Pensate a ogni mattina quando usate il dentifricio. Pensate alle felpe in pile che girano in lavatrice. Pensate alle ragazzine che fanno a gara con il loro gel per unghie, super colorato e super resistente. Bene, ecco a voi in concreto che cosa sono le microplastiche. E soprattutto, ecco a voi in concreto che cosa sono le microplastiche che finiscono direttamente in mare.

Sappiamo perfettamente che le microplastiche circondano il nostro quotidiano, dal mattino alla sera ci fanno compagnia: quando facciamo una doccia ne rilasciamo circa 100mila e quando laviamo un maglione sintetico scarichiamo 1900 fibre. Persino quando andiamo in auto, le gomme sull’asfalto si consumano e le piogge portano i frammenti ai fiumi. Tuttavia, non sappiamo minimamente quante flottino in mare: sono particelle talmente piccole, meno di 2 millimetri, praticamente invisibili a occhio nudo, che non possiamo facilmente identificarle, né tanto meno esiste una rete per raccoglierle.

Microplastiche sulle spiagge individuate dai ricercatori dell’Università di Pisa, coordinati dal prof. Castelvetro

 

Dobbiamo distinguere due tipi di microplastiche quelle che lo sono dalla nascita (primarie) – come le fibre tessili, le microsfere dei cosmetici – e quelle che derivano dalla degradazione dei rifiuti plastici (secondarie). Le onde e i raggi ultravioletti con la loro azione abrasiva sbriciolano in mille frammenti i sacchetti, le bottiglie, i cotton fioc. La plastica vive molto poco ma muore molto lentamente: viene gettata dopo un monouso o massimo 4 anni, ma in mare un bicchiere resta 50 anni e un filo da pesca 600 anni.

I fiumi e le aree costiere che immettono più plastica in Mediterraneo (Fonte Cmcc)

 

Un team di ricercatori dell’Università di Pisa, coordinato dal professor Valter Castelvetro, ha accettato la sfida di identificare questo nemico quasi invisibile. “A oggi in Italia ma anche nel mondo, le campagne di ricerca sono tutte basate sulla raccolta e la conta di materiale e non sulla sua identificazione – spiega Castelvetro – di solito si utilizza la manta, una specie di retino a maglia fine, trainato da imbarcazioni, che cattura oggetti galleggianti ma di dimensioni maggiori di 2 millimetri, invece, quello che noi vogliamo fare è studiare le particelle piccolissime e per fare questo siamo partiti dai rifiuti alle foci dei fiumi”.

Sono l’Arno e il Serchio, i due corsi d’acqua posti sotto la lente d’ingrandimento degli scienziati, analizzando dei campioni di sabbia sono stati rilevati moltissimi frammenti di plastica: “Abbiamo reperito materiale polimerico parzialmente degradato, fino a 5-10 grammi per metro quadro di spiaggia – racconta Castelvetro – nello specifico abbiamo classificato poliolefine ossia la plastica di cui sono fatti gran parte degli imballaggi alimentari e il polistirene, la plastica rigida ed economica usata per i contenitori dei CD, per i rasoi usa e getta e per altri articoli monouso”. La plastica trovata alla foce arriva sia dal fiume sia dal mare e il quantitativo così alto non fa che confermare le stime lanciate dal Cnr che proprio nel tratto di mare tra la Toscana e la Corsica, per effetto delle correnti, ha individuato una zona rossa offshore di 10 kg di microplastica per kmq (Fonte: The Mediterranean Plastic Soup: synthetic polymers in Mediterranean surface waters).

È chiaro che se si vuole intervenire sulla microplastica si deve ridurre la fonte primaria, la plastica, che finisce in mare. Lo studio Tracking plastics in the Mediterranean: 2D Lagrangian model pubblicato sul Marine Pollution Bulletin, condotto dagli scienziati del Cmcc (Centro euromediterraneo cambiamenti climatici) mostra dati allarmanti. Se si parla di fiumi, in Italia la maglia nera spetta al Po, responsabile di immettere ogni anno 1350 tonnellate di plastica. Peggio di lui in Mediterraneo ci sono il Rodano (1454 t), i tre fiumi turchi, Meandro (2406 t), Seyhan (3465 t) e Ceyhan (5109 t), per finire con il Nilo che fa da capofila (6772 t). Mentre per quanto riguarda i tratti di costa in cui si accumula più plastica, sempre nel Mare nostrum, sul podio ci sono la Cilicia con 31,3 kg al giorno per km, Barcellona (26,1 kg), Israele (21 kg), seguiti da Delta del Po (18,2 kg), Marche (12,5 kg) e Marocco-Tunisia (12,2 kg).

I tratti di costa in Mediterraneo in cui si accumula più plastica al giorno, dati espressi in kg per km al giorno (Fonte Cmcc).

 

Produciamo nel mondo 300 milioni di tonnellate di plastica, di cui 12 milioni finiscono in mare e in particolare, nel Mediterraneo sono 100 mila le tonnellate (Fonte Cnr). Servono alternative e serve rafforzare il riciclo fermo al 30% nei paesi dell’Unione Europea e al 10% negli Usa e resto del mondo.

“I nostri studi pubblicati su Environmental Science and Technology, vogliono avviare un modello analitico sulla distribuzione delle varie tipologie di microplastiche sulle coste italiane e a partire dai primi dati raccolti stimiamo sulle spiagge italiane tra le mille e duemila tonnellate di microplastiche”, chiarisce Castelvetro. La microplastica è pericolosa di per sé, “le particelle vengono ingerite dai pesci e ce le ritroviamo nella catena alimentare, ovvero nel piatto”, ma non solo, in evidenza c’è un pericolo in più, “le microplastiche agiscono da collettori di sostanze inquinanti altamente tossiche come pesticidi e idrocarburi policiclici aromatici”.

Per fortuna che c’è anche qualche buona notizia. Dal 2017 negli Stati Uniti e dal 2018 in Francia e in Inghilterra la legge vieta l’uso di microplastiche nei cosmetici. Anche in Italia sono in programma due limitazioni: nel 2019 diremo addio ai cotton fioc di plastica mentre la fine per le microsfere luccicanti e colorate di esfolianti, creme e detergenti è fissata al 2020. Ma la Francia fa un altro passo avanti: nel 2020 via tutte le stoviglie monouso non biodegradabili.

Il gruppo di ricerca dell’ateneo di Pisa, coordinato dal prof. Castelvetro, impegnato a studiare le microplastiche sulle spiagge

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Corrispondente dalla sua terra ligure. Approda a Giornalisti nell'erba dopo l'esperienza elettrizzante di inviato in "Expo Milano 2015". È laureato magistrale in Biologia a Milano. Gruppo sanguigno: giornalista ambientale e scientifico, ma ha scritto per diverse testate dalla cronaca, alla politica fino al settore ho.re.ca. Ama la natura sotto il pelo dell'acqua, con maschera e pinne, ma anche dall'alto, ottimo sul dorso di un cavallo. La comunicazione è l'ingrediente delle sue giornate. Collabora con Acquario di Genova (ha un passato da Whale watcher). Colazione rigorosamente focaccia e cappuccino. Aperitivo, spritz o Mohito. Appassionato di arte (debole per Caravaggio), bioetica, lettura e feste in spiaggia in buona compagnia. Contatto: g.vallarino@giornalistinellerba.it

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