Quindicenni: più informati sui problemi ambientali, ma anche meno ottimisti. Lo dice l’ultimo PISA in Focus, la pubblicazione che ogni mese analizza un tema emerso dall’indagine internazionale PISA 2015 promossa dall’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico).

L’indagine ha chiesto a mezzo milione di studenti quindicenni di 72 paesi (in rappresentanza di 28 milioni di coetanei) quanto si sentissero informati su alcuni temi ambientali, come ad esempio la scarsità d’acqua, l’inquinamento dell’aria e i rifiuti nucleari. Il numero 87 di PISA in Focus compara le loro risposte con quelle date dai loro coetanei nell’edizione 2006 dell’indagine.

Fra il 2006 e il 2015 è moderatamente cresciuto il numero di coloro che si sentono “informati” o “ben informati” sulle problematiche ambientali menzionate in entrambe le edizioni dell’inchiesta. Per esempio, il numero dei quindicenni che si sono detti informati rispetto all’aumento dei gas serra nell’atmosfera è passato dal 56% (dato 2006) al 64% (dato 2015). C’è maggiore consapevolezza anche rispetto alle conseguenze dell’uso di organismi geneticamente modificati e ai rifiuti nucleari.

In media i quindicenni del 2015 sentono quindi di possedere una maggiore consapevolezza ambientale rispetto ai loro coetanei di nove anni prima. Ad alzare la media OCSE hanno contribuito le affermazioni degli studenti di Israele, Messico, Portogallo e Turchia. Un incremento si è avuto anche in Indonesia, Qatar e Tunisia, paesi partner OCSE. Invece la consapevolezza dei problemi ambientali è calata di più – seppur moderatamente – in Austria, Repubblica Ceca, Hong Kong (Cina), Giappone, Paesi Bassi e anche in Italia.

Alla complessiva crescita di conoscenze non corrisponde però un incremento di ottimismo. I quindicenni del 2015 si sono mostrati leggermente più ottimisti rispetto ai coetanei del 2006 per quanto riguarda la deforestazione, i rifiuti nucleari e l’inquinamento dell’aria, ma più pessimisti riguardo al problema della scarsità di acqua. Tra gli studenti di Estonia, Giappone e Paesi Bassi è aumentato l’ottimismo complessivo rispetto ai problemi ambientali, ma Bulgaria, Cile, Repubblica Ceca, Hong Kong (Cina), Corea, Taipei e Turchia hanno visto crescere il pessimismo.

In generale, gli studenti che si sentono più informati su un problema ambientale sono per il 40% più propensi a pensare che esso peggiorerà nei prossimi vent’anni, rispetto ai coetanei che sullo stesso tema si ritengono poco informati. È interessante notare, sottolinea il report, che dove c’è stata una crescita della consapevolezza sui problemi ambientali l’ottimismo degli studenti rispetto a quei problemi è invece calato: vale ad esempio per Bulgaria, Cile, Islanda, Israele, Corea, Lituania, Messico, Svezia e Turchia.

Quali fattori influenzano la consapevolezza e l’ottimismo degli studenti rispetto alle questioni ambientali? In media, gli studenti in situazione di vantaggio socioeconomico sono più propensi a ritenersi informati rispetto agli studenti svantaggiati e le ragazze sono meno ottimiste e si reputano un po’ meno informate. Chi ha interessi scientifici mostra una maggiore consapevolezza ambientale. Gli studenti inoltre tendono a essere più consapevoli delle problematiche ambientali se sono esposti a un tipo di istruzione basata sulla ricerca. E se le loro scuole dedicano risorse alle scienze e offrono attività scientifiche (questi due aspetti sembrano comunque influire in misura minore).

Il punto poi è: come fare in modo che la conoscenza si traduca in azione? Conoscere i problemi ambientali infatti è fondamentale per affrontarli ma non è sufficiente (il report segnala su questo tema la ricerca degli studiosi Anja Kollmuss e Julian Agyeman che si sono occupati proprio del divario che può esserci fra conoscenze sull’ambiente e capacità di rispettarlo). D’altra parte, sia il pessimismo che la scarsa consapevolezza dei problemi possono generare rassegnazione e “inazione”. Cosa serve dunque perché gli studenti siano “ottimisti informati”? “Solo due fattori”, rileva la pubblicazione, sono apparsi associati “sia con la consapevolezza dei problemi ambientali che con la fiducia che questi possano essere migliorati nei prossimi anni”: l’indagine PISA “non può mostrare la correlazione causa-effetto”, ma a fare la differenza potrebbero essere il numero di attività scientifiche a cui gli studenti partecipano e l’esposizione a un insegnamento “enquiry-based”, basato sull’indagine.

Dall’osservatorio di Giornalisti Nell’Erba, potremmo aggiungere che fare giornalismo ambientale a scuola è un modo efficace di fare didattica basata sulla ricerca e l’indagine. Ragazze e ragazzi che si esercitano a verificare e a produrre informazione ambientale corretta e rigorosa hanno buone probabilità di crescere consapevoli e allo stesso tempo capaci di drizzare le antenne, come cittadini e futuri decisori, non solo per rilevare i problemi, ma anche per intercettare ed esaminare le soluzioni. Nell’ottica di solutions journalism che i Giornalisti Nell’Erba– e i loro docenti ed educatori – praticano da 12 anni.

Facebook Comments

Post a comment

venti − 11 =