopo Santo Domingo, Faraboni racconta altri suoi progetti. I migranti tra il filo spinato nei Balcani o i lebbrosi dimenticati nel cuore del continente nero che segue da 20 anni.

Però una cosa chiara da riferire alla platea ce l’ha: “Bisogna fermare questo orrore”. E una cosa da fare la sa: “Io con la mia macchina fotografica non mi fermo, sono qui al festival per denunciare”. Faraboni ha la postura da uomo duro. A tradirlo gli occhi lucidi. La voce è un misto: azione e rassegnazione. Di porte che gli si sono chiuse in faccia ne ha viste tante e tante altre le ha sbattute lui. I compromessi non gli sono mai piaciuti. Anche se i problemi però restano.

Faraboni stringe la sua fotocamera. Per noi giornalisti è arrivato il momento di prendere penne, mouse, tastiere, tablet e …cominciare a scrivere.

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Corrispondente dalla sua terra ligure. Approda a Giornalisti nell'erba dopo l'esperienza elettrizzante di inviato in "Expo Milano 2015". È laureato magistrale in Biologia a Milano. Gruppo sanguigno: giornalista ambientale e scientifico, ma ha scritto per diverse testate dalla cronaca, alla politica fino al settore ho.re.ca. Ama la natura sotto il pelo dell'acqua, con maschera e pinne, ma anche dall'alto, ottimo sul dorso di un cavallo. La comunicazione è l'ingrediente delle sue giornate. Collabora con Acquario di Genova (ha un passato da Whale watcher). Colazione rigorosamente focaccia e cappuccino. Aperitivo, spritz o Mohito. Appassionato di arte (debole per Caravaggio), bioetica, lettura e feste in spiaggia in buona compagnia. Contatto: g.vallarino@giornalistinellerba.it

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