4 dicembre – “La finestra temporale in cui possiamo agire si sta chiudendo molto in fretta”,  dice Frank Bainimarama, primo ministro delle Fiji e presidente di COP23 nel passare il testimone al presidente di COP24, il polacco Michal Kurtyka. Il quale risponde: “Nulla accade due volte, questa è l’unica opportunità che abbiamo per cambiare il futuro“.

Già. Nel frattempo, però, sempre a COP24, il presidente polacco Andrzei Duda stava dichiarando che “la Polonia non può rinunciare al carbone, ne va della sua sovranità energetica”.

Così iniziano le due settimane di trattativa, con un colpo al cerchio e uno alla botte, una spruzzata di scarsa coerenza, una tiratina alla coperta sempre più corta delle emissioni in direzione dello “sviluppo”,  e fuori, la festa dei minatori in quella Slesia capitale del carbone.

I delegati del mondo, martedì pomeriggio, hanno incontrato gli scienziati dell’IPCC per farsi spiegare il rapporto sul surriscaldamento globale a 1,5°C uscito in ottobre ed avere occasione di capire meglio scenari, rischi e consigli. Tra le domande, quella, secca, di un delegato cinese: “Ma è fattibile restare sotto 1,5°C oppure no?”. Jim Skea ha risposto che l’IPCC ha deliberatamente evitato una conclusione certa ‘sì o no’. Perché è complicato. Dipende, ad esempio, da quanto i responsabili politici siano pronti a chiudere le centrali a carbone prima della fine della loro durata tecnica. Come dire, vedete che dovete fare… Cina per prima. Proprio quella Cina che si racconta come nuovo leader in ambizione climatica, a fianco dell’Europa.

Ci sono, a COP24, i due volti del Brasile, quello del nuovo governo che cancella la candidatura a presiedere COP25 e quello di negoziatori del governo uscente che mettono fretta per finanza climatica e riduzione dei gas serra: “come le carte di credito, più a lungo vengono rimandate, più diventano costose e dolorose“. Ci sono i due volti degli Stati Uniti, quello di Trump che insiste a voler uscire dall’Accordo di Parigi, e quello di We are still in (ovvero l’America che vuol restare nell’Accordo di Parigi). Arnold Schwarzenegger, ex governatore repubblicano della California, invita a puntare di più “sui leader locali e non solo sui governi” visto che il 70% delle emissioni di Co2 negli Usa è controllato dai governi locali e dalle città.

Auspicio collettivo di tutti gli interventi: la COP24 non deve fallire “sarebbe un errore irreparabile”. Un errore in agguato. Perché si parla di regole che devono dare certezza sulla trasparenza e la verifica degli impegni delle nazioni: nessuno dovrebbe avere la possibilità di fare il furbo, insomma. Perché si parla di regole sui finanziamenti per far in modo che anche i paesi in via di sviluppo possano attuare l’accordo di Parigi. I paesi in via di sviluppo vogliono da quelli sviluppati certezze sulle risorse economiche, con un sistema di rendicontazione e controllo, ma chiedono di non avere misure quantificabili della mitigazione delle emissioni. Paesi in via di sviluppo che sono Arabia Saudita, Brasile, Russia e India, in una suddivisione del mondo che li vedono come Colombia, Tailandia, piccoli stati e piccole isole.  Gli interessi in ballo sono tanti, insomma, e le regole da scrivere sono difficili. 

Per il governo italiano c’era – e tornerà lunedì prossimo – il ministro dell’Ambiente Sergio Costa. “Saremo, come già siamo stati in ottobre, leader in ambizione“, promette. Un’ambizione che però mal si sposa – a nostro avviso – con l’orientamento, riferito a fine novembre dal sottosegretario allo Sviluppo Economico Davide Crippa, di abbassare l’obiettivo di energia rinnovabile al 2030. Rientrato in Italia in tempo per la firma del protocollo d’intesa con il MIUR sull’educazione ambientale, Costa così risponde: 

Il governo francese, intanto, in casa è alle prese con le proteste dei gilets jaunes e ha sospeso l’aumento delle imposte sul gasolio. Un portavoce dei manifestanti francesi ha minimizzato il gesto come “una briciola” in risposta alle richieste che da allora si sono allargate ai costi della vita e alla disuguaglianza sociale. Vogliono la “intera baguette”. I polacchi a questo punto potrebbero quindi sentirsi giustificati nella loro richiesta di una “transizione giusta”. Perché che questa “giustizia” passi attraverso il carbone e il diesel.

Nel frattempo, a Bruxelles, i paesi dell’UE hanno formalmente firmato la strategia energia-clima politiche che aumenterebbe gli obiettivi, con rinnovabili al 32% e efficienza al 32,5% entro il 2030. Secondo l’agenzia europea per l’ambiente (EEA, European Environment Agency), in base alle proiezioni attuali, gli Stati membri non riusciranno a raggiungere i nuovi obiettivi. Secondo l’Europa, invece si.

 

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giornalista professionista, è direttore responsabile di Giornalisti nell'Erba, referente per la formazione dell'ufficio di presidenza FIMA (Federazione Italiana Media Ambientali) e membro Comitato Scientifico per CNES UNESCO Agenda 2030. Presidente de Il Refuso a.p.s.. In precedenza ha lavorato come giudiziarista per Paese Sera, La Gazzetta e L'Indipendente. Insieme a Gaetano Savatteri ha scritto Premiata ditta servizi segreti (Arbor, 1994). Collabora con La Stampa, per le pagine Tuttogreen.

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