Contro Oreo e Ritz, i biscotti che uccidono gli orango. La campagna di Greenpeace del novembre 2018 – quella che prevede anche il video della bambina censurato in Gran Bretagna perché considerato troppo politico e che arriva tramite richiesta fondi nelle caselle di posta di molti di noi – si concentra sulla multinazionale Mondelez, colpevole di acquistare olio di palma da Wilmar international, il gigante “che non mantiene le promesse” ed è quindi responsabile indiretto della “morte di 25 oranghi al giorno”. A vederla da consumatori, la conclusione davanti agli scaffali del supermercato è facile: niente più Oreo e niente più Ritz. Risolto.

Davvero? E perché solo Oreo e Ritz? Solo Mondelez compra olio “sporco”? E lo usa solo per Oreo e Ritz e non in tutti i suoi altri prodotti?

Greenpeace, campione nella comunicazione, punta ad alzare l’attenzione individuando esempi noti a tutti e inviando attivisti ad abbordare di navi che trasportano olio di palma, raffinerie in Indonesia e ad organizzare mobilitazioni davanti alla Mondelez.

Il 13 novembre, pubblica un articolo contro gli Oreo che da quel momento diventano, in un tormentone mediatico, i biscotti “cattivi” per eccellenza: ventidue produttori di olio di palma da cui si rifornisce Mondelez – secondo complicati calcoli dell’organizzazione ambientalista – hanno distrutto 25.000 ettari di habitat di oranghi in Indonesia in soli due anni” per far fronte alle richieste del cliente patron di Oreo. Forse non proprio una coincidenza, ma il giorno prima, il 12 novembre, Mondelez aveva pubblicato un comunicato in cui dichiarava di voler rispettare gli impegni presi e di aver escluso 12 fornitori a monte della sua catena di approvvigionamento a seguito di violazioni.

L’ultima campagna anti-deforestazione si è però aperta già prima dell’estate, con una serie di azioni e di pubblicazioni culminata a settembre 2018 con il rapporto “final countdown” in cui Greenpeace annuncia la distruzione di 130.000 ettari di foresta pluviale dal 2015, il 40% dei quali in Papua. In quel rapporto, Mondelez – che acquista olio di palma da fornitori di Wilmar – non è sola, ma in compagnia di tante altre ben note multinazionali, che però nella versione popular della campagna per gli orango di novembre non vengono nominate. Nelle prime pagine di Final Countdown c’è una tabella in cui si incrociano i nomi dei produttori di olio di palma “sporco” (macchiato di colpe di deforestazione selvaggia e/o di non rispetto dei diritti umani dei lavoratori) con quelli delle multinazionali che acquistano olio di palma per i loro prodotti. Chiunque può vedere, almeno stando alle crocette, che Mondelez compra dagli stessi da cui acquistano anche Kelloggs, General Mills, Colgate, Hershey, Johnson & Johnson, Reckitt Benckiser, L’Oreal, Kraft Heinz, Mars, Nestlé, Pepsico, Procter & Gamble, Unilever.

Si vede anche che si salvano solo, e nettamente, Danone, Pz Cussons e l’italiana Ferrero. “Una delle multinazionali più all’avanguardia rispetto alla sostenibilità dell’olio di palma – dice Martina Borghi, responsabile italiana della campagna Foreste di Greenpeace – ce l’abbiamo in casa e si chiama Ferrero.

Come spiega la stessa Ferrero, la società di Alba,  nel novembre 2015, ha aderito al Palm Oil Innovation Group (POIG), il gruppo che – in qualche modo – ha fatto qualche passo avanti rispetto all’RSPO. Il POIG prevede un impegno contro la deforestazione che va formalizzato da un accordo, con la possibilità che il rispetto di questo impegno sia verificato da enti terzi. Peccato che neanche questo gruppo, a detta di altre associazioni ambientaliste e forse anche dei dati stessi sulle deforestazioni, possa garantire una filiera interamente sostenibile, pur avendo migliorato le cose.

Neppure Ferrero comunque esce candida dall’esame di Greenpeace, che la accusa di avere ancora legami con 4 produttori di olio di palma “critici” (Felda, Genting, Wilmar e Salim). Ma Ferrero almeno vuol dimostrarsi trasparente: nel marzo scorso, ha deciso di pubblicare aggiornamenti dell’elenco dei fornitori di olio di palma ogni sei mesi

Il bersaglio numero uno di Greenpeace pare proprio Wilmar international, il maggior operatore globale sul mercato, che commercia circa il 40% dell’olio di palma. Membro dal 2005 della RSPO (cioè della tavola globale per l’olio di palma sostenibile), a fine 2017 contava una superficie totale coltivata a palma da olio di quasi 240mila ettari (la maggior parte in Indonesia, ma anche nel Borneo malese e in Africa).

“Non mantiene le promesse”, accusa Greenpeace. Wilmar si era impegnata, proprio con l’organizzazione ambientalista, ad applicare nella filiera i principi NDPE ((No Deforestationno Peatno Exploitation, No deforestazione, no torbiere, no sfruttamento), ma n realtà, secondo Greenpeace, non pretenderebbe ancora lo stesso standard dai suoi fornitori terzi, ossia dall’80% di chi gli fornisce olio di palma. Sotto accusa ovviamente sono i cosiddetti dirty producers, i produttori “sporchi”: Anglo-Eastern Plantations, Austindo Nusantara Jaya, considerati “responsabili non solo di deforestazione, ampliamento illegale delle proprie piantagioni e incendi, ma anche di sfruttamento dei lavoratori”. Ma su loro finora non è caduta nessuna pena, neppure commerciale, da scontare.

La catena logica praticata per la punizione è questa: chi compra da Wilmar International e dai dirty producers va punito almeno mediaticamente come “complice”.

Martina Borghi, all’uscita di Final Countdown, parla di loro: “Colgate-Palmolive, General Mills, Hershey, Kellogg‘s, Kraft Heinz, L’Oreal, Mars, Mondelez, Nestlé, PepsiCo, Reckitt Benckiser e Unilever  hanno acquistato olio di palma da almeno venti di questi produttori. Wilmar, il più grande operatore mondiale di olio di palma, da almeno diciotto”.

Qualcosa si sta muovendo. Già tra marzo e settembre 2018 si vedono i risultati, almeno sulla carta, almeno dalle tabelle pubblicate da Greenpeace stessa.

TABELLA MARZO 2018 pubblicata da Greenpeace – i grandi marchi e l’applicazione del protocollo NDPE

TABELLA SETTEMBRE 2018 pubblicata da Greenpeace – i grandi marchi e l’applicazione del protocollo NDPE

A novembre, la campagna si concentra su Oreo e Ritz. il 18,  un gruppo di volontari di Greenpeace simula la distruzione di una foresta davanti alla sede inglese della multinazionale con striscioni “Oreo, stop olio di palma che distrugge le foreste”. In Italia è sempre Marina Borghi a spiegare: “Wilmar deve essere un esempio per gli altri. Chiediamo a Mondelēz, e alle altre multinazionali che acquistano olio di palma da Wilmar, di sospendere le relazioni commerciali con questo fornitore fino a quando non sarà in grado di dimostrare che l’olio di palma che vende non è più prodotto a scapito delle foreste e violando i diritti umani”. E ancora: “L’olio di palma può essere prodotto senza deforestare, eppure le nostre indagini rivelano che i fornitori di Mondelez continuano a distruggere preziose foreste che sono anche la casa di animali unici come l’orango”.

Jonathan Horrell, direttore globale della sostenibilità di Mondelēz International, pochi giorni prima, aveva dichiarato: “Continueremo a perseguire iniziative esistenti e nuove che mirano a promuovere cambiamenti efficaci nelle comunità di coltivazione dell’olio di palma. La società comprende che questa complessa sfida può essere risolta solo attraverso la collaborazione con tutti gli attori della filiera dell’olio di palma, dai coltivatori ai fornitori e gli acquirenti, inclusi il governo locale e nazionale e le organizzazioni non governative“. (https://palmoil.mondelezinternational.com/)

Quindi, Mondelez è più colpevole o è colpita come esempio anche per tutti gli altri? Nella petizione, che Greenpeace invita in questi giorni a firmare, si legge: “Tra il 2010 e il 2015 numerose multinazionali come Mondelez, Nestlé, Unilever, così come il principale operatore di olio di palma del mondo, Wilmar, si sono impegnate a non rifornirsi più, entro il 2020, da aziende che producono olio di palma a discapito delle foreste, dei diritti dei lavoratori e delle comunità locali. Chiediamo alle multinazionali che usano olio di palma per i loro prodotti di mantenere l’impegno preso e agire concretamente entro il 2020…”.

Né Greenpeace né altre grandi organizzazioni ambientaliste come WWF vogliono uno stop della produzione di olio di palma o dichiarano di voler utilizzare l’arma del boicottaggio ai prodotti. Anche per non favorire altri olii che consumano molto più suolo per la stessa quantità di prodotto. 

confronto produzione per ettaro tra olio di palma e alternative – fonte Oil World 2016

“Ma i volumi attuali non sono compatibili con una filiera davvero sostenibile sul piano sociale e ambientale (e, aggiungiamo noi, climatico ndr), perciò il processo di cambiamento va accelerato”. E così, dopo Nutella e molti altri, ora tocca a Oreo e Ritz  darsi da fare per togliersi di dosso le colpe di tanti. 

Salvi, invece, almeno mediaticamente,  Cipster, Milka, Mikado, Tuc, Vitasnella, Oro Saiwa, Premium Saiwa, Fonzies … che pure sono di Mondelez, ma pochi lo sanno, come pochi sapevano di Oreo e Ritz: per farli usano altri olii e grassi, oppure usano olio di palma sostenibile?

 

 

 

Qui tutti gli approfondimenti sull’argomento olio di palma.

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giornalista professionista, è direttore responsabile di Giornalisti nell'Erba, referente per la formazione dell'ufficio di presidenza FIMA (Federazione Italiana Media Ambientali) e membro Comitato Scientifico per CNES UNESCO Agenda 2030. Presidente de Il Refuso a.p.s.. In precedenza ha lavorato come giudiziarista per Paese Sera, La Gazzetta e L'Indipendente. Insieme a Gaetano Savatteri ha scritto Premiata ditta servizi segreti (Arbor, 1994). Collabora con La Stampa, per le pagine Tuttogreen.

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