2 giugno 2017 – Il presidente Donald Trump ha annunciato ieri che gli Stati Uniti si ritirano dall’Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici.  Gli Usa si aggiungono quindi alle altre due sole nazioni fuori dall’Accordo, Nicaragua e Siria.  Il resto del mondo al momento è dentro.  Trump dice che l’Accordo è svantaggioso per gli Stati Uniti e che vuole rinegoziarlo.

Nel dare l’annuncio, il presidente americano ha però sfarfallato un po’ nel fornire informazioni e dati. Trump ha voluto dare l’impressione di aver valutato a fondo i conti per il rispetto dell’Accordo di Parigi, conti che reputa troppo cari per gli americani, conti che però sono sbagliati per due fondamentali ragioni. La prima è che l’Accordo di Parigi, purtroppo, non impone proprio nulla e non prevede sanzioni. La seconda è che quei conti, peraltro molto discussi, non sono messi a confronto con i costi del non fare nulla.

Prima di passare all’esame degli sfarfallamenti, riassumiamo i contenuti dell’Accordo di Parigi.

I firmatari, tutti i paesi del mondo tranne quei tre, si impegnano a ridurre le emissioni di gas climalteranti per mantenere l’aumento di temperatura globale sotto 1,5°C o al massimo 2°C rispetto all’era pre industriale entro la fine del secolo e a portare a zero il bilancio di carbonio a metà secolo. Ciascun paese presenta i propri obiettivi di riduzione.  Obama, che ha spinto per l’Accordo di Parigi, si è impegnato in una riduzione minima tra il 26 e il 28% rispetto al 2005 entro il 2025.

L’Accordo di Parigi prevede che gli obiettivi dei singoli paesi non possano essere in ribasso ma sempre in rialzo, perché con i piani di riduzione attualmente sul tavolo, si va ben oltre i 2°C.

I paesi ricchi, inoltre, si sono impegnati a raccogliere in totale 100 miliardi di dollari all’anno per aiutare i paesi in via di sviluppo a utilizzare di più le rinnovabili. Di questi soldi ne è stata versata una minima parte e questo è stato uno dei temi caldi della COP23 di Marrakech.

Dice Trump:

“L’Accordo di Parigi sottrae posti di lavoro, abbassa gli stipendi, fa chiudere industrie e diminuire la produzione”

Nel sostenere questa tesi, Trump si è probabilmente avvalso del report di NERA (National Economic Research Associates) fatto nel marzo scorso e secondo il quale le politiche per rispondere all’accordo di Parigi potrebbero provocare un calo di 3 trilioni di dollari del prodotto interno lordo, la perdita di 6,5 milioni di posti di lavoro nel settore industriale persi e l’86% di riduzione della produzione di carbone, tutti entro il 2040. Tutti dati confutati da Kenneth Gillingham, docente a Yale e da altri esperti mondiali oltre che americani. Dati che non tengono conto  dei danni, anche economici, da cambiamenti climatici. Come dire: calcolo quanto mi costa fare qualcosa per il clima, ma non quanto mi costa non far nulla.

Secondo il WRI (World Resources Institute), il rapporto NERA dà per scontate “azioni estremamente irrealistiche e inutilmente costose” per ridurre le emissioni. Inoltre considera eolico e solare e automobili elettriche immuni dalle scontate riduzioni dei costi e dalle innovazioni, considerandoli invece “artificiosamente costosi”.

Molti invece sono d’accordo sul fatto che il Paris Agreement accrescerà l’economia Usa attirando investimenti e crescita nelle nuove industrie di energia pulita. Anche se i posti di lavoro nei settori dei combustibili fossili tradizionali diminuissero, si prevede che l’economia più ampia ne trarrà grandi vantaggi e potrà assorbirne gli svantaggi.

L’economia della California, fortemente green e impegnata nell’Accordo di Parigi, è cresciuta in maniera molto più rapida (del 40%) rispetto agli altri stati USA lo scorso anno. La California è la sesta economia mondiale e le sue politiche climatiche superano di gran lunga quelle a livello federale.

“Il Green Climate Fund è di 100 miliardi di dollari”

Invece no: è di 10,3 miliardi. Giusto uno zero di meno.

Trump si è confuso probabilmente con i 100 miliardi complessivi che tutti i paesi sviluppati si sono impegnati a versare, ancora prima dell’accordo di Parigi,  ai paesi in via di sviluppo, 100 miliardi che, comunque, non hanno relazione con il Green Climate Fund. Giusto per fare un raffronto di ordini di grandezze, pensiamo che la nostra manovra correttiva, quella italiana intendo e, specifico, quella correttiva, è di 3,4 miliardi.

Sempre sgranando gli occhi, il presidente ha spiegato ai suoi americani e al resto del mondo che seguiva la diretta dal giardino delle rose della Casa Bianca ieri sera, che “il Fondo Verde rappresenta una parte importante del pagamento massiccio degli aiuti esteri degli USA”.

Falso anche questo: il contributo degli USA rappresenta lo 0,00559% del Pil americano. Facendo conti complessivi, tutti gli aiuti stranieri per la riduzione della povertà hanno rappresentato, negli ultimi anni, solo lo 0,8% del bilancio federale.

E ancora, secondo il presidente, “gli USA sono i più grandi contribuenti al fondo verde”.

Falso pure questo: la Svezia, ad esempio, offre molti più soldi degli Stati Uniti. E questo dipende dal fatto che i contributi al fondo verde sono volontari.  Quindi non può essere neppure vero che “il fondo verde può obbligare gli USA a impegnare decine di miliardi di dollari”.

“Gli Stati Uniti hanno pagato decine di miliardi al Green Climate Fund, soldi che potevano andare alla lotta al terrorismo”

Il Green Climate Fund dell’ONU è destinato a trasferire il sostegno finanziario e tecnico dai paesi più ricchi alle nazioni più povere e più vulnerabili agli effetti del cambiamento climatico. Negli ultimi anni quasi tre dozzine di governi hanno formalmente impegnato, come si è detto, un totale di 10,3 miliardi di dollari al fondo. Di quella quota, gli USA hanno impegnato 3 miliardi di dollari. Ma gli USA rappresentano anche l’economia più grande del mondo e, a titolo pro capite, il contributo americano è molto più piccolo di quelli dei paesi dell’Europa settentrionale (pensiamo sempre ai 3,4 miliardi della nostra manovra correttiva italiana del 2017)

Ci sono anche sufficienti fondi per combattere il terrorismo anche con la spesa per il clima. Gli Stati Uniti hanno speso circa 600 miliardi di dollari per la difesa nel 2015, e Trump vuole aumentare questo budget di altri 54 miliardi e questo perché il Segretario alla Difesa James Mattis lo ha avvertito che i militari dovranno affrontare spese maggiori proprio a causa del cambiamento climatico.

Voglio rinegoziare il coinvolgimento degli Stati Uniti nell’accordo di Parigi

Per  “proteggere gli americani”, gli USA cominceranno a ritirarsi dall’accordo di Parigi, ma inizieranno i “negoziati per rientrare nell’accordo di Parigi o in una transazione veramente nuova, con termini equi per Stati Uniti, le sue imprese, i suoi lavoratori, la sua gente, i suoi contribuenti “.

“Vedremo se possiamo fare un accordo che sia giusto. Se possiamo, è fantastico. E se non possiamo, va bene lo stesso”.

Peccato che non sia così. L’Accordo di Parigi non è qualcosa che un paese possa rinegoziare per conto proprio. È tutto o nessuno.

“Questo è in sostanza un accordo multilaterale. Ecco perché ci sono voluti sei anni per riunirsi, e nessun paese può modificare in modo unilaterale le condizioni “, ha detto Christiana Figueres. “È molto triste il fatto che apparentemente la Casa Bianca non abbia capito come funziona un trattato internazionale”.

Michael Oppenheimer, scienziato del clima e membro del gruppo intergovernativo del cambiamento climatico dell’ONU, sospetta invece che Trump abbia scambiato l’Accordo di Parigi con il protocollo di Kyoto, che vincolava in azioni i paesi più ricchi, come gli Stati Uniti, ma non economie emergenti come la Cina.  Gli Stati Uniti si sono ritirati dal protocollo di Kyoto nel 2001 prima ancora di ratificarlo.

Trump può ritirare tecnicamente gli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi, ma non succederà immediatamente come ha fatto intendere. Ci vorranno quattro anni, gli stessi del suo mandato. 

“L’America affronta una grossa responsabilità legale futura se rimane”

Questo è un errore grossolano basato su una conoscenza errata di come il diritto internazionale interagisce con la legislazione nazionale, spiegano gli esperti.

Dovrebbe preoccuparsi piuttosto della responsabilità che si è assunto con la decisione di lasciare l’Accordo di Parigi in modo unilaterale danneggiando la capacità dei suoi cittadini di vivere in un clima stabile. Un gruppo di 21 giovani americani, ad esempio, ha denunciato il governo federale per non aver agito sul cambiamento climatico. Il loro caso è pendente davanti ai giudici dell’Oregon.

“L’accordo di Parigi pone oneri finanziari ed economici draconiani sulle imprese, i lavoratori e le famiglie degli Stati Uniti”

L’accordo di Parigi non richiede agli USA proprio nulla che non vogliano fare. Ogni nazione propone un suo piano per ridurre le emissioni, ma l’ONU non ha armi per punire. E’ la debolezza più evidente dell’Accordo. 

Sugli sforzi “draconiani” non la pensano come lui Rex Tillerson, segretario di Stato nonché ex CEO del colosso petrolifero Exxon mobil (che era restare nell’accordo di Parigi), il numero uno di Tesla, Elon Musk, che uscirà dal team presidenziale che si occupa del  clima, così come ha già fatto il CEO di Disney, e buona parte parte del mondo imprenditoriale, da Wall Street alla Silicon Valley, compresi i giganti petroliferi come Exxon Mobil, Chevron e Bp.

“La Cina sarà autorizzata a costruire centinaia di impianti di carbone supplementari”.

Nessuno autorizza o impone nulla (purtroppo). I paesi dichiarano pubblicamente i loro target di riduzione e cosa faranno per arrivarci. Questo dice l’Accordo di Parigi. E la Cina, tanto per esser chiari, ha di fatto adottato misure per smettere di costruire impianti di carbone. Nel mese di gennaio, ha bloccato la costruzione di 103 nuove centrali a carbone e di fatto ha tagliato il suo utilizzo di carbone per tre anni. Sempre a gennaio, l’agenzia energetica cinese ha dichiarato di voler investire 2,5 miliardi di yuan (361 miliardi di dollari) in progetti di energia pulita entro il 2020 per aiutare la nazione ad abbandonare i combustibili fossili. Nel 2016 ha collocato sul proprio territorio metà del fotovoltaico installato in tutto il mondo e ha imposto quote minime di veicoli elettrici a partire dal 2018.

La Cina è anche pronta a lanciare il più grande mercato del carbonio al mondo nel corso di quest’anno con un nuovo sistema cap-and-trade.

Il Climate Action Tracker, un progetto di tre gruppi di ricerca, ha riportato a maggio che “le emissioni di anidride carbonica della Cina sembrano aver raggiunto un picco oltre un decennio prima del previsto”. La Cina ha promesso che entro il 2030 ridurrà l’intensità di carbonio dell’economia del 60-65 % rispetto al 2005, aumentando la quota di energia non fossile a circa il 20 per cento. I ricercatori di Climate Action Tracker hanno dichiarato che gli obiettivi della Cina “non sono ambiziosi al punto da limitare il riscaldamento a meno di 2 ° C, per non parlare del limite di 1,5 ° C previsti dall’accordo di Parigi, a meno che altri paesi non abbiano una riduzione molto più profonda e un impegno comparabile a quello della Cina”.

Non è il caso degli USA, secondi emettitori mondiali, a quanto pare. L’America di Trump avrebbe potuto costruire tutti gli impianti di carbone che voleva anche sotto l’accordo di Parigi. Lo farà, ma dovrà tener conto probabilmente che il carbone è al palo, anzi nell’ultimo anno ha perso l’8% degli occupati.

“Anche se l’Accordo di Parigi fosse realizzato in pieno, con la totale conformità di tutte le nazioni, si stima che produrrà solo due decimi di grado”.

L’accordo di Parigi prevede meccanismi in rialzo e non certo in ribasso come vorrebbe Trump nella sua auspicata rinegoziazione. Trump lancia numeri senza spiegare a cosa si riferiscono.  La cifra di due decimi di grado, infatti, fa riferimento alla differenza di risultato rispetto a patti climatici internazionali precedenti all’Accordo di Parigi così come è stata calcolata da John Reilly, che coordina il Programma congiunto sulla scienza e la politica dei cambiamenti globali al MIT. Si, Reilly sostiene che l’Accordo di Parigi ridurrebbe la temperatura globale di due decimi di grado Celsius rispetto ai precedenti trattati sul clima. Sempre Reilly, in qualità di co-autore di una relazione MIT, ha criticato la bozza dell’Accordo di Parigi mentre era in corso COP21, perché non abbastanza ambiziosa sui tagli delle emissioni, e ritiene che “stiamo facendo progressi, ma se la stabilizzazione di 2°C è il nostro obiettivo, quel che si fa non è sufficiente”. Appunto. Bisogna far di più, come previsto nell’Accordo. Non andarsene.

A una crescita dell’1%, le fonti rinnovabili di energia possono soddisfare una parte della nostra domanda interna, ma se, come mi aspetto, la crescita sarà del 3 o 4%, abbiamo bisogno di tutte le forme di energia americana disponibile o il nostro paese sarà a grave rischio di blackout“.

Il 3-4% di crescita che promette Trump non è realistica secondo la maggior parte degli economisti, che la stima al massimo tra 1,7 e 1,8%.

Spiegano gli economisti, inoltre, che la crescita economica deriva da due fattori principali: la crescita della popolazione e il miglioramento della produttività. Ma nessuno di questi fattori sta messo bene.  La popolazione in età lavorativa non sta crescendo così velocemente, i tassi di natalità sono sempre più bassi. E, visto come la pensa, Trump non può contare neppure sull’apporto demografico da immigrazione.

Quanto alla crescita della produttività, è ugualmente fuori dalla portata del presidente: ”Si possono creare bolle per sostenere la crescita del PIL per alcuni anni, come la bolla d’acquisto 2005-2008, ma per incrementare la produttività in modo sostanziale e duraturo, devi fare importanti cambiamenti in lunghi anni”, spiega  Chris Lafakis, economista senior di Moody’s. “Hai bisogno anche dell’innovazione tecnologica trasformativa, che non è prevedibile”.

L’India potrà raddoppiare la sua produzione di carbone entro il 2020. Pensateci, l’India può raddoppiare la produzione di carbone, e noi dovremmo sbarazzarci del nostro”.

L’India aveva in mente piani per raddoppiare la sua produzione di carbone. L’Accordo di Parigi non lo impedisce, come dicevamo, non fa nulla per mettere una moratoria globale sul carbone. Ogni firmatario ha stabilito i propri obiettivi e deve segnalare i suoi progressi. La Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici dice che l’Accordo di Parigi prevede che tutte le parti facciano i loro sforzi con “contributi determinati a livello nazionale” (NDC) e rafforzino questi sforzi nei prossimi anni. Ciò significa che tutte le parti dovranno segnalare regolarmente le loro emissioni e gli sforzi di attuazione.

L’India, ratificando l’accordo il 2 ottobre 2016, ha confermato di voler seguire un percorso di impegno a basso tenore di carbonio in linea con le sue leggi nazionali e con l’agenda di sviluppo, compresa l’eradicazione della povertà. Si è impegnata a ridurre le emissioni del 33-35 per cento rispetto ai livelli del 2005 entro il 2030 e ha annunciato un piano da 3 miliardi di dollari per il solare: New Delhi vorrebbe ridurre l’altissimo costo in vite umane dell’inquinamento dell’aria (1,1 milioni di morti premature all’anno) oltre che contendere a Pechino la supremazia nei settori industriali collegati alla scommessa climatica.

La migliore è però questa:

Gli Usa saranno il paese più pulito e amico dell’ambiente del mondo”

no comment.

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giornalista professionista, è direttore responsabile di Giornalisti nell'Erba, referente per la formazione dell'ufficio di presidenza FIMA (Federazione Italiana Media Ambientali) e membro Comitato Scientifico per CNES UNESCO Agenda 2030. Presidente de Il Refuso a.p.s.. In precedenza ha lavorato come giudiziarista per Paese Sera, La Gazzetta e L'Indipendente. Insieme a Gaetano Savatteri ha scritto Premiata ditta servizi segreti (Arbor, 1994). Collabora con La Stampa, per le pagine Tuttogreen.

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