Qui il nostro speciale per seguire le precedenti tappe di Tullio Berlenghi.

Diciassettesima tappa. Mancano 600 km per l’obiettivo, lo stretto di Gibilterra, le colonne d’Ercole. I primi km per Tullio sono “abbastanza tranquilli”, il paesaggio è tipicamente mediterraneo e “ricorda un po’ l’entroterra pugliese” e il primo paese sulla strada è Cartagena, di chiara origine cartaginese. Superata Catagena la 17strada comincia a farsi dura, “inizia una bella salita che mi porta all’interno della Sierra de la Muela, Cabo Tiñoso y Roldán, che, con un’estensione di oltre 11mila ettari,  rappresenta uno dei luoghi di maggior importanza ambientale del sud est della Spagna” e a “proposito di aree protette approfitto per esprimere la mia piena solidarietà al presidente del Parco dei Nebrodi, Giuseppe Antoci, sfuggito ad un vero e proprio agguato mafioso. Mi chiedo che razza di paese può essere quello in cui chi si occupa della gestione di un’area protetta ha bisogno di girare con la scorta”. Una discesa permette a Tullio di riprendere un pò le forze sperando che siano terminate le salite di giornata, invece, “scruto l’orizzonte e anziché la rassicurante striscia blu del mare, il mio sguardo incontra altre colline a coprirne la vista”. Il sole è cocente e Tullio è costretto ancora a spingere sui pedali, “Queste sono le situazioni in cui la bici ti insegna molto. Ti insegna, ad esempio, che se sei da solo in una terra straniera e non è che tu possa agevolmente chiamare qualcuno per farti venire a prendere e non fa niente che tu abbia finito l’acqua, ci siano 34 gradi, il sole ti stia abbrustolendo la pelle, abbia esaurito la produzione annuale di acido lattico, non hai molte alternative. La bici – pur con inquietanti cigolii del cambio (o forse è il ginocchio) – funziona, quindi tu puoi fare una sola cosa: pedalare. Punto”.

Da Aguilas ad Almeria, la diciottesima tappa è impegnativa “quasi proibitiva “ma “nonostante la fatica, l’Andalusia è davvero bella”. Tra una salita ed una discesa, le prime due ore vanno secondo i programmi, la temperatura è calda “ma sopportabile” e “questa parte dell’Andalusia è straordinaria”: da un lato un paesaggio scarno “brullo e arido” e dall’altro “un mare meraviglioso”. “A differenza che in altri posti non c’è un’aggressione edilizia estrema (ma si è costruito parecchio anche qui) e c’è la sensazione che si stia cercando un impatto più equilibrato”. Dopo 60 km si ritorna sull’ormai “familiare” N-340, tratto pieno di salite controvento ma18 senza intoppi, Tullio dovrebbe farcela ad arrivare a destinazione. Intoppo che “invece, puntualmente arriva”. Nel bel mezzo di una salita devia su una strada sterrata che lo pone difronte ad una scelta, la strada si divide. Tullio sceglie la “più decente” ma dopo un pò il navigatore segnala che ha imboccato la direzione sbagliata.”Mi chiedo come sia possibile che una persona normale, con una temperatura esterna più elevata di quella corporea, se ne stia in mezzo ad una specie di deserto, senza acqua, a macinare pedalate senza sapere nemmeno esattamente dove stia andando, anziché essere comodamente adagiato su un’amaca a sorbirsi un daiquiri sulla spiaggia. Preso atto che l’errore ormai è stato fatto mi chiedo se sia il caso di proseguire lungo quella pietraia – che magari potrebbe, nel giro di qualche centinaio di metri, diventare una comoda strada pavimentata con un parquet in radica di noce e con graziose signorine che ti offrono bibite fresche, ma che potrebbe anche essere proseguire per svariati chilometri per poi finire nel nulla più assoluto – o se non sia più ragionevole riprendere la cara N340 e rimanere comunque vicino a forme note di civiltà. Opto per questa ipotesi. Torno indietro e continuando a sudare liquidi che ignoravo ancora di avere in corpo continuo la salita sull’asfalto”. Il primo posto buono per reintegrare qualche liquido è una stazione di benzina, “dopo essermi reidratato riprendo a pedalare” e con “soli” 20 km in più “arrivo finalmente ad Almeria”.

La diciannovesima tappa è lungo la costa con pochissimo traffico. La zona è colma di turisti, nonostante una 19tappa “nervosa” (nel gergo ciclistico vuol dire piena di salite e discese) “riesco a mantenere un passo discreto”. “Dopo l’ultima salita per superare uno sperone di roccia, la strada scende percorrendo una curva ad ampio raggio che circonda la mia destinazione finale, Calahonda, un grazioso agglomerato di case, protetto dalla roccia e che affaccia sul mare. Lo trovo molto suggestivo e sono ben lieto che il caso mi abbia portato qui e soprattutto che il balconcino della mia camera d’albergo si affacci esattamente su questo splendido panorama.  Ed è guardando i riflessi della luna (piena) sul mare che finisco di scrivere queste righe”.

Per questa ventesima tappa “parto con relativa calma e faccio un po’ fatica a lasciare Calahonda e la sua baia, che ho voluto fotografare nuovamente alle prime luci dell’alba”. Di nuovo sulla N-340, fedelissima compagna spagnola di20vera Tullio, dopo Terranueva, la strada è un mix di entroterra e costa. Nella parte iniziale della tappa, a far da sfondo “la maestosa imponenza della Sierra Nevada” e dopo “Salobrena, con il suo centro storico completamente bianco, scendo nuovamente verso il mare incontrando il comune di Almunecar, situato in una zona che, per le sue caratteristiche climatiche (temperature medie comprese tra i 18 e 29 gradi), viene definita “Tropico d’Europa”. Il che consente la coltivazione di frutti tipicamente tropicali”. Alle porte di Malaga “mi fermo ancora una volta in prossimità del mare. Anche stasera mi lascio sedurre dalla sua rassicurante bellezza e rimango per un po’ in silenzio a guardare i riflessi della luna sulle onde lievemente increspate”.

“Sono alla penultima tappa (ventunesima) e temo di avere lo stesso stato d’animo di chi sta indossando la maglia rosa il giorno prima dell’arrivo a Milano e, pur con la consapevolezza che “ormai è fatta”, si affida alla massima 20cautela”. Traffico tranquillo, si parte da Malaga di buon mattino “ed è quasi deserta” e ” anche per la Spagna sono costretto a fare un po’ di conti”, “ho trovato moltissimo rispetto per le regole e grande senso civico. Le strade, i parchi, le spiagge, insomma tutti i luoghi pubblici sono nettamente più curati e puliti rispetto all’Italia”. Sulla superstrada per Marbella il cambio comincia a dar problemi e Tullio cerca la migliore “combinazione tra frequenza di pedalata, corona e pignone per non urtare la suscettibilità del cambio” ma “i problemi si affronteranno domani. Oggi mi godo la soddisfazione di aver completato la terza settimana di viaggio”.

Prima di partire per questa ventiduesima ultima tappa “provo a dare una regolata al cambio. Smanetto tra viti e cavi con finta padronanza della situazione e alla fine la bici sembra funzionare abbastanza bene” ma passano solo pochi minuti e il cambio torna a dar problemi. Fortuna che questi ultimi km non prevedono difficoltà altimetriche,  “con qualche piccola sosta di messa a punto, riesco a trovare dei compromessi provvisori che mi permettono di andare avanti” e “alla fine decido di smettere di preoccuparmi del cambio”. La decisione permette a Tullio di “assaporare meglio le ultime pedalate” e osservare con attenzione il panorama. Una volta superata la Linea de Concepcion (ultimo comune spagnolo) Tullio, grazie alla bici, evita la lunghissima fila di macchine alla frontiera “ecco, sono ufficialmente arrivato a destinazione”. Gibilterra è caotica, appare meno curata dei paesini spagnoli e “ti lascia una sensazione strana” perché “fa di tutto per dimostrarsi british”, ha i prezzi in sterline (ma la moneta ufficiale è l’euro) ma “è pur sempre, geograficamente e culturalmente, un pezzo di  penisola iberica”. Una22 volta in albergo “mi faccio una doccia ed esco quasi immediatamente. Devo fare ancora due cose. La prima è una foto alle scimmie della Rocca di Gibilterra. La seconda è il simbolo che serve a suggellare la mia avventura. So bene che i simboli non hanno una vera utilità pratica e potrei risparmiarmi quest’ultima salita (anche se senza bagagli), però i simboli hanno una loro precisa importanza e non andrebbero trascurati. Come gli abbracci, inutili se vogliamo, ma  che servono a dare un segno del proprio affetto. Insomma io e la bici abbiamo un appuntamento col nostro simbolo: le Colonne d’Ercole, il confine, il limite, il nec plus ultra. Ora la tensione si scioglie definitivamente e lascia il posto ad una sfacciata emozione. Guardo l’orizzonte di fronte a me: è l’oceano Atlantico”. Tullio, partito da Genova con “solo” una bici ed il suo entusiasmo: ce l’ha fatta.

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