Bonn, 14 novembre – E’ la ventitreesima Conferenza Onu sui cambiamenti climatici, la seconda COP dopo quella di Parigi e quella a Marrakech. Ed è piena.

La COP delle Fiji (a Bonn)

Nel frattempo il mondo intero, tranne gli USA di Donald Trump, ha aderito all’Accordo. Pure la Siria l’ha fatto, così come i paesi produttori di petrolio e sofferenti di siccità; persino la Cina, che ora aspira a diventare leader nella lotta al clima, e persino l’India.

Questa COP23, in corso a Bonn fino al 17 novembre, non è quella delle decisioni storiche. Già si sa, è nel conto. Ma è presieduta dalle isole Fiji, un paese tra i più vulnerabili al mondo agli effetti dei cambiamenti climatici. E questo può significare, come ci conferma Mauro Albrizio, responsabile dell’ufficio europeo di Legambiente a Bruxelles (vedi video sotto), una spinta in avanti, una conduzione più concreta, affinché ciò che è in programma (buttar giù regole e dirimere criteri condivisi, fare un’agenda, così da poter affrontare in modo più liscio i prossimi passi) sia fatto davvero. 

E’ la COP da cui non usciranno i titoloni, ma è quella – come è già accaduto in parte a Marrakech – dove si scrivono parti importanti per l’attuazione dell’Accordo di Parigi

La strada è segnata. Ma la si può percorrere come lumache, facendo soste, tornando indietro di qualche passo (uno, grosso, è quello delle emissioni annuali di CO2 che invece di diminuire sono aumentate del 2%), litigando, facendo deviazioni, saltellando, dandosi spallate o facendosi sgambetti l’un con l’altro, paesi sviluppati, in via di sviluppo, vulnerabili e poveri, ciascuno con i propri interessi da tutelare. Oppure si può fare dandosi una mano.

La presidenza delle Fiji – ossia di Frank Bainimarama, premier delle isole  – è quella del dialogo –  che però non è la fuffa che immaginiamo solo a sentire la parola: alle Fiji il senso del talanoa è quello di un confronto costruttivo, un modo di parlar chiaro mettendo tutto sul piatto senza giri di parole. Un parlare propedeutico a quei dialoghi facilitativi che nell’Accordo di Parigi si stabilivano per la prossima COP; un sistema pensato per poter  accelerare i lavori così da arrivare alla conferenza con uno scheletro predisposto da mettere sul tavolo alla COP24 presieduta dalla Polonia, uno Stato che d’ambizione ne dimostra poca e che potrebbe rallentare il cammino.

Altro segnale di accelerazione viene forse proprio dal rapporto sulle emissioni globali in aumento: invece di arrivare dopo la fine dell’anno, come accade di solito, è arrivato a novembre, in piena COP, così da dare la sveglia alle tutte le Parti.

Due zone.

La zona Bula è quella delle plenarie, dei capi di stato, dei negoziatori, delle delegazioni ufficiali dei singoli paesi. E’ dove c’è la sala stampa, il media center. E’ la zona, insomma, dove si lavora per mettere a punto del regole del gioco, il gioco globale deciso a Parigi nel 2015 a cui partecipa il mondo tutto, tranne gli USA. L’America di Trump non ha un suo padiglione, ma viene a COP a parlare di carbone e nucleare. Come parlare bene delle corde nella casa dell’impiccato.

Ma c’è un’altra America a COP23. E’ l’America di Mike Bloomberg, quella della California, delle grandi aziende che puntano sulla rivoluzione ecologica, che non segue Trump nella sua politica fossile. 

E’ l’America che sta subito fuori dalla zona Bula, con un doppio padiglione gonfiabile alimentato a rinnovabili. E’ l’America che vuol restare nell’Accordo di Parigi. I palloni di “We’re still in” sono grandi. Vivi. Sempre pieni di persone, di eventi, di conferenze, di iniziative.

Mentre in Bula Zone le delegazioni impiegano il tempo che ci vuole per trattare, anzi dialogare (è tempo di confronto costruttivo, si diceva, tempo di talanoa), cercando di trovare la quadra su date e agende, su come organizzare i lavori, e soprattutto ragionando sui criteri univoci da stabilire (cose spinose come il regolamentare in modo globale la trasparenza nei finanziamenti sul clima, ad esempio), è la Bonn Zone, quella della società civile, a diventare di fatto la protagonista della COP23. Le ong, le imprese, anche le grandi imprese, e i CEO, le città, le regioni, le comunità tendono la mano, si propongono per aiutare ad accelerare, invitano e ospitano esperti, lanciano iniziative, accolgono personalità anche politiche per fare insieme.

Nell’una e nell’altra zona il comune denominatore non sembra più il contrasto, la lotta tra parti in causa, come ci conferma Maria Grazia Midulla, responsabile Clima e Energia di WWF Italia (vedi video). “Siamo tutti sulla stessa canoa“, come ripete la presidenza Fiji. Ovvio che ci siano molti nodi ancora da sciogliere e interessi da dirimere, appetiti da soddisfare, regole condivise da stabilire, ma l’allarme globale è chiaro a tutti, così come è chiaro che bisogna fare sempre di più. Parigi questo di sicuro lo ha ottenuto.

Share this article

giornalista professionista, è direttore responsabile di Giornalisti nell'Erba, referente per la formazione dell'ufficio di presidenza FIMA (Federazione Italiana Media Ambientali) e membro Comitato Scientifico per CNES UNESCO Agenda 2030. Presidente de Il Refuso a.p.s.. In precedenza ha lavorato come giudiziarista per Paese Sera, La Gazzetta e L'Indipendente. Insieme a Gaetano Savatteri ha scritto Premiata ditta servizi segreti (Arbor, 1994). Collabora con La Stampa, per le pagine Tuttogreen.

Facebook Comments

Website Comments

Post a comment

venti + 19 =