L’Ipsos ha intervistato 800 ragazzi tra i 14 e i 27 anni per cercare di capire cosa ne sanno di SDGs (e lo scrivo per quelli che ancora brancolano nel buio dell’acronimo anglosassone: parlo dei 17 obiettivi dello Sviluppo Sostenibile, quelli che dobbiamo raggiungere, noi e il resto del mondo, entro il 2030). Il risultato, per come l’ho letto io, è piuttosto stupefacente, ma nel senso opposto a quello inteso da altri giornali e dagli addetti ai lavori e i committenti della ricerca: il 17% dei giovani interpellati sa cosa siano, poco meno di uno su cinque. Non è poco, pensavo davvero che la percentuale fosse molto più bassa. Se si facesse una ricerca analoga tra gli adulti, dubito proprio che il valore possa risultare più alto. Perché non se ne parla, perché l’informazione è ancora forse troppo tecnica o troppo allarmistica. Magari però si fa qualcosa per raggiungerli (quando ad esempio a scuola si fanno progetti contro il bullismo, o contro lo spreco alimentare o la sana alimentazione, o  sui diritti delle donne o sulla riduzione della plastica), ma senza sapere che si sta lavorando nell’ambito del numero 1, 2, 4, 5, 14…

Tanto per dire, durante la presentazione della ricerca, commissionata dalla Fondazione Barilla e illustrata al Ministero dell’Istruzione (vedi anche qui) nell’ambito di un evento su cibo e sostenibilità del Festival dello Sviluppo Sostenibile ASviS il 5 giugno scorso, a Marcella Gargano (direttore generale, diretta collaboratrice del ministro) è stato chiesto della neonata piattaforma di educazione allo sviluppo sostenibile su cui sarebbero inseriti i progetti sull’Agenda 2030 di 33 mila docenti italiani (per vederli bisogna essere insegnanti): un bel numero, a sentirlo così, in effetti. Come dire, la Scuola fa educazione allo Sviluppo Sostenibile. Ma lo sa davvero, la Scuola? A ben guardare, i 33 mila sono solo il 4% circa dei docenti nel nostro paese. E io credo che si tratti appunto di coloro che sanno inserire i loro progetti in uno o più dei 17 quadratini colorati di SDGs, mentre magari tanti altri hanno progettato e realizzato senza aver consapevolezza dell’Agenda 2030.

Tanti i giovani in piazza e nelle strade per i fridays for future. L’allarme lanciato da Greta ha alzato il livello d’attenzione sull’ambiente. Ma ha fatto altrettanto sulle altre sfere della sostenibilità? Ecco qualche dato dalla ricerca Ipsos, così come illustrato da Andrea Alemanno, responsabile per le ricerche su sostenibilità e CSR.

“Greta ci ha detto che la casa è in fiamme. Ora tocca spiegare come portare i secchi d’acqua –  spiega Alemanno – E’ necessario che la paura della catastrofe, che ha cominciato a smuovere gli animi, si tramuti in positività, in consapevolezza e azione per le soluzioni”. 

Un po’ Cop21 (che è stato il primo momento di diffusione a smuovere un po’ di interesse), un po’ Greta, o anche gli alberi che cadono sotto casa, vuoi un po’ tutto insieme, ma la familiarità con il concetto di sostenibilità è percepito chiaramente da un 41% di giovani, da un 50% in modo superficiale, e solo un 9% non lo conosce. Ovviamente la conoscenza è trainata verso salto dai più attenti (61%), da giovani che hanno partecipato ai fridays for future (61%), ma anche da famiglie con tenore di vita alto (53%), con titolo di studio alto (52%) e da residenti del nord est (47%).

Quanto ne sanno di SDGs.

Più della metà dei giovani intervistati (55%) sostanzialmente non li conosce, il 28% li conosce superficialmente e solo il 17% li conosce.

Le loro fonti.

A 14-15 anni chi li conosce (solo il 10%), li conosce perché se n’è parlato a scuola (64%). Qualcun altro tramite internet (23%), o grazie alla famiglia (23%) e solo il 10% ne ha saputo qualcosa dai giornali.

A 16-19 anni il quadro cambia: il 48% a scuola, il 37% tramite internet, l’11% in famiglia e il 28% dai giornali

A 20-23 anni, il 40% a scuola/università, il 37% da internet, il 14% dalla famiglia e il 28% sui giornali.

A 24-27 anni: il 44% internet, il 41% sui giornali, il 28% a scuola/università, il 17% in famiglia.

I giovani e l’attivismo sociale. 

I giovani si impegnano? Una buona parte (il 55%) sembra di sì. Divisi in tre categorie, il 34% dichiara nessuna partecipazione, il 34% una partecipazione attiva, in associazioni di volontariato, gratuita, con organizzazioni, no profit e ong, e il 32% dichiama una partecipazione passiva, ossia si tratta di coloro che si mettono in ascolto, partecipano a incontri, ad eventi, si informano. 

Dieta mediatica

Gli “attenti” sono il 15%, ossia coloro che seguono un dieta mediatica diversificata e si tengono costantemente informati. Gli “informati“, ossia quelli che utilizzano un numero più limitato di mezzi e meno frequentemente, sono il 23%. I “disinformati” (informati in modo frammentario e sporadico privilegiando un solo media) sono il 44%, mentre sono il 18% i “non informati“, ossia quelli che non manifestano interesse per l’informazione di attualità.

L’interesse a informarsi tende a crescere con l’età (tra 24 e 27enni gli attenti salgono al 19%), ma ancora tra gli over 20 circa il 50% risulta disinformato. Il 67% dei 14-19 enni si divide tra non informati e disinformati. I giovani sono come gli adulti: gli italiani hanno ridotto negli anni la loro dieta mediatica. Siamo vicini all'”anoressia”.

Cos’è la sostenibilità?

L’informazione e la consapevolezza nascono dalla paura, dice Alemanno. “E’ il bambino che ha toccato il fuoco e si è scottato la mano”. Le tematiche ambientali catalizzano l’attenzione.  Una recente ricerca a livello mondiale prevedeva che gli intervistati rispondessero sul grado di accordo o disaccordo con questa affermazione: “Stiamo andando incontro ad un disastro ambientale se non cambiamo subito le nostre abitudini”. Nel nostro paese, l’80% ha risposto di essere d’accordo, contro una media mondiale del 75%. Più d’accordo di noi gli indonesiani, i messicani, i peruviani, gli indiani e tanti altri popoli, tra cui tedeschi e francesi, meno di noi gli svedesi, gli australiani, gli inglesi, gli americani, i canadesi e i giapponesi. La sostenibilità come questione ambientale dunque. “Fino a qualche anno fa, l’elemento che sosteneva le istanze ecologiche era un portato etico, ora si è aggiunta la paura. Che è un vantaggio, perché smuove di più – spiega Ipsos –  Il lascito di questa paura è un concetto di sostenibilità che però è molto concentrato sull’ambiente e non su tutti gli SDGs”. Nello studio sui giovani, infatti il 35% la descrive in termini legati alla tutela dell’ambiente e del suo rispetto nei processi produttivi. Il 28% parla della necessità di uno sviluppo che permetta di mantenere in equilibrio risorse naturali attuali e future. Il 14% fa riferimento alla sostenibilità economica di un sistema che riesca a generare benessere condiviso e solo l’11% fa riferimento all’inclusione e alla tutela di chi è in difficoltà in un’ottica di sostenibilità sociale.

Quali SDGs sono più importanti e su quali si può contribuire.

Il più importante di tutti è lotta al cambiamento climatico, che risulta anche quello su cui si pensa di poter contribuire maggiormente. Non è considerato altrettanto importante quello sulla parità di genere, ma almeno è uno di quelli su cui si può contribuire di più, cosi come ridurre le disuguaglianze. Importanti si, ma senza grande opportunità di azione personale sono considerati quelli sull’energia pulita ed accessibile, sconfiggere la fame e la povertà.

“La paura si esaurisce, non si sente più, si impara a conviversi” continua Alemanno. “E’ buon elemento iniziale, da’ la spinta, ma la paura come fenomeno sociale prima o poi finisce, e dene essere sostituita da consapevolezza, altrimenti rischia di essere sostituita da un’altra paura”.

Anche il coinvolgimento degli adulti è alimentato dalla consapevolezza del cambiamento climatico. Il 70% della popolazione mondiale è convinto che il climate change sia ormai evidente. L’84% dichiara di essere preoccupato per il futuro dell’ambiente. Il 74% pensa di aver personalmente contribuito alla formazione delle isole dei rifiuti negli oceani. “La paura è in grado di esercitare influenza su un vasto numero di persone, ma non è spinta razionale e rischia di essere poco efficace sul medio lungo periodo”.

Gli ambiti nei quali è possibile agire per un modello di sviluppo sostenibile?

Secondo i ragazzi, prima di tutto c’è il settore energetico, “che evidentemente è riuscito a far capire che si sta impegnando in sostenibilità”. Al secondo posto, l’industria alimentare. E al terzo l’agricoltura (tra chi si informa di più, questa voce raggiunge il livello del settore energetico). Seguono poi, le innovazioni tecnologiche, trasporti e infrastrutture, sanità, occupazione e economia, industria del farmaco.

Si, ma quando?

Nessuna urgenza. Bisogna agire, ma a parte sul cambiamento climatico, gli obiettivi secondo il 60% dei giovani intervistati dovranno essere raggiunti in futuro, magari da altri. Più consapevoli i giovanissimi (14-15 anni), che si dividono equamente tra chi pensa sia urgente muoversi oggi e chi dice che toccherà domani, mentre tra i 16-19 enni e ancor di più tra i 20-23enni, si propende a rimandare al futuro (70%). Solo tra i 24 e i 27 anni, e soprattutto donne, l’urgenza viene un po’ più percepita. “Chi si informa di più tramite i media, i giornali, ha un racconto più drammatizzato e teme di più, mentre i più giovani che si informano soprattutto tramite la scuola, tendono ad avere una visione più propositiva e attiva”.

A chi tocca informare sugli SDGs?

Alla scuola innanzitutto (64%), poi alla famiglia (52%), seguono, senza troppa responsabilità attribuita, le istituzioni governative e politiche, quelle europee, i blogger e web influencer, i personaggi famosi, altri giovani, la classe politica locale, le aziende, i giornalisti (in fondo insieme alle no profit).

 

vedi anche

 

 

 

 

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giornalista professionista, è direttore responsabile di Giornalisti nell'Erba, referente per la formazione dell'ufficio di presidenza FIMA (Federazione Italiana Media Ambientali) e membro Comitato Scientifico per CNES UNESCO Agenda 2030. Presidente de Il Refuso a.p.s.. In precedenza ha lavorato come giudiziarista per Paese Sera, La Gazzetta e L'Indipendente. Insieme a Gaetano Savatteri ha scritto Premiata ditta servizi segreti (Arbor, 1994). Collabora con La Stampa, per le pagine Tuttogreen.

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