“Diteci cosa possiamo fare”: giovani, AI e il grido silenzioso davanti alla crisi climatica.

di Eloisa Giannese (TO), 28 anni

Fra i soggetti più duramente colpiti dalla crisi climatica ci sono loro, i giovani. Le nuove generazioni
sono le più fragili al cambiamento climatico, un fenomeno che spesso genera in loro ansia e
preoccupazioni riguardo al futuro che appare dinanzi ai loro occhi sempre più incerto. Sempre loro,
le nuove generazioni, sono le più esposte ai crescenti cambiamenti sul piano tecnologico, la
cosiddetta Generazione Alpha (nati dal 2010 al 2024) sta crescendo con gli strumenti di
Intelligenza Artificiale a completa disposizione. Gli interrogativi che questo binomio fra l’ansia per il
futuro del pianeta e la crescente diffusione dell’Intelligenza Artificiale fa sì che tale generazione
risulti interessante come oggetto di studio per quel che concerne interrogativi etici, sociologici,
tecnologici, morali ed ambientali.
Da più di due anni faccio parte di un progetto chiamato Ghiaccio Fragile, sorto undici anni fa con la
volontà di creare un ponte fra il mondo della ricerca e quello dell’istruzione al fine di diffondere
conoscenza in merito alla crisi climatica.
Con Ghiaccio Fragile ho avuto modo di curare convegni e dibattiti in merito a questi temi ma
soprattutto ho avuto modo di passare molto tempo con gli adolescenti.
A novembre del 2025, tale progetto, ha avviato un percorso facoltativo presso un piccolo istituto
tecnico della Valle di Susa (To) volto alla promozione del turismo sostenibile. Tale iniziativa
comprende la visita di alcuni siti naturali della Valle quali i sentieri per la Sacra di San Michele, il
parco dei laghi di Avigliana, e le zone dell’alta Valle di Susa, territori ancora poco conosciuti in cui
si stanno sviluppando interessanti forme di turismo di prossimità nell’ottica del rispetto e della
salvaguardia degli ecosistemi.
Il mio compito, in quanto giornalista, è quello di organizzare dei laboratori pomeridiani con lo scopo
di insegnare ai ragazzi come “raccontare” un territorio con la forte convinzione che per poter
narrare qualcosa bisogna prima conoscerlo e che per conoscere bisogna abitare autenticamente
un luogo e che, facendo questo, si possa imparare a prendersene cura.
In queste ore trascorse fra i banchi di scuola ho deciso di provare a stimolare la mia classe
pomeridiana, composta da 29 alunni fra i 16 e i 18 anni, in merito alla tematica dell’Intelligenza
Artificiale e del suo rapporto con il cambiamento climatico.
Passaggio fra i banchi e chiedo loro: “Usate strumenti come ChatGPT o simili?”, inizialmente c’è
un po’ di reticenza nel rispondere, probabilmente perché lo strumento nelle scuole viene
esclusivamente visto come un qualcosa di “scorretto” da usare in sostituzione alla propria
intelligenza e non come risorsa o strumento. Poi lentamente le mani si alzano e scopro che tutti
utilizzano regolarmente l’AI, alcuni dichiarano di utilizzarla molto spesso, altri raramente ma
nessuno dice “mai”.
L’AI, insomma, è già parte della loro quotidianità, ma non è padrona dei loro pensieri: è uno
strumento, utile, curioso, ma anche utilizzato con cautela.
Poi affronto il tema cardine del nostro progetto: il cambiamento climatico. Insieme a loro sono
abituata a parlare di territorio, a mostrare loro i segni evidenti della crisi climatica nei luoghi, ma il
tema dell’ecoansia ancora non è stato manifesto.
“Quando sentite parlare di cambiamento climatico, come vi sentite principalmente?” e la loro
preoccupazione mi travolge, è palpabile in ognuno di loro.  
Alcuni raccontano che pensare al futuro del pianeta li rende preoccupati, ansiosi, altri arrabbiati.
Quello che più mi colpisce è che molti di loro affermano con convinzione che il cambiamento
influenzerà moltissimo la loro vita futura.

Una ragazza alza la mano e prende parola: “A me preoccupa il fatto che l’ambiente man mano
vada a degradarsi lasciando nulla per noi futuri adulti”.
“La scarsità di risorse potrebbe creare nuovi conflitti e rendere la Terra invivibile”, dice un suo
compagno. “Il riscaldamento delle acque e lo scioglimento dei ghiacciai mi spaventano”, prosegue
un altro. Poi arriva una ragazza che dice: “quello che più mi preoccupa è il fatto che non si stia
facendo nulla o meglio che si stia agendo troppo lentamente”.
Chiedo ancora: “E l’AI? Può aiutarci o peggiorare le cose?”
Le risposte oscillano tra ottimismo prudente e scetticismo netto. Qualcuno vede nell’AI una
possibilità concreta: aiutare a prevedere eventi climatici, ottimizzare consumi, proteggere la
biodiversità. Altri invece sono preoccupati per il suo enorme consumo energetico e idrico.
“Peggiorerà la crisi climatica perché è energivora e consuma molta acqua”, dice uno studente,
mentre un altro precisa: “Potrebbe aiutare, ma dipende da come viene utilizzata”.
Ciò che scopro man mano è che, a differenza delle generazioni precedenti che tendono spesso ad
avere pareri polarizzanti in merito a strumenti nuovi con l’AI, schierandosi fra chi la teme e
demonizza e chi invece la venera, loro rimangono cauti, la vivono come un qualcosa che è parte
integrante della realtà, con cui convivere ma con prudenza.
Molti di loro portano il tema dell’utilizzo smodato delle risorse; i data center che alimentano l’IA,
infatti, necessitano di una potenza elettrica impressionante e questo i ragazzi lo sanno molto bene.
“Usare l’AI va bene ma viene spesso utilizzata inutilmente senza sapere che è molto impattante a
livello ambientale”. Ecco, questa ragazza tocca dritto il cuore della questione: l’utilizzo
sconsiderato e superficiale, un tema che richiama interrogativi etici; tutti possiamo usare l’AI o un
domani potrebbe accrescere la disparità sociale?
Loro sono nati con le tecnologie e alla domanda; “Come immagini il rapporto tra tecnologia e
ambiente tra 10 anni?” rispondono: “Speriamo che la tecnologia raggiunga un punto di incontro
con l’ambiente per evitare lo sfruttamento delle risorse e trovi un modo per recuperare i danni
causati”. O ancora “mi immagino che la tecnologia tra 10 anni sarà un mezzo importante per far
comprendere meglio la situazione ambientale che c’è oggi e che aiuterà a sviluppare delle
tecniche innovative per risolvere questi problemi” e “se oggi non si prendono decisioni per
affrontare questa problematica, tra 10 anni credo che l’AI sarà un peso per tutti”.
Quello che mi aiuta a non perdere la speranza sono proprio gli occhi di questi adolescenti che
chiedono a gran voce: “Diteci cosa possiamo fare”.
Infatti, la loro ansia è strettamente correlata al senso di impotenza che provano dinanzi a tutto
questo, nel momento stesso in cui si fornisce loro una via, un modo per agire, subito si sentono
meno smarriti.
“Cosa vi aiuterebbe a impegnarvi di più per l’ambiente?” domando loro a conclusione.
“Io vorrei semplicemente capire cosa posso fare veramente di utile”, dice una ragazza. C’è chi si
appella alla collettività: “Azioni in collettivo che incoraggino la sostenibilità ambientale, perché se
c’è un impegno collettivo l’impatto è più grande e quindi ci si sente più motivati”.
Ascoltando queste parole, penso che il vero insegnamento non sia solo trasmettere dati o
strumenti, ma lasciare che i ragazzi raccontino il mondo che osservano, con le loro paure,
speranze e intuizioni. Qui, tra preoccupazione e curiosità, tra entusiasmo e prudenza, emerge una
generazione consapevole, pronta a interrogarsi e a farsi interrogare dal futuro.

Il filo che unisce AI e cambiamento climatico, tra queste voci, sembra essere intessuto da
responsabilità e desiderio di capire. Ed è questa relazione, fragile e preziosa, che forse può fare
davvero la differenza per il nostro pianeta.