di Mario Bucaneve, Margherita Esposito, Leonardo Suvieri, Gabriele Vallarino, Edona Xhaferri

Trenta km da Milano Rogoredo. Una manciata di strada. Parti dai grattacieli di vetro, dal business centre e arrivi in uno spazio verde di 47 mila ettari, un verde che non ti aspetti alle porte di una metropoli e dove il tempo si è quasi fermato. Ci sono i navigli progettati da Leonardo da Vinci, tuttora funzionanti. Irrigano da 500 anni la campagna meneghina. Siamo nel parco Sud Milano: un polmone agricolo e zootecnico. Non la natura selvaggia di Yellostone, ma quella sapientemente e armoniosamente lavorata dall’uomo. Tra campi coltivati e allevamenti, dal 1950, si trova anche la Cascina Marchesina. 

Una realtà familiare che è cresciuta: “Ad oggi contiamo 13 grandi stalle, distribuite su 400 ettari e ospitanti 4000 bovini di razze pregiate francesi e italiane”, dice Piero Ravizza, Amministratore e direttore generale Società Agricola Marchesina. Lo sviluppo ha rispettato la storia e la geografia del luogo, “i vincoli paesaggistici sono molto severi, all’interno di quest’area”. Ma, soprattutto, non si è tradito il valore dell’ambiente. A dirlo, non sono i proprietari, ma il Parco del Ticino che, alle aziende meritevoli, concede l’uso del marchio ‘Produzione Controllata Parco del Ticino’.

RINNOVABILI E FORAGGIO KM ZERO

“La tradizione è andata di pari passo con l’innovazione sostenibile, con i nostri impianti alimentati da fonti rinnovabili siamo energeticamente autosufficienti”, dichiara sempre Ravizza, “così come autosufficiente è l’approvvigionamento dei cereali – rigorosamente Ogm free – che sono coltivati a chilometro zero nelle pianure che fiancheggiano le stalle”. 

All’anno i pannelli fotovoltaici producono 400 mila kWh, mentre l’impianto a biogas ne produce 8 milioni. “In pieno spirito di economia circolare i reflui zootecnici dopo aver dato energia, ancora ricchi di azoto, fosforo e potassio diventano fertilizzanti per i nostri suoli – aggiunge Carmelina Esposito, Amministratore e responsabile sviluppo commerciale, pubbliche relazioni Società agricola marchesina – Se si parla di sostenibilità, si deve guardare agli accorgimenti messi in campo per l’allevamento, dato che esso è responsabile del 70% degli impatti, mentre il trasporto e la macellazione occupano un peso minore”.

BOVINO CURIOSO

Passeggiando tra i bovini della cascina, viene da chiedersi, ma come “si misura” il benessere animale? “Osservando gli animali”, risponde laconico il veterinario dell’azienda, Alberto Oldrini.

Chiaramente non siamo in un allevamento intensivo ma neanche tra pascoli aperti. “Siamo in un cosiddetto allevamento confinato”. Non ci sono i prati da cartolina pubblicitaria, d’altronde, “sarebbe un pericolo per gli stessi animali, poiché vivrebbero esposti a un maggior rischio di malattie e d’incidenti e comunque, in inverno dovrebbero essere tenuti in strutture chiuse”, precisa sempre Oldrini. Il pascolo non garantisce per l’allevamento destinato alla produzione di carne né sicurezza per la salute dell’animale né – di conseguenza – per la salute dell’uomo. 

Ad ogni modo un bovino felice lo si vede dal fatto che “si avvicina incuriosito, mangia in tranquillità anche in presenza di persone: considerando che stiamo parlando di un animale che come ruolo ecologico riveste quello di una preda, quindi di indole paurosa e pronta alla fuga”. 

L’UE consiglia (non obbliga) che ogni bovino abbia 3 metri quadri di spazio. Alla Marchesina si supera il parametro minimo indicato: ogni recinto ospita 8 individui e misura 5×7,5 ossia 37,5 metri quadrati.

ALLEVAMENTO A “5 STALLE”

Eliminare tutti i fattori di stress è il compito del veterinario: “Un animale stressato è un animale che diminuisce le sue difese immunitarie aumentando il rischio di ammalarsi”. Per fare questo, alla Marchesina si azzerano le conflittualità di gruppo con mangiatoie che garantiscono a tutti di nutrirsi contemporaneamente e con due abbeveratoi per ogni recinto, dove il getto è di 8 litri al minuto, come in un naturale corso d’acqua.  

Ma la vera novità è la stalla aperta, un sistema che tiene conto della massima igiene degli animali. Non ci sono quattro pareti ma soltanto un tetto sopra il recinto, così che virus e batteri non ristagnino nella struttura. Inoltre, disposte sul soffitto, per arieggiare le emissioni di ammoniaca (ione ammonio Ndr) generate dalle deiezioni degli animali, vi sono numerose ventole a pala la cui velocità è regolata automaticamente da sensori che rilevano la temperatura e l’umidità della stalla. Quando in essa fa tanto caldo o c’è molta umidità, come in estate o in inverni nebbiosi, si azionano a gran velocità. 

MA È SICURA LA CARNE? 

“La rintracciabilità della filiera è garantita dall’orecchino sul bovino che di fatto è il suo passaporto: ci dice dove nato, dove è cresciuto, eventuali trattamenti sanitari” racconta Luca Macario, Responsabile Relazioni Esterne, Gruppo Cremonini . Gli antibiotici, vietati a scopo preventivo in Europa, se dati come terapia, sono rintracciati con la novità della ricetta elettronica: “Si può verificare che nessun bovino sia portato alla macellazione se non sia passato almeno il cosiddetto tempo di sospensione: tempo in cui il corpo smaltisce l’anticorpo”. Il sistema sanitario nazionale è molto ambito nel mondo: “A gestire l’emergenza mucca pazza in Inghilterra nel 2001, furono chiamati proprio i veterinari italiani”.

IN ITALIA PERSI DUE MILIONI DI BOVINI, MA SERVONO PURE PER IL CUORE

Alla Marchesina i vitelli, che poi cresceranno in terra padana, arrivano dalla Francia e il trasporto è su gomma. Ma come mai questo traffico? L’Italia negli ultimi 50 anni ha perso tantissime aziende zootecniche: “Da 8 milioni di capi oggi nella Penisola ne abbiamo 6 milioni, ecco perché come Gruppo Cremonini stiamo lavorando in sinergia con lo Stato per avviare progetti di recupero delle zone rurali in cui da sempre esiste una tradizione dell’allevamento – con razze autoctone italiane – come in Sicilia, Campania e Sardegna”, conclude Macario .

Così anche con una bistecca si può contribuire al ritorno dei paesaggi verdi di un tempo dello Stivale. Ma la filiera della carne ha ricadute anche su altri settori, arrivando ad essere utile persino nel settore biomedico…non solo il maiale, anche del bovino non si butta via niente!

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