Molte problematiche ma diverse le soluzioni. Significativi gli esiti del dibattito sul giornalismo ambientale che ha avuto luogo al festival del giornalismo di Perugia durante il panel “l’alleanza scienza-giornalismo per raccontare il cambiamento climatico”.
I giornalisti intervenuti, sia dal nuovo che dal vecchio continente, hanno evidenziato la necessità di portare innovazione nella narrazione e nel raccontare la storia del cambiamento climatico in modo da catturare l’attenzione e l’interesse del pubblico.

Certamente la “storytelling” va migliorata e vista la complessità dell’argomento se ci si ferma ai soli fatti scientifici si rischia l’aridità e la perdita delle sfumature pur importanti del tema, lasciando sempre più spazio agli scettici. Il pubblico si sente impotente di fronte ad un fenomeno che sta coinvolgendo su scala globale l’intero pianeta e reputando ininfluente la propria azione personale si sente indotto al disinteresse e all’apatia. Per contrastare questo atteggiamento diffuso il giornalismo deve necessariamente riuscire ad energizzare la storia e  a catturare l’attenzione del pubblico attraverso un coinvolgimento nuovo, combattendo la diffidenza dilagante provocata dalle fake news e ricreando una nuova fiducia tra editoria e pubblico. Ma qual è il target a cui deve rivolgersi il giornalista scientifico?

Il giornalista ha certamente una responsabilità forte circa la modalità di veicolare le tematiche del problema climatico e il loro impatto emotivo sul pubblico. Concentrare un problema complesso in poche righe o pochi minuti di elaborazione video non è cosa semplice ma forse spostando l’attenzione sugli attori, cioè su coloro che subiscono e soffrono nella vita quotidiana il cambiamento climatico, può muovere gli animi in modo diverso. Il coinvolgimento del pubblico passa necessariamente per storie di comunità e storie toccanti delle persone direttamente coinvolte. Così il racconto degli abitanti dell’Amazzonia o del contadino del Marocco che parlano delle piogge sempre più rare, del fatto che non trovano l’ acqua o che hanno visto diminuire il numero degli alberi  negli ultimi dieci anni ha un impatto molto più forte di una asettica divulgazione di dati che scaturisce dalla ricerca. Inoltre riportare al grande pubblico le soluzioni trovate nel quotidiano da chi deve nell’immediato fronteggiare il problema della crescente siccità può aiutare anche la comunità scientifica, il mondo politico e i governi nazionali ad elaborare strategie incisive a più ampio spettro. Occorre evitare la ghettizzazione dell’informazione sul clima al mero ambito scientifico e allargarne la risonanza mettendola in relazione alle problematiche ad essa collegate che hanno maggior presa sul pubblico, quali l’emigrazione o l’alimentazione. Fondamentali a tal fine anche le campagne di sensibilizzazione volte a combattere fatalismo e impotenza per spiegare ai lettori che possono fare qualcosa anche nel loro piccolo come evitare di mettere i loro fondi pensione nelle compagnie petrolifere. Tali campagne vanno anche estese alle istituzioni per conferire nuova visibilità ad una storia che tende a perdere interesse e a sbiadire tra le notizie che fanno sensazione. Interessante la proposta della creazione di start-up dove i lettori possano esprimere opinioni, suscitare quesiti e proporre soluzioni al problema del clima che potrebbero ispirare soluzioni e innovazioni creative attraverso un brain storming globale dove tutti siano chiamati in causa. Un’alleanza nuova quindi, non solo quella tra scienza e giornalismo ma un’alleanza che includa  anche il pubblico perché coinvolgimento e speranza sono la chiave per la tutela del clima e la sopravvivenza del nostro pianeta.

Di questo e di altro abbiamo discusso proprio con i protagonisti del panel Alok Jha e John Reilly (video).

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