“Chiamatela controriforma – attacca il mondo ambientalista assieme a numerosi esponenti della scienza e della società civile – l’Italia torna indietro di quarant’anni nella salvaguardia della natura”.

Alla Camera festeggiano: la riforma sulle aree protette (legge 394 del 1991) è stata approvata con 249 voti a favore, 115 contrari e 32 astenuti. Ma sul piede di guerra, pronti a contrastare l’approvazione definitiva in Senato, ci sono loro: Associazione ambiente e lavoro, Aiig (Associazione Insegnanti di Geografia), CAI, Cts (Centro Turistico Studentesco), Enpa, Fai, Greenpeace, Gruppo intervento giuridico, Italia Nostra, Lav, Lipu, Marevivo, Mountain Wilderness, Pro Natura, Sigea e WWF.

“Da mesi proponiamo correzioni al testo di legge ma siamo stati inascoltati, questa riforma snatura i parchi, è piena di punti critici – afferma Donatella Bianchi, presidente Wwf Italia – pur riconoscendo alcuni elementi positivi i parchi passano da attori primari di un interesse nazionale ad attori territoriali di concertazione dove la promozione economica risulta spesso prevalente, si sposta l’asse valoriale dalla natura all’economia e al localismo. In generale notiamo uno strappo scientifico nella gestione dei parchi e siamo preoccupati per la possibile riapertura di attività petrolifere”.

Soddisfazioni si respirano, invece, in casa Legambiente. Per il presidente della commissione Ambiente alla Camera, Ermete Realacci, questa riforma è un ottimo lavoro: “Sono stati assegnati 30 milioni di euro per i parchi e 9 per le aree marine nel triennio 2018-20, le aree protette da oggi potranno diventare un modello di sviluppo”. “Un parco più ricco è un parco più forte – commenta il ministro dell’ambiente Galletti – i parchi italiani non possono essere solo luoghi della conservazione ma fattori di crescita economica”.

Cosa cambia e cosa contesta il mondo variegato delle associazioni green?

LE NUOVE NOMINE

Il primo campo di battaglia è l’articolo 4. La riforma non richiede ai presidenti e ai direttori dei parchi alcuna competenza ambientale, ma solo qualifiche di gestione amministrativa e i direttori dei parchi avranno nomina locale non più nazionale. “La competenza ambientale è un requisito fondamentale, per il direttore serve una nomina nazionale e un concorso pubblico per titoli ed esami” incalzano le associazioni. Mentre per la decisione di aprire il consiglio direttivo a rappresentanti di portatori di interessi economici le associazioni tagliano corto: “Si rischiano condizionamenti politici e locali, non si possono sovrapporre gli stakeholder economici con i soggetti preposti alla tutela, svilendo la missione primaria delle aree protette”.

LE ROYALTIES

Se paghi, puoi inquinare e se inquini lo fai a prezzo di saldo” per il Wwf si traduce così il sistema di royalties messo in piedi dall’articolo 8 che prevede una tantum da versare al Ministero dell’Ambiente per alcuni impianti già esistenti nei parchi.  “Bisogna aumentare le attività sottoposte a royalties ma serve un pagamento annuale non una tantum” commenta il Wwf.

I MARCHI

Altro tema spinoso, l’istituzione in piena autonomia per ogni parco di un marchio da cedere per prodotti e servizi. “Siamo contro una gestione fai da te dei marchi, il capitale naturale, che le nostre Aree Protette custodiscono, non può diventare una merce di scambio da mettere in mano ai poteri di parte e locali, ma è un bene comune che appartiene a tutti i cittadini, il marchio che non deve essere ridotto a una certificazione di qualità, deve essere nazionale e identico in tutti i parchi”.

GESTIONE FAUNA

La nuova legge prevede all’articolo 9 che per “eventuali prelievi faunistici ed abbattimenti selettivi per mantenere l’equilibrio dell’ecosistema” l’Ente Parco predisponga un piano da far approvare all’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale). A far discutere il mondo ambientalista c’è “l’obbligo di valutare la cattura degli animali prima di ogni altra soluzione” che fa temere maggiori pressioni da parte dei cacciatori per accedere alle aree protette.

AREE MARINE

Gli 8mila chilometri di coste protesi nel cuore del Mediterraneo rendono la penisola italiana uno scrigno di biodiversità marina. Ma per le Ong green non la pensano così i deputati, dato che hanno lasciato con gli articoli 10 e 11 nel girone di serie B le aree marine. “Come se fossero delle cenerentole non hanno diritto né alle risorse né ad un’organizzazione lontanamente paragonabile a quelle dei Parchi terrestri, ognuna sarà gestita da un consorzio diverso –  ironizza il Wwf – noi avevamo chiesto misure perché aree marine e parchi terrestri avessero la stessa dignità, per cominciare si dovevano trasformare in Parchi Marini le aree di maggiore estensione e complessità”.

PARCO DEL DELTA DEL PO

L’ultimo scontro tra governo e associazioni è avvenuto per il Parco Delta del Po. La partita è chiusa: non diventerà un parco nazionale come sperato, non è bastato neanche il pronunciamento Unesco che nel 2015 gli ha assegnato il riconoscimento internazionale di Area MaB (Man and the Biosphere Programme).

 

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Corrispondente dalla sua terra ligure. Approda a Giornalisti nell'erba dopo l'esperienza elettrizzante di inviato in "Expo Milano 2015". È laureato magistrale in Biologia a Milano. Gruppo sanguigno: giornalista ambientale e scientifico, ma ha scritto per diverse testate dalla cronaca, alla politica fino al settore ho.re.ca. Ama la natura sotto il pelo dell'acqua, con maschera e pinne, ma anche dall'alto, ottimo sul dorso di un cavallo. La comunicazione è l'ingrediente delle sue giornate. Collabora con Acquario di Genova (ha un passato da Whale watcher). Colazione rigorosamente focaccia e cappuccino. Aperitivo, spritz o Mohito. Appassionato di arte (debole per Caravaggio), bioetica, lettura e feste in spiaggia in buona compagnia. Contatto: g.vallarino@giornalistinellerba.it

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