Gettano la spugna i pirati verdi di Sea Shepherd. I “greenblock” delle balene – benedetti da Brigitte Bardot, sostenitrice della prima ora – per dodici anni, non hanno perso di vista le baleniere operanti nei mari antartici, ma adesso si sentono impotenti di fronte alla tecnologia satellitare e militare delle navi di Tokyo. E accusano, in un comunicato stampa, i governi di Usa, Australia e Nuova Zelanda di agire “in lega con il Giappone contro le loro campagne di protesta”.

Il fondatore di Sea Shepherd, il capitano Paul Watson, ha cominciato il suo attivismo ambientalista in Greenpeace. Poi fu allontanato dall’associazione per i suoi metodi considerati troppo aggressivi.

Tra le prime battaglie di Sea Shepherd che hanno scosso il mondo, c’è la difesa dei cuccioli di foca, bastonati per alimentare il mercato delle pellicce o i tentativi di salvataggio annuali alle Isole Faroe, dove i globicefali (grossi delfini neri, chiamati in inglese pilot whale) vengono ammazzati in una mattanza che coinvolge tutti gli abitanti e che colora di rosso sangue le acque dell’arcipelago.

Ma, adesso, Watson non se la sente di esporre i suoi volontari a questo pericolo: secondo le nuove leggi anti terrorismo del Giappone, le navi di protesta vicino alle baleniere commettono reato di terrorismo.

Le balene saranno tutte un po’ più orfane, i loro guardiani,  angeli custodi che sventolano una bandiera con teschio e tridente, in dodici anni di attività hanno salvato 6.500 grandi cetacei, e tramite pressioni alla Corte de L’Aja sono riusciti a far scendere da 1000 a 333 la quota  di balene cacciabili all’anno.

L’equipaggio di Sea Shepherd è stanco di vedere che gli accordi commerciali battono sempre gli impegni di conservazione. Basti pensare che le baleniere se ne infischiano di quello che dovrebbe essere dal 1994 il “Santuario dell’Oceano Antartico”: un’area che circonda il polo sud di 50 milioni di kmq dove i grossi giganti del mare si radunano per alimentarsi. La caccia commerciale alle balene è vietata dal 1986, ma il Giappone giustifica le sue arpionate come ricerca scientifica.

Non è un addio ma un arrivederci, promette Sea Shepherd, ma serve un nuovo piano per contrastare la caccia. Staremo tutti a vedere che cosa si inventerà “quel lupo di mare” del capitano Watson, un uomo mai stato avvezzo ai tavoli diplomatici – d’altronde sulla sua bandiera non sventolano cigni o panda – arrestato ripetutamente per le sue proteste, inseguito dall’Interpol, dal 2012 vive da rifugiato politico in Francia per sfuggire all’estradizione richiesta da Giappone e Costa Rica. Per Watson, ogni mezzo è lecito pur di salvare le balene: taglio delle reti, motori legati con corde, lancio di bombe puzzolenti e di vernice, speronamenti e affondamenti.

Non violenza ma opposizione fisica decisa, discutibile per molti, ma se non altro molte balene ringraziano.

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Corrispondente dalla sua terra ligure. Approda a Giornalisti nell'erba dopo l'esperienza elettrizzante di inviato in "Expo Milano 2015". È laureato magistrale in Biologia a Milano. Gruppo sanguigno: giornalista ambientale e scientifico, ma ha scritto per diverse testate dalla cronaca, alla politica fino al settore ho.re.ca. Ama la natura sotto il pelo dell'acqua, con maschera e pinne, ma anche sopra, ottimo a dorso di cavallo. La comunicazione è l'ingrediente delle sue giornate. Collabora con Acquario di Genova (ha un passato da Whale watcher). Colazione rigorosamente focaccia e cappuccino. Appassionato di arte (debole per Caravaggio), bioetica, lettura e feste in spiaggia in buona compagnia. Contatto: g.vallarino@giornalistinellerba.it

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