Accordo di Parigi, finanza e informazione. COPConnection Ep. 3 #COP30

Terza puntata della serie dedicata a commentare ciò che sta avvenendo alla COP 30 a Belém, in Brasile. Appuntamento cruciale sul clima. In questo episodio, Sergio Ferraris (direttore di Quale Energia), Giorgia Burzachechi (direttrice di Giornalisti dell’erba), e Ivan Manzo (ASVIS) analizzano assieme Mauro Albrizio di Legambiente (in collegamento da Belém) il fatto che uno dei primi documenti firmati a COP 30 sia stata la dichiarazione sull’integrità delle informazioni in materia di cambiamenti climatici.

È sintomatico che l’informazione, attualmente “sottoattacco”, sia stata una priorità. La dichiarazione riconosce l’urgenza climatica e la necessità di accedere a informazioni coerenti, affidabili e accurate. I firmatari si impegnano a promuovere un ecosistema mediatico sostenibile, diversificato e resiliente. Il documento, lungo quattro pagine, include raccomandazioni che invitano specificamente le imprese tecnologiche a valutare in che modo l’architettura delle loro piattaforme possa minare l’integrità dell’ecosistema delle informazioni sul clima. I firmatari includono Belgio, Brasile, Canada, Cina, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Paesi Bassi, Spagna, Persia e Uruguay; l’Italia non è tra i firmatari.

Albrizio ha sottolineato che a Belém si apre una nuova stagione di negoziati, superato il regolamento attuativo dell’Accordo di Parigi chiuso lo scorso anno a Baku. Il focus ora è costruire un’azione climatica globale ambiziosa. Il tema dell’adattamento si sta inserendo prepotentemente nei negoziati ed è strettamente legato alla finanza climatica. I paesi in via di sviluppo necessiterebbero tra 310 miliardi e 365 miliardi di dollari all’anno entro il 2035 per l’adattamento, ma attualmente solo poco più di 26 miliardi di dollari all’anno di investimenti pubblici sono destinati a questo scopo. Vi è grande probabilità che la COP 30 si concluda con un accordo politico, la cosiddetta Cover Decision. Al centro della proposta della presidenza brasiliana (Marina Silva) c’è una roadmap per colmare il gap tra gli impegni di riduzione attuali (appena il 12% rispetto al 60% necessario entro il 2035). Il confronto più serrato riguarda la fuoriuscita (abbandono) dai combustibili fossili. La Colombia ha inserito la proposta di accelerare questa roadmap per arrivare alla prima conferenza mondiale sull’uscita dai combustibili fossili nell’aprile 2026. A Belém si è registrata una forte mobilitazione, in particolare delle popolazioni indigene. I giovani indigeni hanno bloccato l’ingresso di COP 30 chiedendo un incontro con Lula, preoccupati per le esplorazioni petrolifere in Amazzonia (concessioni a Petrobras).

La Cina è chiamata a un ruolo cruciale, soprattutto dopo l’uscita degli Stati Uniti durante l’amministrazione Trump. Sebbene sia uno dei primi emettitori di CO2, è anche un traino per le fonti rinnovabili. Un risultato ambizioso qui a Belém dipenderà dall’asse Cina-Unione Europea, vitale per rilanciare l’alleanza degli ambiziosi che portò all’Accordo di Parigi. La Cina è fondamentale per convincere la Russia, gli Emirati Arabi Uniti e gli altri petrostati a non ostacolare l’inserimento della roadmap per l’uscita dai combustibili fossili nella decisione politica finale.