clAImate – Cos’è che dobbiamo cambiare?

Editoriale – Redazione La Siringa

di Sofia Presciutti 5^H e Beatrice Borscia 4^N

Docente Referente Chiara Fardella

C’è qualcosa di profondamente contraddittorio nell’immagine di un supercomputer che modella traiettorie di uragani consumando l’equivalente energetico di migliaia di case. Eppure è esattamente l’immagine che abbiamo davanti mentre scriviamo questo numero. L’intelligenza artificiale, la tecnologia che il nostro secolo ha eletto a salvatore universale, sta diventando uno degli attori principali nel dramma più urgente della storia umana: la crisi climatica. E come ogni buon protagonista che si rispetti, non è né eroe né villain. È entrambe le cose, allo stesso tempo, in una misura che dipende interamente da noi. La domanda che ha animato la redazione della Siringa in questi mesi non è semplice, e non merita risposte semplici: può l’IA essere uno strumento genuinamente utile nella lotta contro i cambiamenti climatici, o finirà per accelerare la catastrofe che dichiara di voler scongiurare? Abbiamo letto, discusso, litigato, ci siamo riconciliati e poi abbiamo litigato ancora. E alla fine, l’unica certezza che ci siamo portati a casa è questa: la tecnologia da sola non salverà niente. Ma senza tecnologia, forse, non si salva niente lo stesso. I grandi modelli linguistici, quelli stessi che oggi assistono studenti, medici, giornalisti, divorano energia come nessun altro strumento informatico prima di loro. Addestrare un singolo grande modello può emettere più CO₂ di cinque automobili nell’intero arco della loro vita utile. I data center che li ospitano consumano acqua in quantità industriali per raffreddarsi. Eppure questi stessi sistemi vengono già impiegati per ottimizzare reti elettriche, prevedere eventi meteorologici estremi con precisione senza precedenti, accelerare la ricerca su materiali per batterie più efficienti, monitorare la deforestazione in tempo reale via satellite. Il paradosso è reale, e ignorarlo sarebbe disonesto tanto quanto esagerarlo. Quello che ci ha colpito di più, nella ricerca per questo numero, è stata la velocità con cui la narrazione sull’IA ecosostenibile si è trasformata in strumento di marketing prima ancora di diventare realtà verificabile. Aziende che promettono carbonio zero entro il 2030 aprono intanto data center alimentati a carbone. Governi che firmano accordi climatici finanziano parallelamente infrastrutture digitali senza chiedere rendiconto del loro impatto ambientale. La tecnologia, ancora una volta, rischia di diventare l’alibi perfetto per rinviare le trasformazioni strutturali che la crisi richiederebbe davvero. Chi scrive gli algoritmi decide, implicitamente, cosa viene ottimizzato e cosa viene sacrificato. Un modello addestrato a massimizzare la crescita economica di breve periodo tenderà a suggerire soluzioni molto diverse da uno addestrato a minimizzare le emissioni su scala globale. Non esistono macchine neutrali: ogni sistema di intelligenza artificiale porta con sé le priorità, i pregiudizi, gli interessi di chi lo ha progettato. Per questo la questione climatica non può essere delegata ai tecnici, né ai mercati, né alle macchine. È prima di tutto una questione politica. È una questione di chi detiene il potere di definire cosa conta come progresso. Come giovani che si affacciano su un mondo che erediteranno con tutti i suoi problemi irrisolti, abbiamo il diritto, e forse il dovere, di pretendere trasparenza. Quali sono i consumi energetici reali dei sistemi che usiamo ogni giorno? Chi ha deciso che quei sistemi valessero quel costo? Come vengono compensate le comunità che vivono vicino ai data center o alle miniere di minerali rari che alimentano questa rivoluzione digitale? Queste non sono domande retoriche. Sono le domande che ogni cittadino dovrebbe poter rivolgere a chi governa l’economia dell’intelligenza artificiale.

Questo numero non offre risposte definitive, perché non esistono risposte definitive. Offre invece strumenti: articoli che raccontano come l’IA venga già usata per monitorare ghiacciai e modellare scenari climatici; inchieste sulle ricadute ambientali dell’infrastruttura digitale globale; interviste a ricercatori e attivisti che lavorano all’intersezione tra tecnologia e sostenibilità; e qualche voce critica, perché il pensiero critico è forse l’unica forma di intelligenza, artificiale o naturale, di cui abbiamo davvero bisogno in questo momento storico. Crediamo che informarsi sia ancora un atto politico. Crediamo che un giornale studentesco abbia senso proprio perché allena a guardare il mondo con occhi che non si accontentano delle versioni ufficiali.